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mercoledì 19 ottobre 2016

E il cuore è sempre vuoto e non mai sazio

- Torino, 3 settembre 1910

Caro Guido,
dal finestrino del vagone mentre il treno sbuffando partiva ho lasciato cadere nelle mani tese di Borgese i foglietti stampati di Paolo e Virginia che m’erano giunti poco prima all'albergo dopo varie peregrinazioni per gli hotels di Alassio. Ho gridato a Borgese che tu vuoi un suo giudizio, ho udito che me l’ha promesso e sono scomparsa nel buio di una galleria in una nuvola grigia di fumo. Ora attendo il giudizio per comunicartelo; il mio se lo vuoi è questo: che quella poesia è fatta con un’arte finissima, che piacerà certo anche agli eruditi, ma è una virtuosità, ed ha la freddezza del puro virtuosismo. Forse m’inganno ma ne ebbi questa impressione. Del resto può stare in compagnia delle tue migliori per la misura perfetta e il limpido stile. Io ho sbandato per le vie del mare i miei fantasmi poetici, ma spero di ritrovarli in questa Torino quieta e spopolata e dimessa che s’intona col mio spirito un po’ grigio. Sai che una cosa strana è accaduta? che il 28 di agosto forse nell’ora stessa in cui tu mi vedevi su uno scoglio con le mani nelle mani di qualche tentatore, questo realmente accadeva come nella tua visione ed io tessevo un innocuo ma fresco e delizioso flirt con un adolescente non privo di qualche grazia sentimentale e d’un certo spirito di poesia. Ora tutto è passato come un’ala di vento marino e gli occhi tentatori non mi sorridono più. Tout passe, tout casse, tout lasseE il cuore è sempre vuoto e non mai sazio. Sai che medito un volume di versi nuovi? Ma è un grande segreto che nessuno conosce. Sarà una cosa ciclica come "Le Seduzioni" e avrà per titolo "I domani". Sento lo snervante rimpianto, l’amaro ardente e sognante come l’assenzio di questa parola... Io vedo dietro le sillabe che la compongono, aggrupparsi lontanare disperdersi un mondo d’imagini ancora informi, ancora incerte ma già vive nel mio sogno. E le vedo atteggiarsi in gesti di così intensa espressione che il cuore mi si stringe e mi si annebbiano gli occhi, come se già leggessi scritti dalle mie dita i versi che le faranno vive. Non sorridere sai, fratello buono, può anche darsi che sia una delle tante allucinazioni che sorgono in certi dormiveglia della coscienza poetica. (...) Io resterò qui tutto settembre meno un viaggio a Venezia di pochi giorni verso la metà del mese. Forse non andrò nemmeno a vendemmiare a Cravanzana: ho troppo bisogno di raccoglimento e di lavoro, ché l’opera fu da me trascurata in modo indegno. Chi sa se mi ritroverò ancora? E tu che fai? Quando verrai a Torino? Avvertimene prima secondo l’uso consueto. Vedesti "La Lettura" con le Muse italiche? Se potessimo discorrere un poco insieme di tante cose! È ancora incerto il giorno della mia partenza per Venezia ma la ventura settimana non mi muovo certo. Se tu venissi faresti opera meritoria per la nostra amicizia. Scrivimi prestissimo comunicandomi le tue intenzioni, e pensami fraternamente sempre.

Amalia


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

lunedì 10 ottobre 2016

Torino, 23 febbraio 1910

Caro Guido,
questa mattina ho parlato per mezzora con Gabriele D'Annunzio il quale mi ha manifestato un vivo desiderio di conoscerti. Gli ho promesso di portarti da Lui io stessa quando il Poeta tornerà a Torino, cioè nel mese di marzo. E spero che non vorrai smentirmi,  tanto più che il Divino è poi la persona più cortesemente umana del mondo. Ti racconterò poi i particolari dell'incontro d'ieri sera dopo la conferenza e quelli del colloquio di stamane. Ne conservo un ricordo indimenticabile e una deliziosa dedica sul "Forse che sì, forse che no", da Lui offertomi: "Ad Amalia Guglielminetti che con sì fiera melodia canta la sua novità". Ti piace? Vieni presto a Torino, ti aspetto col più egoistico desiderio. Devi farmi bene con la tua presenza, con le tue parole. Lo dissi anche a D'Annunzio, e sentii che  mi aveva così bene intesa! Mandami anche solo una parola ma presto, subito.
Un fraterno bacio,

Amalia


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

Io vivo in solitudine e in odio contro l'umanità...

- Torino, 21 novembre 1909

La vostra fedele, immutabile fraternità non vi spinge nemmeno più a rispondere alle mie lettere. So che siete qui, da molto: mi sono informata, io stessa, direttamente;  e so che tutti hanno il bene di vedervi, meno io. Io vivo in solitudine e in odio contro l'umanità: non ultima causa di quest'odio siete voi. Questo vi sarà indifferente, ma è bene che sappiate - voi che non potete essere triste - quale tristezza amara sia oggi in me, e non oggi soltanto. Addio, state sereno.

Amalia


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

domenica 9 ottobre 2016

Che importa vivere, - che giova amar?

- Torino, novembre 1909

Guido molto amato, 
si può sapere in che mondo vivi? Da varie parti mi si chiede di te come s'io fossi la tua custode, ed io t'ignoro peggio di altri. Ho letto sul "Viandante" il tuo "Esperimento" e ho riveduto una strada ripida di Moncalieri, un angolo chiaro di paesaggio e noi due fermi: io a udire e tu a dire il poemetto. Come rammento il tuo tono di voce nelle parole: "che importa vivere, - che giova amar?" Fatti vivo, buon fratello cattivo e oblioso; dicono che sei a Torino, ma saresti così perverso da non farti vedere da me? Non mi vuoi più bene, lo sento! Vedi, mi lamento come una modistina abbandonata dall'amante e siamo tu celebre e io quasi,  senza contare che ci amiamo di un amore puro. Scrivimi se sei a Torino o altrove, anzi vieni a trovarmi:  voglio dirti tante cose, tante care cose sciocche, di quelle che si dicono fra persone intelligenti. Se non ti fai vivo m'offendo, te lo giuro, e rinnego la nostra fraternità. Ti bacio su una tempia:  dev'essere un po' cavata la tua tempia, credo. Addio.

Amalia

Come sta tua madre?


