sabato 25 aprile 2026

Cigno

Resta con me,
mistero,
non spogliarti
all'improvviso
resta silenzioso
e oscuro,
è come sei che ti amo, 
non spiegato dalla chiarezza, 
né nascosto dall'apparenza,
resta alla finestra
aperta allo spazio, 
chiusa all'intimità.
Senza di te la vita non avviene,
la luce non sorge
senza dire cos'è
o cosa siamo.
Ed è bello non saperlo.


(Orfila Bardesio)

...è Gesù nell'Orto del Getsemani

Chi realmente non vuole altro che il suo destino, non ha più i suoi pari, ma sta solo solo e ha intorno a sé soltanto il gelido spazio dell'universo. Ecco, lei lo sa, è Gesù nell'Orto del Getsemani.


(Hermann Hesse; "Demian")

...tu sei un brano del mio destino

Sempre più presi l'abitudine di tracciar linee col pennello sognante e di coprire superfici, senza modello, risultanti dall'incosciente e da quel mio andare a tentoni. Un giorno, quasi senza volere, tracciai finalmente un viso che mi parve più eloquente dei precedenti. Non era il viso di quella fanciulla e non voleva neanche esserlo. Era un'altra cosa, un che di irreale, ma non per questo meno prezioso. Pareva più una testa di ragazzo che di fanciulla, i capelli non erano biondi come quelli della mia bella, ma castani con una sfumatura di rosso, il mento era forte e saldo, le labbra rosse e floride e l'insieme un po' legnoso come una maschera, ma pieno di vita segreta e impressionante.
L'opera compiuta mi fece una strana impressione. Mi sembrava una specie di figura divina o di maschera sacra, mezzo maschile, mezzo femminile, senza età, volitiva quanto sognante, rigida quanto segretamente viva. Quel viso mi diceva qualcosa, era roba mia, esprimeva qualche postulato. E assomigliava a qualcuno, ma non sapevo a chi. Quella figura accompagnò a un tratto tutti i miei pensieri e partecipò della mia vita. La tenevo nascosta in un cassetto perché nessuno potesse impadronirsene e farsi beffe di me. Ma non appena ero solo nella mia cameretta tiravo fuori l'immagine e conversavo con essa. La sera l'attaccavo con uno spillo di fronte a me alla tappezzeria sopra il letto, la guardavo finché prendevo sonno e la mattina le dedicavo il primo sguardo.
Proprio allora ripresi a sognare come avevo fatto da piccolo. Mi pareva di non aver più sognato per anni e anni. Ora i sogni ritornavano con nuove immagini dalle quali emergeva spesso il mio quadretto vivo e parlante, ostile o amico, certe volte deformato in una smorfia, certe altre infinitamente bello, nobile e armonioso.
E una mattina, destandomi da quei sogni, lo riconobbi. Mi guardava con un'aria ben nota e mi chiamava per nome. Pareva mi conoscesse come una madre e mi guardasse sempre. Con un gran batticuore contemplai il foglio, quei capelli castani e fitti, le labbra quasi femminili, la fronte alta singolarmente chiara, e sempre più mi accorsi di riconoscere, di ritrovare, di sapere.
Balzai dal letto, mi misi davanti a quel viso per guardarlo da vicino, fissandolo negli occhi spalancati, fermi, verdastri, il destro dei quali era un po' più alto del sinistro. Ed ecco, a un tratto quell'occhio destro ebbe un fremito leggero ma percettibile, e in quel fremito riconobbi l'immagine. Come avevo potuto tardare tanto a capire? Era il viso di Demian.
Più tardi confrontai spesso il mio dipinto coi lineamenti veri di Demian che conservavo nella memoria. Non erano affatto i medesimi, benché fossero simili. Eppure era Demian.
Una sera di prima estate il sole entrava rosso e obliquo dalla mia finestra rivolta a occidente. La camera era nella penombra. In quel momento mi venne l'idea di attaccare l'immagine di Beatrice o Demian con uno spillo al telaio della finestra e di vedervi l'effetto del sole in trasparenza. Il viso sfumò senza contorni, ma gli occhi arrossati intorno intorno, lo splendore della fronte e le labbra d'un rosso violento emersero ardenti dalla superficie. Stetti a guardare quando la luce era già spenta. E a poco a poco mi accorsi che quello non era Beatrice né Demian, ma... io stesso. L'immagine non mi somigliava (capivo che non doveva neanche somigliare) ma era ciò che costituiva la mia vita, era il mio cuore, il mio destino o il mio demone. Quello sarebbe stato l'aspetto di un amico se un giorno ne avessi trovato uno. Sarebbe stato l'aspetto della mia amante, se un giorno ne avessi avuto una. Così sarebbe stata la mia vita, così la mia morte: era il suono e il ritmo del mio destino.
Durante quelle settimane avevo incominciato la lettura di un libro che mi impressionò più di ogni altro che avessi letto prima. Anche in seguito trovai raramente libri così profondi: forse soltanto quelli di Nietzsche. Era un volume di Novalis con lettere e sentenze che in gran parte mi furono incomprensibili, ma nel loro complesso mi afferrarono in un modo inaudito. Ora mi venne in mente una di quelle sentenze e la scrissi a penna sotto il ritratto: "Destino e animo sono nomi di un unico concetto". Ora avevo capito.
Incontrai ancora molte volte la fanciulla che chiamavo Beatrice. Non provavo alcuna commozione, ma sempre una dolce concordanza, un istintivo presentimento: tu sei legata a me, ma non tu, soltanto la tua immagine: tu sei un brano del mio destino.


