martedì 20 febbraio 2018

Secondo me i sogni sono natura...

Secondo me i sogni sono natura che non ha intenzioni ingannatrici,
ma esprime qualcosa come meglio può,
così come una pianta cresce
o un animale cerca il suo cibo come meglio possono.
Così anche gli occhi non vogliono ingannare,
ma forse ci inganniamo perché gli occhi sono miopi.
Oppure, sentiamo male perché le nostre orecchie sono piuttosto sorde,
ma non sono le orecchie che vogliono ingannarci.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

Forse - chissà? -

(...)
Per un po' di tempo avevo avuto in programma anche la lettura di Nietzsche,
ma esitavo a cominciare perché non mi ritenevo preparato abbastanza.
A quell'epoca i "competenti" studenti di filosofia ne discutevano molto,
per lo più in modo sfavorevole,
dal che dedussi che nelle alte sfere Nietzsche doveva incontrare molta ostilità.
L'autorità massima, ovviamente, era Jakob Burckhardt,
le cui varie critiche a Nietzsche erano ovunque oggetto di discussione.
Inoltre all'università c'erano persone
che avevano conosciuto direttamente il filosofo,
e riferivano ogni sorta di aneddoti sul suo conto, in genere poco lusinghieri.
Di costoro molti non avevano letto una riga di Nietzsche,
e perciò indugiavano a lungo sulle sue debolezze,
per esempio sulle sue arie da gentiluomo,
sul suo modo di suonare il pianoforte,
sulle sue esagerazioni stilistiche,
tutte manie che davano ai nervi della brava gente di Basilea.
Tutto ciò non mi avrebbe fatto certamente rinviare la lettura di Nietzsche,
anzi, costituiva lo stimolo più forte:
ma mi tratteneva il celato timore che potessi somigliargli,
almeno per quanto riguarda il "segreto" che lo aveva isolato dal suo ambiente.
Forse - chissà? -
aveva avuto esperienze interiori, intuizioni,
che aveva tentato di comunicare senza successo,
e aveva scoperto che nessuno lo capiva.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

lunedì 12 febbraio 2018

Dov'è il pericolo, c'è anche la salvezza

"Dov'è il pericolo, c'è anche la salvezza":
queste parole di Hölderlin mi vennero spesso in mente in situazioni del genere.
La salvezza sta nella nostra capacità di portare i bisogni inconsci alla coscienza,
con l'aiuto degli avvertimenti datici dai sogni.
Questi mostrano che c'è in noi qualche cosa
che non si limita a soggiacere passivamente all'influenza dell'inconscio,
ma che anzi tende ansiosamente a incontrarlo, identificandosi con l'ombra.
(...)
Nella struttura psichica vivente nulla ha luogo in modo meccanico,
ma secondo l'economia dell'intero e si adatta a esso;
vale a dire che tutto ha un fine e un significato,
significato che la coscienza - non avendo una visione dell'insieme -
di solito non riesce a comprendere.
Perciò dobbiamo per prima cosa contentarci di constatare il fatto,
e poi sperare che il futuro e le ulteriori ricerche trovino la risposta
e ci dicano che significhi questo scontro con "l'ombra del Sé".
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

Tutto dipendeva dal riuscire a tenere in vita questa piccola luce

A quell'epoca, all'incirca,
feci un sogno che m'intimorì e mi incoraggiò al tempo stesso.
Era notte, in un posto sconosciuto,
e camminavo lentamente e con fatica contro un forte vento.
Dappertutto intorno v'era una fitta nebbia.
Con le mani facevo schermo a un fievole lume
che minacciava di spegnersi a ogni momento:
tutto dipendeva dal riuscire a tenere in vita questa piccola luce.
Improvvisamente avevo la sensazione
che qualcuno stava sopraggiungendo alle mie spalle,
mi voltavo, e vedevo una figura nera, gigantesca, che mi seguiva.
Ma al momento stesso avevo coscienza, nonostante il mio terrore,
di dover salvare la piccola luce tutta la notte e nel vento, senza badare al pericolo.
Quando mi svegliai capii subito di aver visto uno "spettro del Brocken",
la mia propria ombra nel turbinio della nebbia,
evocata dalla piccola luce che portavo; mi resi conto, anche,
che questa piccola luce era la mia coscienza, la sola luce che avessi.
La mia coscienza è l'unico tesoro che posseggo, e il più grande:
per quanto piccolo e fragile di fronte ai poteri delle tenebre,
è tuttavia una luce, la mia sola luce.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

venerdì 9 febbraio 2018

Non sapevo più chi fosse più importante...