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

mercoledì 28 settembre 2016

...parlo di te con un’amicizia che ha quasi della religiosità

- Cravanzana, 11 ottobre 1909

Caro Guido,
se la carta potesse arrossire certo il mio foglio ti dimostrerebbe tutta la mia vergogna per un silenzio che passa veramente i limiti della tua bontà così grande. Non credevo che si potesse tacere mesi e mesi con un amico come te per semplice pigrizia ma l’ho constatato su me stessa: è vero, è orribilmente vero. Perdonami. Sono qui da tre giorni già annoiata e stanca di questa casa e di questa campagna prima di averne respirato l’aria. Io non sono idilliaca, lo sai, e la solitudine se non è a due a due m’intendo suscettibili di riavvicinamento, non la sento e non la godo. Perciò trovandomi qui con Erminia e mia madre il meno che posso fare è di pensare ad andarmene il più presto possibile. Ciò che accadrà spero verso la fine della settimana con la scusa che sono invitata a pranzo da Rovetta che vuol conoscermi e che verrà a dare il Molière a Torino. (...) A Torino, Golia, Pastonchi e molti altri mi domandarono di te con insistenza. Dovetti confessare a qualcuno le mie colpe di accidia. Ti mandai una settimana fa la 2ª edizione del mio libro già abbastanza venduta. Nel futuro ancora nulla o quasi. Mi tenta terribilmente un poema drammatico recitabile e mi manca l’argomento. Vi penso da molto senza trovar nulla. Hai tu per caso qualche spunto da... cedermi a qualunque prezzo? Per ora - inorridisci - faccio della prosa ma assai lontana dal tuo genere maeterlinkiano. Ma non sono soddisfatta di me stessa. Tu mi fai a questo proposito una piccola ramanzina amichevole imaginando ch'io viva molto e poco pensi. No, caro, gli uomini mi disgustano da... quindici giorni. Sono quasi con George Sand: "ne ho piene le tasche!" Ho rifiutato ieri l’altro un innamorato ignoto, poeta discreto, che m’offriva la sua vita e non so che altro. Anche una donna a Torino m’ha seccata assai. L’ho liquidata con una lettera ironica. Ho perduto di vista il tuo Cappino, lo credo malato d’ipocondria a Meina; ho flirtato al mare con l’unico uomo possibile della spiaggia e me ne sono liberata a fatica: me ne è rimasta molta nausea, una catenella d’oro e una rivoltella scarica. Rari cimelii! Divento scettica, mio caro Guido, e trovo che la vita è molto polichonne. Non sempre riesco a mettermi d’accordo con lei. Con te poi andrei perfettamente d’accordo se si fosse vicini con tutto quel purissimo bene che ti voglio. Perdonami se non te lo dimostro abbastanza, ma ti giuro che parlo di te con un’amicizia che ha quasi della religiosità, e che sento davvero in questa poca anima che mi rimane. Scrivimi se vuoi qui, non sono certa di partire presto e se mai le lettere mi seguiranno. Ma certo è indiscreto domandarti lettere dopo le colpe commesse contro di te. Addio, al 25 sarò a Torino definitivamente. Ti vedrò?
Ti mando un bacio affettuoso di fraternità.
AMALIA


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

Che fase interiore attraversi in questo tempo?

- Bertesseno, 25 settembre 1909

Amica mia cara,
perché si tace tanto fra noi? Eppure ti ricordo, si può dire, ad ogni ora, e sento che tu mi ricordi almeno tre volte la settimana... Mi illudo? Son risalito quassù, da due giorni dopo vario pellegrinare: un soggiorno a Viù di più settimane (per cose gaie...) una gita a Torino (per cose grigie) due a Genova (per cose agro-dolci) e varie da Mamma mia: per cosa molto triste: la sua salute che è sempre sempre sempre desolante... Non ti puoi, o ti puoi, immaginare di che ombra continua sia avvolta per questo la mia giovinezza. Pensa i giorni spaventosi che precedettero il commiato dalla povera Emma vostra, pensali prolungati per mesi, per anni, in un’agonia senza scampo! Ma non ti voglio contristare con amarezze tue e mie. Forse - in quest’istante che ti scrivo - riderai con qualche amico che ti piace, o sorriderai a qualche speranza che t’illude... Che fase interiore attraversi in questo tempo? Io ho avuto molti giorni d’illusione; forse per questo ho lavorato con qualche fervore: riassumevo stamane le cose fatte in questi mesi, e mi sono rallegrato alquanto. Un anno ancora di silenzio operoso e avrò pronto un volume di poesia e due di prosa: il primo già quasi completo, i secondi completi a metà. E tu che hai fatto? Temo tu abbia molto vissuto, poco sognato, e meno operato... D’altra parte le Seduzioni t’incoronano di tali tanti allori da poterti riposare gran tempo. Io entro ora in una crisi d’ombra e di luce: combattuto da desideri e da doveri, da speranze e da freni accascianti. A giorni scenderò al piano per riprendere mia Madre e ricondurla a Torino. Ti ricordo, Cara Amica mia, con affetto grande: non so per chi altri - amici e amiche - io senta una tale riposata buona tenerezza. E tu? Affettuosità ad Erminia che t’avrà detto del nostro avversato incontro cittadino...
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

22 Luglio 1909

Caro Guido,
hai ragione di lagnarti del mio silenzio, ma da molti giorni sono così presa dai noiosi preparativi che reca con sé una lunga assenza, che trascuro forzatamente anche i prediletti amici. Ora è notte e ti concedo un poco di me stessa, sebbene volgarizzata da tante piccolezze comuni. (...) Il tuo bel-ami Cappa è svenuto l’altra sera sulle mie scale e l’ho soccorso e l’ho sventolato io stessa con commossi gesti. Egli era più commosso ancora, tanto ch'io speravo quasi di vedermelo spirare di commozione fra le braccia. Non morì; rinvenne e mi fece la corte. Imagina la mia delusione! Sfiorare la tragedia e finire nell’idillio. Una disdetta ti dico. (...) Basta, fra giorni vado a trovare il bel mare e a farmi abbracciare da lui, più dolce degli amici poeti e poetesse, e sopratutto più fresco. Ti scriverò di là molto a lungo. Medito un’opera e se persevero te ne scriverò consultandoti. Tu scrivimi quando cambi il tuo rifugio e quando sei disposto a darmi convegno alle Borromee. Bada che noi non dimentichiamo le promesse anche a lunga scadenza. Io sarò a Paraggi (S. Margherita) "Hotel Cosmopolite" venerdì o sabato della ventura settimana, e vi resto tutto agosto. Fa di essere libero alcuni giorni in settembre: sarebbe così delizioso peregrinare un poco insieme pei laghi!
Addio per ora, teneramente
Amalia


