martedì 9 aprile 2019

Chi invece guarda da dentro sa che tutto è nuovo

Profondità e superficie devono mescolarsi, al fine di generare nuova vita.
La nuova vita però non nasce al di fuori di noi, ma in noi stessi.
Gli eventi che in questi giorni si verificano fuori di noi
sono l'immagine che i popoli vivono nella realtà concreta
per lasciarla in eredità imperitura a epoche future,
affinché esse ne traggano insegnamenti per il proprio cammino,
allo stesso modo in cui noi abbiamo tratto insegnamento
dalle immagini che in precedenza gli antichi hanno vissuto concretamente per noi.
La vita non viene dalle cose, ma da noi.
Tutto ciò che accade fuori è già accaduto.
Perciò chi osserva l'evento da fuori
vede sempre soltanto ciò che è già stato e che è sempre uguale.
Chi invece guarda da dentro sa che tutto è nuovo.
Le cose che accadono sono sempre le stesse.
Non è sempre uguale invece la profondità creativa dell'essere umano.
Le cose di per sé non significano nulla,
assumono un significato soltanto dentro di noi.
Siamo noi a dare significato alle cose.
Il significato è ed è sempre stato artificiale. Siamo noi a crearlo.
Cerchiamo dunque in noi stessi il significato delle cose
affinché la via di quel che ha da venire possa palesarsi
e la nostra vita continui a scorrere.
Ciò di cui avete bisogno proviene da voi stessi, ed è il significato delle cose.
Il significato delle cose non è il senso che è loro proprio.
Questo senso si trova nei libri dotti. Le cose sono prive di senso.
Il significato delle cose è la via della redenzione che vi create voi stessi.
Il significato delle cose è la possibilità - creata da voi stessi -
di vivere in questo mondo.
Questo significato delle cose è il senso superiore
che non si trova nelle cose stesse e neppure nell'anima,
è piuttosto il Dio che sta tra le cose e l'anima,
il mediatore della vita, la via, il ponte, il passaggio.
Non avrei potuto vedere ciò che doveva venire,
se non avessi potuto scorgerlo in me stesso.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Il libro rosso")

sabato 30 marzo 2019

Quanto a me, ho cercato la libertà più che la potenza

C'è un punto solo nel quale mi sento superiore alla generalità degli uomini:
io sono più libero e, al tempo stesso, più sottomesso
di quel che non osino esserlo gli altri.
Quasi tutti ignorano del pari in che cosa consista
la loro autentica libertà e il loro vero servaggio.
Imprecano alle loro catene; a volte, si direbbe che se ne vantino.
D'altro canto, trascorrono il tempo in trasgressioni vane;
non sanno imporre a se stessi il giogo più lieve.
Quanto a me, ho cercato la libertà più che la potenza,
e quest'ultima soltanto perché, in parte, secondava la libertà.
Quel che m'interessava non era una filosofia dell'uomo libero
- mi hanno sempre tediato tutti, quelli che vi si provano -
ma bensì una tecnica:
volevo trovare la cerniera ove la nostra volontà s'articola al destino;
ove la disciplina, anziché frenarla, asseconda la natura.
Comprendimi bene:
qui non si tratta della dura volontà degli stoici, di cui tu ti esageri il potere,
e neppure di una qualsiasi accettazione, o di astratto diniego,
che offende le condizioni reali del nostro mondo che è pieno,
continuo, formato di sostanze e di corpi.
Io ho aspirato a una acquiescenza, a un consenso più segreto, più duttile.
La vita, per me, era un destriero, di cui si sposano i movimenti,
ma dopo averlo addestrato quanto meglio ci riesce.
Dato che in fin dei conti tutto consiste in un atto volitivo interiore
- lento, insensibile, tale da implicare l'adesione del corpo -
mi studiavo di raggiungere gradualmente
questa condizione di libertà, o di sottomissione,
quasi allo stato puro.


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")


sabato 23 marzo 2019

...da chi? come? quando?

- Garmisch Partenkirchen, 12 giugno 1926
 
(…) ma è meglio che io non pensi al tempo futuro -
altrimenti mi rabbuio, non vedo che angustie,
e mi viene una voglia matta di piantar tutto,
ambizione e il resto e prendere un treno qualunque per paesi molto lontani…
non sono naturalmente che vaghi sentimenti, neppure desideri,
ma sono indizi di questa noia
che ogni giorno sopporto e ogni giorno cresce -
certamente se fossi sano,
e non avessi questa mia gamba che mi impedisce tutto,
e dopo 500 metri di cammino mi fa desiderare
un letto nero e profondo come un precipizio,
se non avessi, dico, questa infermità (e ora che viene il caldo la sento ancor di più)
tutto sarebbe stato diverso
e io non avrei pensato neppure a scrivere romanzi -
ad ogni modo quel che è stato è stato -
meglio ora andare avanti per questa via che ho scelta -
dopo la partenza di mamma ebbi per altre ragioni
dei giorni molto peggiori:
il fatto è che quando non si vive ci si annoia
e quando si vive si soffre - questo è tutto -
(…) da chi? come? quando?
non so -
per ora mi trovo più isolato nel mondo
che non un selvaggio in un'isola del Pacifico…
 
 
(Alberto Moravia, Lettera ad Amelia Rosselli)

Suzanne Valadon


venerdì 1 marzo 2019

Risveglio

Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse
mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto
dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita
in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte.
Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino
mescola lo zucchero al caffè
con l'attenzione che aveva da scolaro
quando ritagliava dalla carta
file di bambini che si tengono per mano,
piccoli pesci che baciano l'aria.
 
