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martedì 16 gennaio 2018

È stato molto tempo fa

È stato molto tempo fa, e ora
non so più nulla di lei che una volta
era tutto.
Ma tutto
passa.
 
 
(Bertolt Brecht, 1920)

martedì 11 agosto 2015

Come fare per dirle che di molti suoi sonetti sono innamorato?

-Genova, 5 giugno 1907

Le giuro, cara Signorina, che non conosco nella letteratura muliebre italiana, presente e passata, opera di poesia paragonabile alla sua. (...) Organica è tutta l'opera sua: a qualunque pagina si apra il volumetto, si sente il profumo dello stesso giardino; il giardino dove Lei procede conducendo per mano la teoria delle compagne. E il lettore ha l’impressione di essere per qualche istante ammesso in un giardino claustrale: ad ogni svolto di sentiero, fra i cespi di gigli e gli archi de’ rosai, una nuova coorte di vergini si fa innanzi cantando una nuova sorta di martirio o di speranza. Ella compie nel suo libro, Egregia Guglielminetti, quasi un vergiliato, e conduce il lettore attraverso i gironi di quell'inferno luminoso che si chiama verginità. (...) L’avrà notato anche Lei. Ci si commuove di più, si è quasi più indulgenti di benevolenza pietosa alle vicende di un adulterio che non alle fortune di un idillio verginale. La letteratura vuole così: e la letteratura è quella che foggia la vita. Ora il suo grido, Amica, era necessario per risollevare le figure delle vergini amanti; ed era necessario un temperamento come il suo, educato all'arte severamente, per poter innalzare un canto degno ed efficace. (...) La sua voce si distingue fra tutte; è di un timbro diverso, nuovissimo: e tutti si fermeranno incuriositi perplessi dapprima, riconoscenti ammirati poi. (...) Ma come fare per dirle che i suoi versi mi sono piaciuti? Si dice così anche quando non è vero. Come fare per dirle che di molti suoi sonetti sono innamorato? Lei non sa, Egregia, che cosa significhi per me l’essere innamorato d'una poesia? Significa questo: averne la presenza nel cervello, con una dolcezza quasi importuna, sentirne pulsare il ritmo di continuo nelle cose più diverse e più bizzarre: nel mare, nel treno, nel ticchettio dell’orologio, nel soffiare del vento fra i palmizi, nel contare le goccie di creosoto, nel tinnire delle posate, nel gridio de’ bimbi... Proprio! E molti dei suoi sonetti mi perseguitano. Mi balza alla mente una quartina, due: mi abbandono a quella dolcezza: la memoria ad un tratto s’arresta e il piacere del sogno si stronca a metà. Facciamo un esperimento? Ecco: il suo libro è chiuso, sulla tovaglia (Le scrivo sul tavolo da pranzo, sotto la veranda), un sonetto mi balza improvviso del quale non so il titolo. Questo:

Piangere piano piano con la faccia
contro la vostra spalla vorrei bene
quasi una bimba che non più sostiene
il segreto che l'arde o che l'agghiaccia,
e restare così...

Poi non ricordo più nulla sino al verso

dolce allor mi sarebbe all'improvviso
ritrovare il mio spirito sereno,
rialzarmi e fuggir, squillando un riso.

Poi - ecco - riapro il volume, cerco il sonetto, lo trovo: «un desiderio» e la lettura me ne dà una delizia indicibile, perché tutto il mio spirito è pronto a riceverlo. Mi sono bene spiegato?


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

lunedì 16 marzo 2015

La stanchezza è venuta a farmi rinsavire

Tutta la mattina - sensazioni bizzarre: voglia di rivelarmi, di fare progetti, di decidere, di lavorare. Delirio, slanci, ebrezza, benessere indomabile. Per fortuna, la stanchezza è venuta a farmi rinsavire, a richiamarmi all'ordine, al nulla di ogni minuto.


(Emil Cioran)

venerdì 3 ottobre 2014

Il volto nuovo

Che un giorno io avessi
un riso
di primavera - è certo;
e non soltanto lo vedevi tu, lo specchiavi
nella tua gioia:
anch'io, senza vederlo, sentivo
quel riso mio
come un lume caldo
sul volto.

Poi fu la notte
e mi toccò esser fuori
nella bufera:
il lume del mio riso
morì.

Mi trovò l'alba
come una lampada spenta:
stupirono le cose
scoprendo
in mezzo a loro
il mio volto freddato.

Mi vollero donare
un volto nuovo.

Come davanti a un quadro di chiesa
che è stato mutato
nessuna vecchia più vuole
inginocchiarsi a pregare
perché non ravvisa le care
sembianze della Madonna
e questa le pare
quasi una donna
perduta -

così oggi il mio cuore
davanti alla mia maschera
sconosciuta.


(Antonia Pozzi)

venerdì 8 agosto 2014

La porta che si chiude

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.


(Antonia Pozzi)