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

sabato 10 settembre 2016

La donna affronta tutto quando desidera

- 24 giugno 1909

(...) Ah! le donne come sono più spontanee, più vivaci, più audaci nell’ardore. Io con "Le Seduzioni" libro fatto apposta per sedurre gli uomini non ho avuto uno solo dei tuoi successi. È un bel fenomeno, un sintomo della frigidità dell’uomo... a distanza. L’uomo è pauroso per superbia e riflessivo per calcolo; desidera un momento, non s’innamora (che) quel tanto di tempo che basta per scrivere e per suggellare la speranza di un bacio. La donna affronta tutto quando desidera per amore o per curiosità: va incontro all’ignoto e gode del pericolo. L’uomo non sa più tentare l’avventura; Don Giovanni è finito... in un aereoplano. Tu compiaciti d’esser nato uomo in tempo così propizio da poter servire d’esca all’avidità femminile e godine. Godi anche, com’io ne godo della tua felice attività poetica. Come t’invidio! Io scrissi quelle poche strofe in tre giorni, soffrendone assai, ed esse sono una chiusa un epilogo, un così sia. Dimmi tu, che faccio ora? Scrivimi e pensa a non deludermi per il viaggio alle isole... Borromee (non Canarie, ahimé!). Sarà per la metà di settembre o la fine? Pensa a scegliere e a stabilire anche per quell’altro motivo fraterno che sai. Io sono abbastanza serena e ti ricordo con tenerezza grande, ti vedo lassù a picco d’una valle verde, piccolo punto nero su l’azzurro, chino su fogli tenui della tua gloria. Ti mando un bacio con le dita lassù.
AMALIA


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

...l’unica cosa vera nel nostro vivere ingannevole

- Bertesseno, 20 giugno 1909

Cara Amalia,
i tuoi versi sono degni della ghirlanda dove giunsero tardi. Bellissimi. E più densi e più significativi di certi componimenti (i più antichi) delle tue "Seduzioni". Ti sintetizzi; esprimi cioè con sempre più poche parole sempre più molte cose. È un fenomeno di perfezione. Cosa che - modestia a parte - vado verificando anche in me... Cara Amalia, siamo due grandi artisti! Sai, so già a memoria i tuoi versi nuovi - com’è mio costume involontario per tutte le cose tue... Al mio gusto personale non piace un aggettivo solo, quel "secco". Compromette tutta l’immagine floreale, già pericolosa per se stessa e che pure - nella tua grazia abilissima - hai fatto accettabile anche all’occhio più ironico. So, so bene che è in metaforica armonia con tutto il tuo metaforico erbario, ma credi che suona di una comicità implacabile, denuda il lato debole del raffronto vegetomaschile. "giaceresti anche tu (« secco ») e spoglio" Il verso resta metricamente di non facile ricostruzione ma un’artefice par tua non si sgomenta di così poco. Tanto più che puoi benissimo fare della mia personalissima impressione quell’uso che credi e lasciare, per esempio, il verso completamente intatto. Perdonami e ricambiami, in casi analoghi, di pari fraternità. Tu hai un gusto più vigilante ancora del mio e fra qualche anno gli sottoporrò l’intero manoscritto dei Colloqui, perché lo passi al suo setaccio, varie settimane. A De Frenzi avevo già scritto prima del tuo biglietto di Torino, gli riscrissi ancora, prima della tua ultima lettera e sempre chiaramente insistendo. Ti prego, appena l’articolo compaia, scrivimi all’istante. Figurati che per arrivare quassù le lettere impiegano tre giorni. M’ebbi una lettera di otto pagine da Emma Gramatica, da Buenos-Aires... Una lettera che somiglia a lei. Sarà difficile, quando la piccola ritorna in patria nascondermi alla sua indagine imperiosa, quasi arrogante. Ma lo farò, a costo di offenderla atrocemente. La fuggirò a tutta prova e sarà una rincorsa ed una fuga interessantissima. Mi divertirò e ti divertirai. Alle tonsurate villanelle non piaccio: udii o mi parve di udire, nelle mozze frasi del loro dialetto esquimese, le parole "fabioc" e "pan da soûpa" - Mah!... In complesso ho ricevuto lettere di Ofelia Mazzoni - (alla quale voglio che tu voglia il bene che voglio) - care e fraterne, e lettere dall’Ida Rossi, la quale non è una scema, tutt’altro, ed è maritata, non vecchia e non brutta. Bene a sapersi per un prossimo viaggio alla capitale. E un’altra anonima femminile ho avuta, da Venezia: carta profumo e caratteri da cocotte. Ed è appunto e sempre della cocotte mia che mi parla con una passione e una fraternità psicologica appassionata e competente. Niente nome e recapito... - Mah! Ricevo ogni giorno un bel fascio di posta abbondante ed è un ristoro morale per me. Non che io sia malinconico, ma la solitudine fomenta la mia vita interiore sifattamente che vivo in uno stato di esaltazione quasi continua e mai mi son sentito così pieno di speranze, così aperto ai sogni, così facile alla rima ed al ritmo. In poco più di una settimana ho già abbozzate tre poesie, due delle quali ultimate... E - sinceramente - cose buone, che resteranno tali nel volume apparituro. Ho ritrovato il filo dei miei sogni, questa volta, e vedo che il paesaggio interiore è l’unica cosa vera nel nostro vivere ingannevole... Lavoro molto, cara Amalia. Alle 6½ son già accoccolato su qualche macigno a cavaliere della valle, con il taccuino e la matita, e sogno e respiro... Scrivo poesie, ma intanto medito il volume di prosa, le lettere a te; e in questi pochi giorni mi balenarono, al riguardo, tali e tanti spunti di bellezza inaudita che se solo riuscissi a concretarne la ventesima parte sarei sicuro di una sorpresa letteraria senza pari... Amalia, cara, cara mia, non c’è veramente al mondo cosa più bella di questa nostra arte fatta di parole. E di te? Dimmi, se hai voglia e tempo. Fraterne cose, e anche alla piccola Erminia.
GUIDO 


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

lunedì 29 agosto 2016

È così: provo nello scriverti quasi la dolcezza di non pensare...

