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sabato 25 aprile 2026

...tu sei un brano del mio destino

Sempre più presi l'abitudine di tracciar linee col pennello sognante e di coprire superfici, senza modello, risultanti dall'incosciente e da quel mio andare a tentoni. Un giorno, quasi senza volere, tracciai finalmente un viso che mi parve più eloquente dei precedenti. Non era il viso di quella fanciulla e non voleva neanche esserlo. Era un'altra cosa, un che di irreale, ma non per questo meno prezioso. Pareva più una testa di ragazzo che di fanciulla, i capelli non erano biondi come quelli della mia bella, ma castani con una sfumatura di rosso, il mento era forte e saldo, le labbra rosse e floride e l'insieme un po' legnoso come una maschera, ma pieno di vita segreta e impressionante.
L'opera compiuta mi fece una strana impressione. Mi sembrava una specie di figura divina o di maschera sacra, mezzo maschile, mezzo femminile, senza età, volitiva quanto sognante, rigida quanto segretamente viva. Quel viso mi diceva qualcosa, era roba mia, esprimeva qualche postulato. E assomigliava a qualcuno, ma non sapevo a chi. Quella figura accompagnò a un tratto tutti i miei pensieri e partecipò della mia vita. La tenevo nascosta in un cassetto perché nessuno potesse impadronirsene e farsi beffe di me. Ma non appena ero solo nella mia cameretta tiravo fuori l'immagine e conversavo con essa. La sera l'attaccavo con uno spillo di fronte a me alla tappezzeria sopra il letto, la guardavo finché prendevo sonno e la mattina le dedicavo il primo sguardo.
Proprio allora ripresi a sognare come avevo fatto da piccolo. Mi pareva di non aver più sognato per anni e anni. Ora i sogni ritornavano con nuove immagini dalle quali emergeva spesso il mio quadretto vivo e parlante, ostile o amico, certe volte deformato in una smorfia, certe altre infinitamente bello, nobile e armonioso.
E una mattina, destandomi da quei sogni, lo riconobbi. Mi guardava con un'aria ben nota e mi chiamava per nome. Pareva mi conoscesse come una madre e mi guardasse sempre. Con un gran batticuore contemplai il foglio, quei capelli castani e fitti, le labbra quasi femminili, la fronte alta singolarmente chiara, e sempre più mi accorsi di riconoscere, di ritrovare, di sapere.
Balzai dal letto, mi misi davanti a quel viso per guardarlo da vicino, fissandolo negli occhi spalancati, fermi, verdastri, il destro dei quali era un po' più alto del sinistro. Ed ecco, a un tratto quell'occhio destro ebbe un fremito leggero ma percettibile, e in quel fremito riconobbi l'immagine. Come avevo potuto tardare tanto a capire? Era il viso di Demian.
Più tardi confrontai spesso il mio dipinto coi lineamenti veri di Demian che conservavo nella memoria. Non erano affatto i medesimi, benché fossero simili. Eppure era Demian.
Una sera di prima estate il sole entrava rosso e obliquo dalla mia finestra rivolta a occidente. La camera era nella penombra. In quel momento mi venne l'idea di attaccare l'immagine di Beatrice o Demian con uno spillo al telaio della finestra e di vedervi l'effetto del sole in trasparenza. Il viso sfumò senza contorni, ma gli occhi arrossati intorno intorno, lo splendore della fronte e le labbra d'un rosso violento emersero ardenti dalla superficie. Stetti a guardare quando la luce era già spenta. E a poco a poco mi accorsi che quello non era Beatrice né Demian, ma... io stesso. L'immagine non mi somigliava (capivo che non doveva neanche somigliare) ma era ciò che costituiva la mia vita, era il mio cuore, il mio destino o il mio demone. Quello sarebbe stato l'aspetto di un amico se un giorno ne avessi trovato uno. Sarebbe stato l'aspetto della mia amante, se un giorno ne avessi avuto una. Così sarebbe stata la mia vita, così la mia morte: era il suono e il ritmo del mio destino.
Durante quelle settimane avevo incominciato la lettura di un libro che mi impressionò più di ogni altro che avessi letto prima. Anche in seguito trovai raramente libri così profondi: forse soltanto quelli di Nietzsche. Era un volume di Novalis con lettere e sentenze che in gran parte mi furono incomprensibili, ma nel loro complesso mi afferrarono in un modo inaudito. Ora mi venne in mente una di quelle sentenze e la scrissi a penna sotto il ritratto: "Destino e animo sono nomi di un unico concetto". Ora avevo capito.
Incontrai ancora molte volte la fanciulla che chiamavo Beatrice. Non provavo alcuna commozione, ma sempre una dolce concordanza, un istintivo presentimento: tu sei legata a me, ma non tu, soltanto la tua immagine: tu sei un brano del mio destino.


(Hermann Hesse; "Demian")