(Hermann Hesse; "Demian")

domenica 12 aprile 2026

È lecito volere soltanto se stessi

Non era lecito scegliere o volere nessuna di queste cose. È lecito volere soltanto se stessi, soltanto la propria sorte. (...) In quei giorni andavo attorno come un cieco, con la tempesta nel cuore, e ogni passo era un pericolo. Davanti a me vedevo soltanto l'abisso tenebroso nel quale affondavano e si perdevano tutte le vie prese fino allora. (...) Presi un foglio e scrissi: "Una guida mi ha abbandonato. Sono immerso nel buio. Da solo non riesco a fare un passo. Aiutami!".
Volevo mandare queste parole a Demian, ma vi rinunciai. Ogni qualvolta mi accingevo a farlo mi parevano balorde e insensate. Ma imparai a memoria questa breve preghiera e spesso la ripetevo tra me. Mi accompagnava di ora in ora. Così incominciai a capire che cosa sia la preghiera.


(Hermann Hesse; "Demian")

Il bene puro è inviato quaggiù dal cielo

(...) un poco di benessere, molta bellezza e la protezione da chi potrebbe fare loro del male; ovunque la limitazione rigorosa del tumulto delle menzogne, delle propagande e delle opinioni; l'instaurazione di un silenzio in cui la verità possa germogliare e maturare; ecco ciò che si deve agli uomini.
Per assicurare agli uomini tutto questo, si può contare solo sugli esseri passati dall'altra parte di un certo limite. Si dirà che sono troppo pochi. Probabilmente sono rari, eppure è impossibile contarli; la maggior parte di loro è nascosta. Il bene puro è inviato quaggiù dal cielo solo in quantità impercettibile, sia in ogni anima che nella società. "Il granello di senape è il più piccolo dei semi". Proserpina non ha mangiato che un solo chicco di melagrana. Una perla sepolta in un campo non è visibile. Nell'impasto non si distingue il lievito.
Ma come nelle reazioni chimiche i catalizzatori o i batteri, di cui il lievito è un esempio, alla stessa stregua nelle cose umane i granelli impercettibili di bene puro operano in maniera decisiva grazie alla loro sola presenza, e sono collocati là dove è necessario.


(Simone Weil; "La persona e il sacro")

giovedì 12 marzo 2026

Quando si parla del potere delle parole

Quando si parla del potere delle parole si tratta sempre di un potere illusorio ed erroneo. Ma per effetto di una disposizione provvidenziale vi sono alcune parole che, se ne viene fatto buon uso, hanno in se stesse la virtù d'illuminare e di sollevare verso il bene. Sono le parole alle quali corrisponde una perfezione assoluta e per noi inafferrabile. La virtù d'illuminazione e di trazione verso l'alto risiede in queste parole stesse, in queste parole in quanto tali, non in una concezione. Perché farne buon uso significa anzitutto non far loro corrispondere alcuna concezione. Ciò che esse esprimono è inconcepibile.
Fra queste parole vi sono Dio e verità. Così pure giustizia, amore, bene.
Tali parole sono pericolose da usare. Il loro uso è un'ordalia. Perché se ne faccia un uso legittimo, bisogna non rinchiuderle in una concezione umana e al tempo stesso congiungerle a concezioni e azioni direttamente ed esclusivamente ispirate alla loro luce.


(Simone Weil; "La persona e il sacro")

Abbi la cautela dei cristalli

(...)
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso.


(Mariangela Gaultieri)

Ester

venerdì 6 marzo 2026

Era come se in me si fosse aperta una finestra

(...) Era come se in me si fosse aperta una finestra nella quale s'insinuava la luce del mondo.