- Bertesseno. Viú, 15 giugno 1909

Cara,
oggi soltanto dopo tre giorni dalla fuga ho dato al mondo notizie mie. Mi sono riservato la tua lettera per ultima, come un premio e come un riposo... È così: provo nello scriverti quasi la dolcezza di non pensare,  di abbandonarti le tempia fra le mani e di parlare, prono sulle tue ginocchia, senza vederti. Mai ti sento così dolce e così presente come quando mi sei lontana... Tu che studi e canti le cose sottili dell’anima, spiegami questo enimma strano... - Cara Amalia, sono un po’ triste. E tanto stanco. E così spaventosamente solo! Questo romitorio dista da Torino due ore di treno, quasi tre di diligenza, due e più di mulo e quasi una a piedi, fra dirupi e macigni di asprezza dantesca. Il luogo è bello, ma il mio ricovero è così mistico e così squallido che la stamberga di Ronco diventa una reggia al raffronto. Mi rassegno tuttavia sorridendo, per quel gusto che tu mi conosci delle cose modeste: una specie di dilettantesimo d’umiltà letteraria... Senza considerare che non potrei trovare di meglio per la mia pace fisica e per la mia vita interiore da tanti mesi offuscata... - Che silenzio, Amalia mia! Ti scrivo su di una loggia rustica con dinnanzi un fascio di grossi ranuncoli raccolti or ora, e immersi in un bicchiere da cucina. Oltre la ringhiera in legno si sprofonda il vuoto smeraldino della valle... È bello. Ma io non so non essere un poco triste. (Passano in quest’istante due sorelle giovinette che hanno venduto i capelli or ora...) Mi rimorde il pensiero di mia Madre, m’inquieta la mia salute, non ho ritrovato ancora il filo dei miei sogni... Scrivimi. Aduna tutta la tua tenerezza pura ed impura e baciami anche, a lungo a lungo, in una prossima tua... Io ti mando uno di questi fiori.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

domenica 28 agosto 2016

Di casa, Venerdì. L’alba, 29 maggio 1909

Amalia mia,
non ho chiuso occhio stanotte, divorato da un ansiomania inesplicabile che m’accendeva il cervello quasi fossi alla vigilia di non so che avvenimento... Io ho di queste notti che mi lasciano all'alba più sfinito che dopo una notte d’amore. Non so di che siano preda i miei nervi: forse è il distacco imminente da mia Madre, le incombenze mille di questi giorni, le responsabilità amare, le piccole e le grandi cose che sai e che non sai, e anche un pochino la gioia (te lo giuro) del tuo trionfo... Ho un orgasmo continuo, per questo, e mi pare di non fare abbastanza e soffro di vederti lasciare sola, senza accanto nessun aizzatore della tua pigra vanità. Riepiloghiamo, dunque, per tacitare la mia coscienza, quanto ho potuto concretare per te: l’articolo del Resto del Carlino che apparirà senza dubbio e del quale tu mi darai diffuse notizie, ti prego; l’articolo sul Viandante; l’articolo che ti farà certamente De Paoli sul Corriere di Genova (equivale al "Momento" di Torino). E a questo proposito ascoltami bene. Per impegnare De Paoli in modo assoluto gli ho scritto ieri che avevo ottenuto per lui la pagina di "Donna" e tutto per intercessione tua; gli ho detto, anzi, che, me assente, mandi pure il suo ritratto da riprodursi, a te; e tu te ne incaricherai (è lieve cosa!) e lo impegnerai così ad un buon articolo. Ti consiglio anzi di scrivergli, molto - en camarade -, dicendogli che sei edotta di tutto, che lo ringrazi anticipatamente, ma che gli saresti più riconoscente ancora se l’articolo invece che sul Corriere di Genova fosse sul Caffaro (che equivale alla Stampa); con un po’ di buona volontà egli può ottenerti anche questo. Non avere pudori, ti prego: e pensa che tutta questa rete è tessuta sull’amabile e dura legge del "do ut des"... Ieri verso la mezzanotte ero ancora da Antonio Cappa Legora e per te, parlando di te e del tuo volume. Ne è ammiratissimo, e mi ha dato notizia di piccoli trionfi privati ma forse lusinghieri quanto un articolo su un foglio massimo; molte dame (autentiche: Cappa è della nobiltà nostra più cattolica) sono curiosissime di te: ed è strano come il tuo volume e i commenti consecutivi non ti abbiano alienato affatto l’aristocrazia, ma te ne abbiano aperte anzi - qualora tu volessi - le porte. Cappa scriverà di te sul Momento e con diligenza grande. Ieri notte lo guardavo, sdraiato nella sua camera signorile, sotto la luce mite che tre lampadine velate proiettavano dalle mani d’una donna di bronzo... È un bellissimo giovine ed ha tutte le qualità che affannano la tua nostalgia vagabonda. Non so perché penso che dopo qualche colloquio t’invoglierai di lui. Io te l’auguro. E tu con la buona fraternità che ci unisce mi confiderai queste cose in qualche lettera buona, che verrà a raggiungermi lassù, nel mio eremo montanino... Amalia, cara mia, mai come in questi giorni che precedono l’esilio ho capito l’eccezionalità del sentimento che mi unisce a te. È un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa, che non soffre quasi del divieto, che s’apparecchia serenamente al distacco, e non s’oppone, favorisce anzi, la fortuna del candidato... Per chi è alla vigilia della rinunzia riesce quasi dolce il designare un favorito... Ma tu ridi... Addio, cara cara mia. Ho pensato a questo. Se Domenica si va da Bistolfi troviamoci alla Cultura verso le 15 (devo trovarmi); saremo a mezza via e con una vettura pellegrineremo alla nostra meta. Addio, Amalia; ti stringo la mano.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

lunedì 8 agosto 2016

Vi mando il mio più buon saluto pieno di tenerezza e di tristezza

- Santa Margherita Ligure - Hotel Belle-Vue, 19 marzo 1909

Mio caro Guido,
perdonatemi d’avervi così a lungo taciuto la mia riconoscenza per la tenera bellezza delle vostre parole rievocanti così bene la mia dolce Perduta. Voi mi avete insegnato a rivederLa fra di noi con qualche malinconica soavità, con tanta accorata gioia, mentre io non sapevo sentirLa e vederLa che lontana, sola, diversa, tragicamente chiusa in uno spazio angusto d’ombra e di gelo... Voi mi avete insegnato a chiudere gli occhi per averla vicina a me, con il suo sorriso infantile, con i suoi occhi puri, con la mite perplessità ch'era in ogni suo gesto, con la sua timidezza un poco paurosa. Grazie, mi avete fatto così bene! Ed avete fatto bene a me sola perché io non stamperò quella vostra delicata pagina. Sapete ch'io volevo unire alle vostre e alle mie altre parole di compianto scritte per Lei da anime di poeti. Non lo farò. Mi si è osservato che questo poteva sembrare una ostentazione, una vanità personale, un desiderio stolto di decorare di nomi non oscuri la tristezza del mio dolore.Non so se questo è verità o errore in faccia al mondo. Per me era un omaggio che desideravo per Lei, perché la sua bellezza di persona e di anima fosse celebrata meglio da parole meno oscure delle mie. Ora, poiché si potrebbe interpretare male la mia pietà di sorella, ho rinunziato ad anteporre alla mia dolorosa poesia le vostre parole di chiara bellezza. Io stamperò solamente il mio piccolo accorato rosario di terzine dove c’è la sua passione e la sua morte. Sola mi assumo il bene e il male che può derivare da questo atto poiché so ch’Ella gioisce nel suo cuore del mio canto e del mio pianto. Del resto non mi curo. Io ho parlato di Voi ieri a Genova con il "signore del raggio e del veleno". In una breve sosta in quella città mi sono indugiata un’ora nello studio di Sciutto e vi ho posato per una testa che mi è stata richiesta con insistenza da Caimi per la sua rivista. Anche mi tentava la fama e più l’arte del fotografo genovese che ha ritratto la vostra "piccola attrice famosa" deliziosamente. Conoscete quelle fotografie? Le mie sono di eguale tipo. Io ho sentito in questi giorni acutamente la mancanza di qualche bella imagine che mi risuscitasse al vivo la nostra Cara, ed è un rimpianto questo che mi durerà in cuore perennemente. Io voglio che la mia figura mi sopravviva se mai sono come Lei destinata a morte precoce. Voglio essere ricordata in forme di giovinezza e di bellezza. Erminia ed io siamo qui, fra stranieri, invano occupate a cercar conforto al gran mare canoro di voci melanconiche, al cielo spesso oscuro come l’anima nostra. Dormiamo in una immensa camera dall'altissima volta, decorata di antiche pitture, dove undici anni or sono in un febbraio mite la divina Eleonora viveva con Gabriele la sua parte di Perdita. La nostra camera era la sua in quel tempo. Non so quanti giorni vi indugeremo ancora. Ci sospinge a tratti un’ansia folle di moto, di fuga in cerca di qualcosa che ci manca, che è, che sarà per sempre irreperibile. Addio, mio caro Guido. Vi sento più fratello nella nostra comune pena; ma Voi siete più fortunato: Ella almeno vi rimane, non vi è stata portata via. Ed io v’invidio. Vi mando il mio più buon saluto pieno di tenerezza e di tristezza.
A.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