domenica 26 aprile 2015

Sono bruciato vivo, ma resto invincibile

Talvolta, dopo aver ricevuto qualche tua lettera, ho l'impressione di essere con te e mi trovo in tale disposizione d'animo che non mi sembra di risponderti per scritto, ma a voce. Orbene, del quesito che mi poni parlerò con te, per così dire, come in un colloquio: esaminiamo assieme di che si tratta. Mi chiedi se ogni bene sia augurabile. "Se è un bene" tu dici "sopportare coraggiosamente la tortura e subire da eroe il supplizio del fuoco e soffrire con rassegnazione una malattia, ne consegue che codeste iatture siano augurabili, però fra queste non ne vedo alcuna che meriti di essere desiderata. Per lo meno fino a questo momento non conosco nessuno che abbia sciolto un voto per essere stato straziato dai colpi di frusta o contorto dalla gotta o 'allungato' sul cavalletto". Considera queste cose, caro Lucilio, con occhio critico e ti renderai conto che in esse c'è qualcosa di desiderabile. Vorrei proprio fare a meno della tortura, ma se dovrò affrontarla, mi augurerò di comportarmi in mezzo ai tormenti come un uomo forte, di nobile sentire, coraggioso.
(...) Quando un uomo soffre coraggiosamente i tormenti, mette in pratica tutte le virtù. Forse quella più a portata di mano e la più evidente è la capacità di resistenza, ma qui opera la fortezza d'animo, di cui la capacità di resistere, la sopportazione perseverante e l'accettazione del dolore sono ramificazioni; qui opera la lungimiranza, senza la quale non si prende alcuna decisione, ed essa ti induce a sopportare con il massimo coraggio possibile ciò che non puoi evitare; qui opera la costanza che non può essere abbattuta dalle sue posizioni e non rinuncia ai suoi ideali, nonostante ogni coercizione; qui opera l'indivisibile corteggio delle virtù, in grazia del quale ogni nobile azione è compiuta da una virtù sola, ma per deliberazione dell'assemblea. Orbene, ciò che ha l'approvazione di tutte le virtù è desiderabile, anche se sembra messo in atto da una sola. E allora? Credi che siano auspicabili soltanto quei beni che ci provengono dal piacere e dallo svago, che si ricevono a porte inghirlandate? Ve ne sono alcuni che hanno un volto austero e ci sono voti la cui realizzazione viene celebrata non da una folla di persone che si congratulano, ma che assumono un atteggiamento di adorazione e di profondo rispetto. Non credi che Regolo abbia desiderato in un simile contesto raggiungere Cartagine? Entra nello stato d'animo di questo eroe e scostati un poco dalle opinioni del volgo. Cogli nella misura che tu devi l'aspetto di codesta virtù meravigliosa e sommamente grande, che dobbiamo onorare non con l'incenso e corone, ma con sudore e sangue. Considera Marco Catone mentre accosta a quel suo petto sacrosanto le mani incontaminate e allarga le ferite assestate poco profondamente. Quale delle seguenti espressioni gli rivolgeresti: "Vorrei che tutto fosse come tu vuoi", o "Ne sono addolorato", oppure "Consegue questa tua azione il massimo successo"? A questo punto mi viene in mente il nostro Dementrio, che definisce "mare morto" una vita senza preoccupazioni e senza alcun attacco dalla Fortuna. Non avere nulla che ti desti dal torpore, che ti stimoli, nulla per cui tu possa mettere alla prova la saldezza del tuo animo con la forza delle sue minacce e dei suoi assalti, ma restare inerte in un riposo che da nulla è scosso, non è tranquillità, è bonaccia. Attalo, lo stoico, soleva dire: "Preferiamo che la Fortuna mi abbia nel suo accampamento piuttosto che tra le mollezze. Subisco la tortura, ma coraggiosamente: questo è vero bene". Ascolta Epicuro, dirà anche: "Questo è piacevole". Io, però, a una cosa così nobile e austera non darò mai un nome sdolcinato. Sono bruciato vivo, ma resto invincibile: perché ciò non dovrebbe essere desiderabile? Non in quanto il fuoco mi arde, ma perché non mi vince. Nulla si può anteporre alla virtù, nulla è più bello, e buono e auspicabile è tutto ciò che si porta avanti per suo volere. Stammi bene.


(Seneca; "Lettere a Lucilio")

domenica 9 novembre 2014

Alfabeto del mondo

Invano mi attardo a decifrare
l'alfabeto del mondo.
Leggo nelle pietre un oscuro singhiozzo,
echi soffocati tra torri e palazzi,
grazie al tatto indovino la terra
piena di fiumi, paesaggi e colori,
ma quando li copio mi sbaglio sempre.
Per scrivere devo aggrapparmi a una linea
sul libro dell'orizzonte.
Disegnare il miracolo di quei giorni
che galleggiano avvolti nella luce
e si liberano in canti di uccelli.
Quando in strada gli uomini che oscillano
dal rancore alla fatica, cavillosi,
mi si rivelano più che mai innocenti.
Quando il baro, il furfante, l'adultera,
i martiri dell'oro o dell'amore
sono soltanto segnali che non ho saputo leggere,
che ancora non riesco ad annotare nel mio quaderno.
Quanto vorrei che almeno per un istante
questa pagina febbricitante di poesia
incidesse ogni lettera nella sua trasparenza:
la o del ladro, la t del santo
il gotico dittongo del corpo e del suo desiderio,
con la stessa scrittura del mare sulle sabbie,
la stessa cosmica pietà
che la vita distende davanti ai miei occhi.


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En vano me demoro deletreando
el alfabeto del mundo.
Leo en las piedras un oscuro sollozo,
ecos ahogados en torres y edificios,
indago la tierra por el tacto
llena de ríos, paisajes y colores,
pero al copiarlos siempre me equivoco.
Necesito escribir ciñéndome a una raya
sobre el libro del horizonte.
Dibujar el milagro de esos días
que flotan envueltos en la luz
y se desprenden en cantos de pájaros.
Cuando en la calle los hombres que deambulan
de su rencor a su fatiga, cavilando,
se me revelan más que nunca inocentes.
Cuando el tahúr, el pícaro, la adúltera,
los mártires del oro o del amor
son sólo signos que no he leído bien,
que aún no logro anotar en mi cuaderno.
Cuánto quisiera al menos un instante
que esta plana febril de poesía
grabe en su transparencia cada letra:
la o del ladrón, la t del santo
el gótico diptongo del cuerpo y su deseo,
con la misma cósmica piedad
que la vida despliega ante mis ojos.


(Eugenio Montejo)