(Hermann Hesse; "Demian")

In ogni uomo vi è qualcosa di sacro

"Lei non m'interessa". Un uomo non può rivolgere queste parole a un altro uomo senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia. (...)
In ogni uomo vi è qualcosa di sacro. Ma non è la sua persona. E neppure la persona umana. È semplicemente lui, quell'uomo.
Ecco un passante: ha lunghe braccia, occhi celesti, una mente attraversata da pensieri che ignoro, ma che forse sono mediocri.
Ciò che per me è sacro non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui. Lui nella sua interezza. Braccia, occhi, pensieri, tutto. Non arrecherei offesa a niente di tutto questo senza infiniti scrupoli.


(Simone Weil; "La persona e il sacro")

Si chiamava Max Demian

Si chiamava Max Demian.
Un giorno, per non so quali ragioni, avvenne che, come capitava talvolta, la nostra aula dovesse accogliere anche un'altra classe. Era quella di Demian. Noi piccoli avevamo l'ora di storia sacra, i grandi dovevano svolgere un compito in classe. Mentre il maestro ci ficcava in testa la storia di Caino e Abele, guardavo spesso Demian il cui volto aveva un fascino particolare e vedevo quel viso, intelligente e insolitamente serio, chino sul lavoro e attento. Non aveva l'aspetto dello scolaro che fa un compito, ma quello dello studioso che insegue i suoi problemi. Non posso dire che mi piacesse, anzi provavo una certa avversione perché lo sentivo troppo gelido e superiore, troppo sicuro di sé e provocante, mentre i suoi occhi avevano l'espressione degli adulti (che ai piccoli non piace mai), un po' malinconica con lampi di ironia. Eppure volente o nolente ero costretto a guardarlo di continuo, ma appena lui mi rivolgeva lo sguardo, mi ritraevo intimidito. Se oggi ripenso alla sua figura di scolaro in quel tempo, posso dire che era diverso da tutti gli altri sotto ogni riguardo, con una sua personalità particolare, e perciò dava nell'occhio. Nello stesso tempo faceva di tutto per evitare di dar nell'occhio, si comportava come un principe travestito che in mezzo a ragazzi campagnoli si sforza in tutti i modi di sembrare uno di loro.


(Hermann Hesse; "Demian")

domenica 15 febbraio 2026

In verità l'albero è radicato nel cielo

Solo la luce che ininterrottamente discende dal cielo fornisce a un albero l'energia che fa penetrare a fondo nel terreno le possenti radici. In verità l'albero è radicato nel cielo.
Solo ciò che proviene dal cielo è in grado di imprimere realmente un marchio sulla terra.


(Simone Weil; "La persona e il sacro")

venerdì 13 febbraio 2026

...abbiamo nell'anima tutto ciò che mai è vissuto

Al nostro prossimo incontro l'organista mi diede una spiegazione.
"Noi tracciamo sempre troppo stretti i limiti della nostra personalità. Attribuiamo alla nostra persona soltanto ciò che ci appare individualmente diverso e differente. Ma noi, ognuno di noi, costa di tutto il complesso del mondo, e come il nostro corpo ha in sé le tavole genealogiche dello sviluppo su su fino al pesce e più indietro ancora, così abbiamo nell'anima tutto ciò che mai è vissuto in anime umane. (...)"


(Hermann Hesse; "Demian")

lunedì 26 gennaio 2026

...procedere a tentoni per la propria via

Come una fiamma tagliente m'investì a questo punto l'intuizione che ognuno ha un compito, ma nessuno quello che egli stesso ha potuto scegliere, circoscrivere e amministrare a volontà. È errato aspirare a nuovi dèi, assolutamente errato voler dare qualche cosa al mondo. Per gli uomini illuminati non esiste nessunissimo dovere, tranne uno: di cercare se stessi, di consolidarsi in sé, di procedere a tentoni per la propria via dovunque essa conduca. Ciò mi scosse profondamente e portò a questo risultato: molte volte avevo giocato con le visioni dell'avvenire, avevo sognato parti che mi potevano essere destinate, una parte di poeta o di profeta o di pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Io non ero al mondo per fare il poeta, per predicare o dipingere, né questi compiti erano assegnati ad altri. Tutto ciò è secondario. La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di arrivare a se stesso. Finisca poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente. Affar suo è trovare il proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto e senza fratture dentro di sé. Tutto il resto significa soffermarsi a metà, è un tentativo di fuga, è il ritorno all'ideale della massa, è adattamento e paura del proprio cuore. Terribile e sacra sorse davanti a me la nuova immagine mille volte intuita, forse già espressa, eppure soltanto ora vissuta. Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, e il mio compito consisteva unicamente nel lasciare che quel parto si evolvesse dal profondo, nel sentire dentro di me la sua volontà e nel farlo mio.
Avevo già assaporato molta solitudine. Ora ebbi l'impressione che ne esistesse una più profonda e fosse inevitabile.


(Hermann Hesse; "Demian")