giovedì 4 agosto 2016

Scrivetemi appena il cuore vi dolga meno

- Di casa. Giovedì, 11 marzo 1909

Cara Amalia,
dopo le prime parole fraterne in quell'ora tremenda non volevo più scrivervi che quando aveste pianto tutte le vostre lacrime. Ma oggi ho ricevuta la vostra lettera e ho incontrata Erminia... Vi scrivo, dunque, ma senza sapervi che dire e come dire... Povera Amalia! Pensate che vi parlo dal letto di mia Madre, ferita per sempre: ho vicina Suor Giulia delle Nazzarene, che la veglia da tre mesi. Da Suor Giulia (che le aveva da Suor Gaudenzia) sapevo notizie ogni giorno, seguivo passo per passo il cammino del Dolore nella vostra casa... E una sera ho capito, dai segni muti della Suora, attraverso il letto di mia Madre, la notizia senza riparo! Mia Madre comprese subito e scoppiò in singhiozzi e si pianse tutta la sera - ve lo giuro sulla guarigione di Lei! - Si pianse tutta la sera come per una figlia ed una sorella - Amalia, povero mio buon compagno, eccoci di fronte al Dolore, quella cosa che la nostra giovinezza ignorava tuttavia. Facciamoci coraggio: e più io che Voi! Il Tempo lenirà ogni ferita, a Voi. A me no. Voi potrete resuscitare con l’arte maga della poesia quella che non avete più. Io no. Io avrò per anni e anni, dinnanzi a me, nella mia casa, il fantasma di quella che fu la mia Mammina giovine e svelta... Considerate quale delle due sciagure è la più atroce! Un altro conforto avete: potete cantare il vostro dolore. So che avete composto per l’anima scomparsa una cosa dolcissima. Io non ho questo bene. La mia poesia non mi consola nel dolore: ha paura di soffrire; non mi segue e non la illudo con bei sogni, fra ozi piacevoli. Voi avete questo dono di cantare il vostro pianto, come confessaste Voi stessa, altra volta:

Perché talor non piango io il mio pianto
lo canto; e qualche mia mesta canzone,
è forse il sangue del mio cuore infranto!

Cara cara Amalia, considerate questo bene che v’è rimasto! E quando ritornerete dalla Liguria - (sapete che gran consolatore sia il Mare!) sarete un’altra: più forte più bella più tesa verso l’avvenire. Io sarò più vinto ancora: triste menomato profanato dal mio martirio continuo. "Parlatemi di Lei, Caro Guido!" Ch'io vi parli di Lei? Temo di offendervi, perché parlando di Lei non posso essere triste. Non credo nella Morte. Non si muore. Non è morta. È fatta più viva, più presente. La dolce creatura che vedevo nella vostra casa, famigliarmente, ma pur diviso da mille piccole convenienze sociali, è ora libera da tutti e da tutto, è con me, quando voglio, ubbidiente come il mio pensiero. Vogliamo vederla? Basta chiudere gli occhi. S’ode il suo passo nel vestibolo, Ella rientra freddolosa: "Buon giorno Gozzano, buon giorno Erminia, buon giorno Amalia!" (Amalia non gridate, non piangete, Ella non sa di essere morta!). Si toglie la pelliccia, l’abbandona su di una sedia. Ci sorride, ansimando. Appare lo stelo della persona sottile nella nera guaina altocinta. Si toglie il cappello con un gesto rapido, rialza, ravviva a due mani la massa dei capelli, con un gesto lento. E resta rivolta verso la finestra, di profilo, con quel suo profilo assiro (rideva e Le piaceva tanto ch'io Le dicessi questo!) quel profilo dalla fronte breve, dal naso perfettamente arcuato, dal vasto arco cigliare, dal mento forte volontario! E parla con la sua voce (Non piangete, Amalia! Ella non sa di essere morta!) e parla con la sua voce non bella e tanto soave, e dice le piccole cose della vita: "Che freddo! quanta neve! Sono stata dalla modista, sai Amalia: ho leticato molto per quelle tali penne sciupate. Sono stata in Chiesa; ho molto pregato. Ho comperato la carta da lettera scelta da Erminia: una cosa orribile... Ma che c’è per guardarmi a quel modo?..." Ella si volge, ci guarda, ci vede piangere in silenzio. E allora tace, si ricorda, comprende. Impallidisce e si fa diafana, diafana come la neve nell'acqua. Ci sorride tacendo, mentre attraverso alla sua persona non più terrena già traspare l’intarsio dei mobili, il fiorame della parete. E nella parete si dilegua  affonda come cosa grave nell'acqua cupa... Aprite gli occhi, non la vedete più! Quel mistero che fu convenuto di chiamare la Morte la nasconde ai nostri sensi miserabili, l’ha liberata del triste peso umano, dell’umiliazione del tempo e dello spazio. Ma Ella è viva, è più viva e presente di prima. Ora Ella sa tutto, vede tutto, comprende tutto, è in tutto. È anche in noi, se ci ascoltiamo ad occhi chiusi e ci dice, senza parole, cose di bontà e di speranza. Speranza! Vi lascio con queste parole, Amalia cara. Domani lascierete le nostre nevi tardive per quel mare dal quale mi strappava, tre mesi or sono, un telegramma disperato. Scrivetemi appena il cuore vi dolga meno e abbiatemi oggi e sempre pel vostro affezionatissimo fratello
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

venerdì 22 luglio 2016

Ultima superstite di me stesso è la mia poesia...