 
(Pierluigi Cappello)

giovedì 28 febbraio 2019

L'Età dell'Oro dell'umanità

Di fronte a un mondo ormai privo di bellezza,
gli uomini ritornarono a tempi lontani,
all'antica Roma, quando il pensiero era aderente alla natura
e in ogni boschetto si celava un tempio
e gli dèi, meravigliose creazioni della fantasia umana,
altro non erano che esseri umani perfetti.
Dopo quest'epoca, il Rinascimento, l'umanità rimandò ai greci,
Rousseau predicò il ritorno alla natura
e i classicisti (come Schiller) il ritorno al grande astro di Omero.
Oggi noi vogliamo risalire ancora più indietro;
in quest'epoca affannata, ai nostri occhi inquieti si rivelano età in cui l'uomo
si sentiva in comunione con le nuvole e il sole, con il vento e la tempesta:
l'Età dell'Oro dell'umanità,
che ancora sporadicamente vediamo riflessa nei popoli primitivi
e il cui splendore aumenta quanto più ci avviciniamo
alle radici dell'albero genealogico delle razze attuali,
alle più antiche civiltà della storia: gli egizi e i babilonesi
e le tribù bibliche e più indietro ancora.
(…) io rintraccio l'origine dei sogni in influenze mitologiche antichissime.
In tutti noi giacciono assopiti ricordi subconsci
riconducibili ai nostri più remoti antenati; e questi la notte si ridestano
e cercano di compensare l'atteggiamento falsato
che noi uomini moderni abbiamo nei confronti della natura.
(…)
Ciò che durante il giorno precipita sotto la soglia della coscienza,
in noi come nei nostri progenitori, si ridesta nei sogni a una postuma realtà.
(…)
Del bisogno di religiosità e del fatto che essa sia un istinto umano primario
esistono numerose prove fin dagli albori dell'umanità.
Un tempo la sua soddisfazione faceva parte
della dieta psichica inconscia di ogni uomo; oggi deve passare allo stato conscio.
Al sentimento religioso deve fare appello il medico,
quando cerca di riavvicinare il paziente a se stesso,
per liberarlo da tutta la spazzatura psichica che gli è stata messa dentro,
per fare spazio al libero gioco della fantasia,
per coltivare le sue doti, palesi e nascoste, per ridargli equilibrio,
per guidarlo alla meta indicata dalla alte parole del poeta greco:
diventa ciò che sei.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Jung parla - interviste e incontri")

sabato 12 gennaio 2019

Dovete credermi, dunque, quando dico che non voglio criticare

Dovete credermi, dunque, quando dico che non voglio criticare,
che sto cercando di capire.
Molte cose che potrebbero dispiacermi
cessano di farlo quando ne comprendo la causa.
(…)
La malattia è la dolorosa testimonianza
di qualche conflitto in atto nel corpo e nell'anima.
Io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi;
perciò, quando si rivolgono a me,
mi limito al ruolo dell'ascoltatore.
Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva.
Devo liberarmi di ogni preconcetto,
evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale
che essi mi svelano.
A un certo punto del colloquio,
i pazienti incominciano a parlare di qualcosa che riesce loro difficile dire,
e allora diventa evidente dove sta il conflitto.
A volte si tratta di qualcosa di molto semplice e diretto,
un'idea sbagliata sulla vita,
che li tiene prigionieri
e impedisce loro di vivere appieno, e che ha persino dato origine
a un disturbo nervoso per segnalare la sua esistenza.
Se il paziente arriva a capire che il conflitto è reale, e drammatico,
e che tutti i suoi sforzi per eluderlo sono vani, oltre che indegni di lui,
allora io posso essergli di aiuto.
Allora la mia esperienza può essere posta al suo servizio.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Jung parla - interviste e incontri")

venerdì 28 dicembre 2018

Quando in un punto del suo giro

Quando in un punto del suo giro
un tram che viaggia in senso orario
sfiora per un istante uno di quelli
che viaggiano in senso antiorario
anche a noi passeggeri
dalle opposte destinazioni
càpita qualche volta di sfiorarci
con brevi occhiate da cui sbucano
malinconia e stanchezza
e un’ombra, solo un’ombra di pietà
simili a quelle che si scambiano
chi entra al Pini o in via Pace e chi ne esce
per pratiche attinenti
alla propria o all’altrui sopravvivenza.
 
 
(Giovanni Raboni)

O forse la felicità

O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda…
 
 
(Giovanni Raboni)