martedì 21 novembre 2017

...il sentimento dell'infinito

Dopo la malattia, cominciò per me un fruttuoso periodo di lavoro,
molte delle mie opere principali furono scritte solo allora.
La conoscenza o l'intuizione che avevo avuto della fine di tutte le cose
mi diede il coraggio di intraprendere nuove formulazioni.
Da allora in poi
non mi sono mai liberato completamente dall'impressione
che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza
che si svolge in un universo tridimensionale disposto a tale scopo.
Pur rifuggendo dalla parola "eterno",
posso descrivere la mia esperienza solo come
beatitudine della condizione non temporale,
nella quale presente, passato e futuro sono una cosa sola.
È decisivo che l'uomo sia orientato verso l'infinito,
è il problema essenziale della sua vita;
quanto più un uomo corre dietro ai falsi beni
e quanto meno è sensibile a ciò che è essenziale,
tanto meno soddisfacente è la sua vita,
si sentirà limitato, perché limitati sono i suoi scopi.
Se riusciamo a capire e a sentire
che già in questa vita abbiamo un legame con l'infinito,
i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano,
ma possiamo raggiungere il sentimento dell'infinito
solo se siamo differenziati al massimo livello possibile,
se so di essere unico nella mia combinazione individuale e cioè limitato,
posso prendere coscienza anche dell'illimitato,
perciò, l'uomo ha bisogno per prima cosa di conoscere se stesso,
guardando senza reticenze quanto bene può fare,
ma anche di quale infamia è capace.


(Carl Gustav Jung)

Ma cos'è la luce?

- Venerdì 4 gennaio 1929 

Vediamo: la vita è molto solida o molto sfuggente?
Sono ossessionata da queste due idee opposte.
È sempre stato così: sarà sempre così;
affonda fino alle radici del mondo
- sul quale mi trovo in questo momento.
È anche transitoria, fuggevole, diafana.
Passerò come una nube sulle onde.
Forse, sebbene cambiamo,
volando uno dietro l'altro, così rapidi così rapidi,
pure in qualche modo siamo successivi e continui - noi esseri umani;
e la luce ci attraversa.
Ma cos'è la luce?


(Virginia Woolf; "Diari")

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre
l’attenzione t’ha consumato le ciglia.
Troppe vie t’hanno ripetuta,
stretta, inseguita.

La città da secoli ti divora
ma per te travede, sogno e sfacelo,
di luci e piogge, lacrime senili
sulla ragazza che passa
febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.

Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto,
la ronda della piscina di Siloè
con i cani, gl’ibridi, gli spettri
che non si sanno e tu sai
radicati con te
nel glutine blu dell’asfalto
e credono al tuo fiore che avvampa, bianco −

poiché tutti viviamo di stelle spente.


(Cristina Campo)

sabato 11 novembre 2017

O piuttosto: il cielo vive dentro di me

- 15 settembre 1942, di pomeriggio, le tre.

Ecco, l'albero è sempre lì,
l'albero che potrebbe scrivere la mia biografia.
Però non è più lo stesso albero
- o forse sono io che non sono più la stessa persona?
E a un metro dal mio letto c'è la sua libreria, basta che allunghi il braccio sinistro
e ho in mano Dostoevskij o Shakespeare o Kierkegaard.
Ma non lo farò, ho un gran capogiro.
Mi metti davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio.
Ti sono riconoscente per questo,
ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c'è risposta.
Bisogna saper sopportare i tuoi misteri.
Dovrei proprio dormire, per giorni e giorni,
dovrei lasciar andare tutto quanto.
Il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa,
che vivo troppo poco sulla terra, anzi, che vivo quasi ai confini col cielo,
che il mio fisico non può reggere a tutto ciò. Forse ha ragione.
Quest'ultimo anno e mezzo, mio Dio!
E questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come una vita intera.
E non ho forse avuto delle ore di cui ho detto:
se dovessi morire tra poco, quest'ora mi è valsa una vita?
Ho avuto spesso delle ore simili.
E perché poi non dovrei vivere in cielo?
Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere?
O piuttosto: il cielo vive dentro di me.
Devo pensare a un'espressione di una poesia di Rilke:
"spazio interno del mondo".
Ora devo dormire, e lasciar andare tutto. Mi gira tanto la testa.
Non c'è niente che funzioni nel mio corpo.
Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio.
So che è sempre un bene.
Ho imparato che un peso può esser convertito in bene se lo si sa sopportare.