- Di casa, 25 febbraio 1909

Amalia mia cara,
Eccomi ancora qui, ma non so come... Da due mesi ormai faccio tale vita che il mio io se n’è esulato per sempre e non mi riconosco più. Sono così, Amalia mia; quando l’ora del dolore è giunta, la mia personalità, paurosa di soffrire, se ne va non so dove, e un’altra ne viene in sua vece, che non mi piace. Non mi piaccio proprio più; e non piacerei nemmeno a Voi, pur così indulgente. Ma parliamo delle nostre ammalate: come sta vostra sorella? Mia Madre è salva ormai. Ma la vita che l’e rimasta è tale che io, sorreggendola alle ascelle per farle tentare i primi passi e contemplando in silenzio quel volto che non è (e non sarà mai più!) il suo, sento passare in me una pietà micidiale, un rimpianto inconfessabile... E immaginate la mia vita interiore di questi tempi! E non vi dico della mia vita concreta: sono profanato addirittura! Da tempo ho perduto il sonno quasi completamente oppresso di continuo da mille incombenze: non ultima l’amministrazione finanziaria, i colloqui con uomini dozzinali, notai, avvocati, mezzadri, fattori... Mah! Non ne posso più! Ultima superstite di me stesso è la mia poesia: come si è tenaci nell’egoismo dell’arte che ci piace! Non succede così, anche a Voi? Mi sono concesso due volte un’ora di libertà: e sono stato alla lettura di Ofelia Mazzoni: ammiratissimo! Ci ritornerò Domenica pross.ma alle 15 (precise). Trovatevi anche Voi: non rimpiangerete l’ora sottratta alla vostra pietà casalinga. E avremo anche il piacere di stringerci la mano in una sfera di poesia, e di dirci coraggio.
Verrete?
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

Siete il mio più caro Amico, cara Amalia

- Agliè, 14 ottobre 1908

Fui a Torino ancora una volta, trascinato in un turbine di faccende accascianti; sarò di nuovo costì, tra breve, per gli esami che detestate. Trascorsa la fase universitaria (due settimane, non meno) mi concederò come premio una visita a Voi. Non vi porterò, probabilmente, che metà della mia persona e della mia anima, tanto sarò stanco e vuoto e menomato... Anch’io desidero molto di rivedervi benché mi paia di non aver cosa alcuna da dirvi. Saranno gli ultimi giorni italiani e vorremmo portare di noi un reciproco savio ricordo.

Siete il mio più caro Amico, cara Amalia: gli altri, chi più chi meno, mi hanno tutti deluso.

Arrivederci!
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

venerdì 8 luglio 2016

Il vostro fervore è sempre uguale?

- Ronco, 17 settembre 1908

Cara Amica,
Le mie crisalidi sono tutte farfalle! L’ho scoperto oggi, attraverso il reticolato del coperchio: ho chiuso le finestre e aperta la scatola ed è stato, nella mia grande camera chiara, un frusciare turbinoso di prigioniere sbigottite. Sono cento, più di cento: e tutte vanesse; Vanesse Atalanta, e Vanesse Io. Invio l’una e l’altra a Voi: meditate sulla loro bellezza: l’una è fatta di brace e di tenebre come certi vostri sonetti, l’altra ha lo sguardo dell’ira o dell’angoscia. E v’unisco accanto le due spoglie vuote, miserabili come silique aride, perché consideriate il prodigio, Amica mia... E non sorridete del compagno fanatico: voglio iniziarvi a queste cose; e questo farò nel libro che v’ho detto: un volume epistolare: lettere a voi un po’ arcaiche come quelle che scrivevano gli abati alle dame settecentesche per iniziare ai misteri della Fisica, dell’Astronomia, della Meccanica; ma modernissime nel contenuto, fatte di osservazioni filosofiche nuove e di fantasie curiose e fanciullesche. Vedrete. (...) Quest’oggi vi parlo troppo di me: sono in un giorno di speranza ansiosa: non so... Sarà il contagio delle neonate: credo che tale sia l’animo delle farfalle quando ancora fasciate dalla crisalide sentono imminente l’ora del volo... Molte non sono uscite, però: sono diventate buie, torbide, secche: sono morte: e hanno nutrito pur esse per tanto tempo la loro illusione... E le vostre, e le vostre crisalidi? Che fanno, bella nutrice? Datemi notizie loro e vostre. Io partirò di qui a giorni, scenderò ad Agliè per qualche settimana; poi andrò a Torino per le abborrite cose che sapete. Il vostro fervore è sempre uguale? Come sono felice per Voi, cara, cara, cara Amalia! Vedrete che via luminosa sarà la vostra: ed io ne sarò lieto come e più che di cosa mia. (...) Addio, Amalia. Oggi sono, per Voi, in una giornata di tenerezza fraterna e vi voglio un bene molto savio.
Vi bacio e vi stringo la mano.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Giglielminetti)