Alla fine della vacanza mio padre venne a prendermi,
e viaggiammo insieme fino a Lucerna, dove,
con mia grande gioia, salimmo su un battello a vapore.
Non ne avevo mai visti.
Non potevo saziarmi di seguire il movimento delle macchine;
a un tratto fu annunciato che eravamo arrivati a Vitznau.
Il villaggio era dominato da un'alta montagna,
e mio padre mi disse che era il Rigi,
e che una ferrovia, cioè una funicolare portava lassù.
Andammo in una stazioncina, e lì vidi la più strana locomotiva del mondo,
con la caldaia verticale, ma inclinata; e anche i sedili nel vagone erano inclinati.
Mio padre mi mise in mano un biglietto e disse:
"Puoi andare sulla cima da solo; io resterò qui,
per due persone costa troppo. Sta attento a non cadere".
Ero senza parole per la felicità.
Eccomi ai piedi di questa maestosa montagna,
la più alta che avessi mai visto,
molto simile alle favolose cime ardenti della mia lontana infanzia!
Ormai, infatti, ero quasi un uomo.
Per questa gita mi ero comprato io stesso un bastoncino di canna di bambù
e un berretto da fantino all'inglese:
come si conviene a uno che viaggiava per il mondo!
E adesso, dovevo salire su questa enorme montagna!
Non sapevo più chi fosse più importante, se io o lei!
Con tremendi sbuffi e scossoni la locomotiva si scosse
e cominciò ad arrampicarsi verso altezze vertiginose,
dove abissi e paesaggi sempre mutevoli si spalancarono ai miei occhi,
finché alla fine giunsi sulla cima, e lì,
in quell'aria insolitamente leggera, contemplai inimmaginabili lontananze.
"Si, è questo il mio mondo" pensai
"il vero mondo, quello segreto, dove non vi sono insegnanti,
scuole, problemi insolubili, dove uno può essere senza aver nulla da chiedere."
Seguivo con attenzione il sentiero, perché tutt'intorno vi erano terribili precipizi.
Tutto era molto solenne,
e avvertivo la necessità che lassù si fosse gentili e silenziosi,
perché si era nel mondo di Dio. Lì quel mondo era fisicamente presente.
Questo fu il migliore e il più prezioso regalo che mio padre mi avesse mai fatto.
L'impressione che ricevetti da questa gita fu così profonda,
che nessun ricordo mi è più rimasto di ciò che avvenne in seguito.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

La Nuit


mercoledì 17 gennaio 2018

Participation mystique

Anch'io posseggo questa natura arcaica,
e in me si combina col dono - non sempre piacevole -
di vedere la gente e le cose come sono realmente.
Posso farmi ingannare per un pezzo,
quando non voglio riconoscere qualcosa,
eppure in fondo so benissimo come le cose stiano realmente.
A tal riguardo sono un po' come un cane:
gli si possono giocare dei tiri, ma alla fine il suo fiuto non l'inganna.
Questo "intuito" dipende dall'istinto
o da una "participation mystique" con gli altri,
come se l' "occhio interiore" vedesse con un atto di percezione impersonale.
 
 
(Carl Gustav Jung; " Ricordi, sogni, riflessioni")

martedì 16 gennaio 2018

È stato molto tempo fa

È stato molto tempo fa, e ora
non so più nulla di lei che una volta
era tutto.
Ma tutto
passa.
 
 
(Bertolt Brecht, 1920)

Le Poesie

Son simili a finestre istoriate
le Poesie: finestre che, guardate
da la piazza a la chiesa, apron sui muri
una fila di buchi nudi e scuri.
E le guarda così la buona gente,
e dice poi che non ci vede niente.
Ma su, una volta alfine, penetrate
per la porta nel tempio, e là guardate!
Ecco, figure e scene, e cielo e mare,
tutto nei vetri luminoso appare.
Creature di Dio, semplici e liete,
gli occhi allegrate e l'anima pascete!
 
 
(Wolfgang Goethe)

sabato 13 gennaio 2018

...involontariamente chiamai questa visione preghiera

Là mi penetrarono l'anima gli occhi della Regina celeste
che scendeva dal cielo con il Bambino eterno.
C'era in essi la smisurata forza della purezza
e del sacrificio accettato con preveggenza,
la conoscenza della sofferenza e la disponibilità ad offrirsi volontariamente,
e quella reale disposizione al sacrificio si vedeva negli occhi,
non infantili, del Bambino.
(...)
Non era un'emozione estetica, era un incontro, una nuova conoscenza, un miracolo.
Io (allora marxista) involontariamente chiamai questa visione preghiera.
 
 
(Michail Bulgakov)