(Etty Hillesum; "Diario)

Un grande sogno di piacere scende insieme col crepuscolo

- Napoli, 13 settembre 1891

...Muoio a poco a poco di accoramento.
E non ho la forza né di allontanarmi, ne’ di cercare un oblio.
Sento il tempo fuggire e la vita scorrere
ed il mio tedio ed il mio dolore
farsi più profondi ad ogni ora e te lontana lontana...
Dammi notizie della tua salute...
di tutto quello che mi piace del tuo corpo. E adorami.
È una sera calda, tutta chiara, mollissima.
Davanti al mio balcone spalancato il Vesuvio fumiga,
così da presso che quasi mi sembra tangibile.
Napoli e Portici e Resina e tutti i villaggi sono rosei
su un mare pallidissimo, dove corrono i battelli a sciami.
Un grande sogno di piacere scende insieme col crepuscolo.
Ti giuro sull’anima mia, Barbarella,
che per averti consentirei a morir domani.


(Gabriele D'Annunzio; Lettera a Barbara Leoni)

E ti ringrazio di questo dono di poter leggere negli altri

- 17 settembre 1942
(...)
E ti ringrazio di questo dono di poter leggere negli altri.
A volte le persone sono per me come case con la porta aperta.
Io entro e giro per corridoi e stanze,
ogni casa è arredata in modo un po' diverso
ma in fondo è uguale alle altre...


(Etty Hillesum; "Diario")

Titania Endormie


Malinconia

Calante malinconia lungo il corpo avvinto 
al suo destino 

Calante notturno abbandono 
di corpi a pien'anima presi 
nel silenzio vasto 
che gli occhi non guardano 
ma un'apprensione 

Abbandono dolce di corpi 
pesanti d'amaro 
labbra rapprese 
in tornitura di labbra lontane 
voluttà crudele di corpi estinti 
in voglie inappagabili 

Mondo 

Attonimento 
in una gita folle 
di pupille amorose 

In una gita che se ne va in fumo 
col sonno 
e se incontra la morte 
è il dormire più vero


(Giuseppe Ungaretti)

In memoria

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse


(Giuseppe Ungaretti, Locvizza il 30 settembre 1916)

domenica 5 novembre 2017

Perché non era la conoscenza che lei desiderava, ma l'unità

Seduta per terra,
abbracciata alle ginocchia della signora Ramsay, più vicina possibile,
sorridendo al pensiero che la signora Ramsay
non avrebbe mai saputo la ragione di quella stretta,
immaginò che nelle stanze della mente e del cuore
della donna con la quale era materialmente a contatto vi fossero,
come i tesori delle tombe dei re,
lapidi recanti iscrizioni sacre,
che a saperle leggere dicevano ogni verità,
ma che non venivano mai offerte apertamente, mai rese pubbliche.
Quale arte, nota all'amore o all'astuzia,
era necessaria per penetrare quelle stanze segrete?
Quale artificio era necessario per diventare,
come acque travasate in una stessa brocca,
una sola cosa inestricabile con l'oggetto di adorazione?
Poteva il corpo raggiungere tale traguardo, o la mente,
insinuandosi scaltra nei meandri intricati del cervello?
Oppure il cuore?
Poteva l'amore, come lo chiamava la gente,
rendere una sola cosa lei e la signora Ramsay?
Perché non era la conoscenza che lei desiderava, ma l'unità,
non le iscrizioni sulle lapidi,
niente che si potesse scrivere in una lingua nota agli uomini,
ma l'intimità, che è poi sapienza,
aveva pensato appoggiando la testa sulle ginocchia della signora Ramsay.


(Virginia Woolf; "Gita al faro")