sabato 2 luglio 2016

Ed è con quest’anima che oggi vi scrivo

- Ronco, 3 settembre 1908

Mia cara Amalia, come mi pesa lo studio! Ho lasciato or ora le mie dispense (o quante! Pile di 1000-1500 pagine!) su di una sedia, sul balcone, premute da una pietra, perché  il vento non se le porti nella valle. E ho tranquillata la mia coscienza col pretesto di scrivervi, ma non ho proprio cosa alcuna da dirvi... Staremo un po’ insieme, così. Quest’oggi è una giornata che vi voglio bene. Sono ritornato da Ivrea, ieri sera, dopo tre giorni d’assenza. Mi sono stancato molto per cose molto serie: e ho dovuto essere attivo, deciso, franco, previdente, indagatore e volgare. Immaginatemi! Ma io ho il gusto di cementarmi in cose che riecheggino le qualità che non posseggo. Oggi sono sfinito, ma molto soddisfatto di me. Ad Ivrea, sul tavolo di lettura dell’hôtel, ho sfogliato un numero di Donna già antico e ho letto una poesia vostra: perduto. Poi sono uscito nel pomeriggio assolato, e sono andato vagabondo per i giardini lungo la Dora e per le vie tristi e provinciali, pensandovi a lungo, come non mi accade da molto. Mi piace, Ivrea. È una piccola cittaduzza da stampa in rame, con le sue torri, le sue piazzette deserte, le sue botteghe di chincaglierie antiquate... È una meta favorevole alle fughe di un giorno, alle assenze di una notte. Per questo, dinnanzi alle vetrine ingenue o sotto i vecchi porticati erbosi, vi ho pensato molto. E vi ho pensata male, desiderandovi acutissimamente. Sono andato così, alla deriva, perduto: attirando la curiosità dei buoni eporediesi superstiti nel caldo estivo. Poi - le mie incombenze erano finite - ho lasciato Ivrea per Courgnè, poi Courgnè per Pont, in ferrovia, poi Pont per Ronco in vettura. Un viaggio lungo e vario, faticoso, non triste; e a notte rientravo nella piccola casa che voi visitaste e mi sedevo a cena, solo, sotto la luce gialla d’una lampada casalinga. Sono solo, mia Madre, mio fratello, tutti sono via: ed io resterò qui, solo, fino a Settembre quasi finito. Rientrando qui ieri sera, mi sono vergognato del come v’avevo pensato qualche ora prima, nella cittaduzza deserta. Qui, in questa casa poverissima e chiara, io ho un’anima casta di fanciullo che mi viene incontro, dopo ogni assenza, appena varcata la soglia:  e scaccia dal mio spirito ogni cosa non buona. Ed è con quest’anima che oggi vi scrivo. Lavorate molto? Siete contenta delle cose compiute? Io non conosco quasi i sonetti, (40: m’avete detto); come li leggerei volentieri! La vostra poesia è delle poche che mi attraggano con ansia curiosa. E non per l’amicizia che ci unisce; sarebbe così anche se personalmente non vi conoscessi. Siete l’artista (donna) che io apprezzo di più. Io non penso, da vario tempo, ai miei sogni letterari, alterno lo studio alle cure entomologiche: allevo una straordinaria colonia di bruchi. Voglio ritrarne alcune osservazioni e molte belle fotografie a commento di un libro di storia naturale che sogno da tempo: Le farfalle. Vi attenderò dopo il volume di versi: ma comincio ad adunare materiale di testo e d’illustrazioni. Vedrete che cosa nuovissima e bella. Immaginatevi che in una cassetta ho circa trecento crisalidi di tutte le specie, ottenute da bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane; ora si sono quasi tutti appesi al coperchio graticolato e hanno presa la forma strana di crostacei stilizzati pel monile d’una signora. Fra pochi giorni saranno farfalle. Anzi, voglio mandarvi qualche crisalide: non ridete, vi prego. Mi attira il pensiero che si schiuderanno nella vostra camera, tra i vostri nastri e i vostri profumi. Estraetele dalla scatola dove ve le invierò, SENZA TOCCARLE, sollevando PEI LEMBI il COTONE dove sono adagiate e deponetele senza smuoverle dal letto di cotone in una scatola più ampia, dove la farfalla nascitura abbia sufficiente spazio per distendere le ali. E lasciatele in pace, come bimbi che dormono: senza toccarle, né agitarle: fra quindici giorni nasceranno. Mi scriverete e mi descriverete i loro colori; e mi direte che v’hanno detto da parte mia le belle prigioniere, addormentate in questa valle e risvegliate sui colli di un paese lontano, dall’altra parte del Piemonte... E non sorridete tanto di queste cose, più belle e più profonde di molte altre, per consolare la nostra malinconia... E del mondo che notizie avete? Io nessuna. Meditavo una gita a Torino: ma il tempo rimessosi al caldo mi ha dissuaso. Dovrò purtroppo discendervi al fine di Settembre, per gli esami. Da domani comincierò a studiare di lena. Lo giuro. Ma come mi pesa lo studio!
Vi bacio fraternamente.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Giglielminetti)

domenica 12 giugno 2016

Io sento che la verità è questa e non ho rimpianto né rimorso...

- Domenica, tardissimo, 22 giugno 1908

Amico buono,
stavo mettendomi a letto quando mi venne il desiderio di rileggere ancora la vostra lettera e subito dopo letta quella di rispondervi ora. Dev'essere mezzanotte, io sono in vestaglia ed ho già sciolti i capelli, e vi scrivo così in un sans-gène che non mi permetterei in presenza vostra. Ma non mi vedete! - Io sarei venuta a trovarvi uno dei passati giorni ma aspettavo una lettera da Voi per decidere il quando e il come. Così indugiandomi ho lasciato sfuggire il tempo migliore. V’avrei veduto tanto volentieri e parlato di tante cose! O forse invece avrei taciuto, ma ci saremmo compresi ugualmente. Invece vi scrivo che vi sono molto molto affezionata, che vi sento in me come un amico caro, come il più caro degli amici. Però come suonano vane e fredde le parole, come meglio vorrei tenere una mano vostra nelle mie e non dirvi niente, guardare solo la piega molle che hanno su la fronte i vostri capelli. Non vi dolete e non vi rammaricate, Guido, di ciò che fu; quello avrebbe dovuto essere un giorno; meglio allora che più tardi. Io sento che la verità è questa e non ho rimpianto né rimorso. Vorrei avervi amato di più per quanto ne siete degno e quella parte di tenerezza appassionata che mi fece talora vibrare presso di Voi è stata bene spesa. Vorrei poter dire egual cosa di tutta la mia vita interiore. Ora mi siete amico; più profondamente amico per la tempra di fuoco in cui siamo passati, e di cui forse è bene ed è bello sorridere con qualche malinconia, non inasprircene con rimorso. Io passo un periodo un poco irritante di piccole illusioni deluse e di piccole collere senza sfogo. (...) Sono tornata da Milano tediata e irascibile come sempre dopo una assenza, e non faccio, caro Guido, non faccio assolutamente niente. Vergogna! m’avete scritto e con centomila e una ragioni. Non ho distrazioni soverchie, non ho occupazioni gravi, ma sono pigra, pigra, pigra. E molto anche indifferente, gelida a tutto ciò che riguarda la nostra arte, senza più amore per i bei ritmi e i bei suoni, senza più desideri orgogliosi di fama. Esco a passeggio ogni giorno e m’attardo per le vie, nel sole tepido, scioccamente, senza pensieri, con la mente svanita e col passo indolente di chi va senza meta. (...) Mi piacerebbe distrarmi, correre il mondo, essere corteggiata, far del male, vivere intensamente per sete di movimento, di lotta, non per desiderio di amore. Anche qui per gradi. A Roma ho avuto quel tale incontro, - ricordate qualche mia confidenza? - ma il "coup de foudre" atteso non è avvenuto. Invece di fulmine è caduta una pioggerella rinfrescante - fin troppo! - Jaufré non è morto e Melisenda è tornata a Tripoli. Ah! la vita, che bella farsa! (...) Ada Negri mi incaricò per Voi di saluti in una sua lettera che dimenticai di mandarvi (i saluti). È stata inferma e a Milano non poté ricevermi tanto era ancora debole. M’avvedo di scrivervi orribilmente, e smetto. Forse mi piglia a tradimento il sonno. Addio dunque, Amico mio; non andate in America senza salutarmi. A proposito: volete una dama di compagnia? M’offrirei così volentieri! E sarei saggia, gentile, servizievole, di bella presenza e istruita quanto basta per leggervi dei versi. Accettate? Addio ancora, pensatemi sempre come mi dite e vogliatemi quel bene che non merito. Io vi sento vicino al cuore, nel posto più fraterno. Scrivetemi il vostro indirizzo di Ronco.
AMALIA


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

venerdì 10 giugno 2016

Vi voglio bene. E Voi?

- 20 giugno 1908

Amica,
Ma perché non ci scriviamo più? Trovo questo nostro silenzio quasi buffo... È vero che spetta a me: l’ultima lettera è vostra: eccomi dunque un po’ con Voi - Siete sempre quella? La buona amica che sa guardare con occhi dolci e prendere una mano nella mano con gesto così soave? Io sono sempre quello: il fanciullo molto trasognato e un poco fatuo che v’ha fatto ridere qualche volta e qualche volta piangere. - In questa mia solitudine che dura da mesi, ormai, Voi siete presente quasi sempre, ma la vostra insistenza non mi è importuna: m’apparite la buona sorella che, vicina, non avete saputo essere. E parlando col vostro fantasma fraterno ho quasi vergogna delle ore che non furono tali. E anche rimorso: un acuto rimorso che non sempre la mia filosofia glaciale riesce a soffocare... Avrei voluto vedervi ancora qualche istante, prima di intraprendere i miei pellegrinaggi estivi, e tenervi un po’ le due mani nelle mie mani, e leggervi bene in fondo agli occhi se proprio, se proprio non v’è rimasto per me rancore, amarezza di sorta... Siete buona, se è così... Ma anch’io sono buono; vedete come ho accettato senza ribellione la nuova della rinunzia: anzi mai mi siete stata così dolce nel cuore e mai ho sentito di volervi così bene. - Volevo, vi dico, vedervi ancora, ma forse non verrò più a Torino. A Torino c’è di nuovo mia Madre per qualche giorno, ed io sono solo qui, completamente, un’altra volta. Dimodoché non potete nemmeno effettuare, per ora, la visita che la vostra cortesia aveva promessa a mia Madre. Sapete che il giorno della sua visita a Voi, io era a Torino: fu l’unica volta e mi fermai: ventiquattro ore: da un tramonto all’altro tramonto. Io aveva scelto per venirvi a vedere il Martedì stesso di mia Madre!... Sarei venuto ugualmente, con lei, ma ero così sfinito dalle piccole incombenze accumulate in quel giorno che vi avrei contristata col pallore stravolto del mio viso. All’indomani ritornai nel mio eremo precipitosamente e non ne sono uscito più. La mia salute vuole così; e le sue notizie non sono, da qualche tempo, edificanti, mia cara Amalia! Non sto male: ma non sto meglio: e nel caso mio ciò è grave. Voi non sapete la novità che si medita per me in proposito... Indovinate. Dovevo imbarcarmi il 25 c.m. per l’America! E senza quasi toccare terra avrei proseguito per la Terra del Fuoco, Giappone, India ecc.... il "Giro del Mondo", insomma, ma non quello in 80 giorni della mia adolescenza... Mi hanno promesso che dopo circa due anni di vita ininterrottamente marittima io ritornerò in patria sano forte per sempre. Stavo, vi dico, per partire il 25. Poi la stagione fu giudicata impropizia e m’imbarcherò, invece, il Novembre che viene. Lo credereste, è una novità che mi sbigottisce, ma non m’incanta e l’intraprendo più per la seduzione del benefizio fisico che per curiosità artistica... Non c’è arte, io credo, all’infuori d’Italia e tutto il mondo dev’essere uniforme come i romanzi di Pierre Loti. Mi pare. Novità presenti, nessuna. Scrivo qualche po’ e in certe ore non sono scontento di me. In certe altre, invece, sono così demoralizzato che vorrei morire. Le cose abbozzate, i versi limati a gran fatica mi sembrano tentativi spregevoli e vorrei dare tutto alle fiamme e guarire per sempre dalla Tabe letteraria. Ma poi ché so che non guarirò mai, mi rassereno, riprendo le mie povere carte e proseguo il mio lavoro inutile rassegnatamente. (...) E Voi? Dubito, non so perché, dubito che oziate (vergogna!). Dubito, perché se io, in condizioni così favorevoli al lavoro, faccio relativamente pochissimo, che sarà mai di Voi, nella turbinosa vita cittadina, distratta assopita nella vostra buona volontà? (...) Scrivetemi a questo proposito. Scrivetemi di tutto e di tutti, quando mi scrivete. E sia pure in un’ora molto vuota e molto inutile:
Vi voglio bene. E Voi?
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

domenica 29 maggio 2016

Amalia, dedico a te le prime linee...

- Torino, ultimo d’Aprile 1908 (da domani in poi: Agliè-Meleto)

Amalia,
dedico a te le prime linee dopo parecchi giorni di clausura febricitante: sono stato pochissimo bene e sono di umore deplorevole. Per fortuna ho pensato poco a te, in questo tempo, ché altrimenti t’avrei pensata male... È così: la tua immagine, come tutte le cose belle, non trova presa sul mio spirito che quando questo è sereno e buono e favorevole. Da qualche giorno invece sono amaro e cattivo. Per tante cose della vita comune, e grandi e piccole, che sono un martirio alla mia sensibilità e un disastro completo per il mio sentimento lirico. Per questo tu e la poesia siete esulate dalla mia anima: e ne sono tanto triste! Domattina ritorno ad Agliè definitivamente. Spero di ritrovare, nella pace canavesana, la mia salute e me stesso. E ti scriverò. Grazie della tua lettera buona: sono lieto che la tua vita romana sia fin ora immune di episodi spiacevoli. Scrivimi quando ti senti, e quando hai qualche piccola curiosità da parteciparmi. Sai che mi diverto. Hai visto Cena, mi dici. Cerca, ti prego, cerca di sapere se non l’ha irritato l’ultima lettera mia dove richiedevo i miei versi, non stimandoli (e non sono) fascio sufficiente per l’esordio che desidero... Come deve apparirti scolorito e lontano il "piccolo amico" da un centro spaventoso come Roma grande. Ma anche tu non ne guadagni agli occhi miei: la tua figura mi è divenuta estranea come se scomparsa in una tomba o in un laberinto: non so... Ti penso un po’ come una morta, mentre ti bacio.
GUIDO.


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)