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martedì 24 gennaio 2023

...e io?

Io: "Che cosa l'ha interessato di più al cinematografo?".
Lui: "Si vedono pezzi di bravura d'ogni genere. C'era uno che camminava sui muri delle case, un altro si portava la testa sotto il braccio. Un altro ancora rimaneva persino in mezzo al fuoco senza bruciarsi. Sì, è davvero notevole quello che la gente riesce a fare".
È questo che il tipo chiama "stimolo intellettuale"! Certo, sembrano proprio prodezze notevoli: non c'erano anche dei santi che si portavano la testa sotto il braccio? E san Francesco e sant'Ignazio non sono forse levitati da terra?... E i tre uomini nella fornace ardente? Non sarà un'idea blasfema considerare gli Acta sanctorum come un cinematografo storico? Ah, i miracoli del giorno d'oggi sono semplicemente un po' meno mitici e più tecnici. Osservo con tenerezza il mio compagno... Lui sta vivendo la storia universale... e io?


(Carl Gustav Jung; "Il libro rosso")

lunedì 26 novembre 2018

La notte bianca

Un'epoca lontana in sogno mi riappare,
la casa nel quartiere Pietroburgo.
Figlia d'una modesta proprietaria della steppa
tu sei all'istituto, tu, nativa di Kursk.
 
Sei carina e hai molti ammiratori.
In questa notte bianca noi due insieme,
rincantucciati sul tuo davanzale,
guardiamo giù da questo grattacielo.
 
Il mattino ha lambito col suo primo tremito
i lampioni, come farfalle di gas.
Ciò che sottovoce vado raccontandoti
somiglia tanto alle lontananze addormentate.
 
E noi siamo in preda a una medesima
trepidante dedizione al mistero,
come Pietroburgo col suo panorama
che si stende oltre la Neva sconfinata.
 
Laggiù, lontano, dietro impenetrabili confini,
in questa notte bianca di primavera,
con uno strepito d'inni gli usignoli
fanno echeggiare i limiti dei boschi.
 
Il frenetico trillo dilaga.
La voce del minuto, gracile uccellino
eccita all'entusiasmo e allo scompiglio
nella profondità della foresta incantata.
 
In quei posti, scalza viandante,
penetra la notte lungo lo steccato,
e dietro lei dal davanzale si trascina
l'orma del discorso origliato.
 
Fra gli echi di quel discorso sorpreso,
nei giardini recinti d'assicelle
i rami dei meli e dei ciliegi
si vestono d'un colore bianchiccio.
 
E, come fantasmi, gli alberi
si riversano bianchi in folla sulla strada,
facendo come cenni d'addio
alla notte bianca che così tanto ha visto.
 
 
(Boris Pasternak)

lunedì 8 agosto 2016

Ogni cosa, accadendo, si faceva ricordo

Ogni cosa, accadendo, si faceva ricordo, perché accadeva dentro di me prima che fuori.


(Cesare Pavese)

venerdì 29 novembre 2013

Il pianto della scavatrice

Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
    
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
    
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
    
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
    
Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
    
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;
    
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
    
fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
    
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
    
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
    
lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -
    
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa
    
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.


(Pier Paolo Pasolini)

lunedì 4 novembre 2013

Ho un gran bisogno di calma e di raccoglimento

(...) Io ho preferito rimanere a casa; ho un gran bisogno di calma e di raccoglimento: non so se la zia Luisa ti abbia detto che dispiacerone mi sia capitato addosso, d’improvviso, qualche settimana fa. Non te lo vorrei neppure raccontare, perché sono sicura che immantinente tu mi cominci a fare l’olio, e allora gli occhiali ti si appannano e ti scivolano sul naso; ma sono ancora tanto triste e non ho altro sfogo che raccontare il mio dolore a chi lo sa capire; che parlare di quello che è stato, di quello che è, di quello che vorrà essere; che parlare un po’ del mio Maestro che mi hanno portato via! Pensa che una mattina apro il giornale e, nella lista dei trasferimenti dei professori, il primo nome, dico il primo, che mi salta all’occhio è quello del professor “Cervi Antonio Maria, da Milano a Roma”. É stato atroce: non ho saputo che piangere, e piangere, e piangere per due giorni che sono finora i più bui ch’io abbia avuti nella mia vita. Ho imparato che cosa sia il dolore. Tu non immagini che cosa fosse lui per me. Io avevo avuto la fortuna di incontrarlo nell’età inquieta in cui tutto il nostro essere sboccia e anela alla vita, in cui ogni influenza esterna lascia nell’anima una traccia indelebile, in cui ci torturiamo ricercando l’inizio della nostra via e l’indirizzo del nostro cammino nel mondo. Egli era, o meglio, è, uno spirito come pochi, come nessuno se ne può trovare. Una gran fiamma dietro una grata di nervi; un’anima purissima anelante a sempre maggior purezza, destinata purtroppo a inaridirsi sola, in una sete inesauribile di sapere, di perfezione, di luce; uno studioso dalla cultura sterminata, dalla memoria prodigiosa, dalla volontà ferrea che gli faceva passare la vita nella penombra delle biblioteche, chino sulle più ardue pagine di filosofia; un insegnante tutto ardore ed entusiasmo per la scuola, tutto affetto fraterno per gli scolari; un povero figliolo che, a vent’anni, si è veduto morire sul Grappa il fratello maggiore, e poco dopo il padre, e si è trovato solo in pensione, che porta anche con la neve il soprabito di primavera con le tasche rotte, e che pure era sempre allegro con noi come un bambino e ci elettrizzava tutti con il suo fuoco inesauribile… Con la parola e con l’esempio egli mi ha dato uno scopo e una fede; mi ha insegnato a guardare più in alto e più lontano; mi ha additato la via per diventare più buona. Anche nel dolore di vedermi tolta così bruscamente la sua guida immediata, ricorro per conforto ai suoi insegnamenti; so che il dovere che mi resta è uno solo: studiare; e non tradire il suo consiglio; ed anelare, sempre, con tutta l’anima, a quella "luce" ch’egli mi ha insegnato a cercare...


(Antonia Pozzi; Lettera alla nonna Nena - 21 agosto 1928)

martedì 1 ottobre 2013

Nel paese che mi somiglia

Nel paese che mi somiglia ardo solitaria.
Nessuno mi ha invitata al viaggio; allora giungo e
riparto.
Le vene sopportano tanta silenziosa voluttà,
favole dolci fingendosi d’amore, d’amore
per cui si muore.
Nel paese che mi somiglia.



(Sibilla Aleramo)

domenica 22 settembre 2013

Se otterrò qualcosa di positivo

Se otterrò qualcosa di positivo non so dire, preferisco comunque che mi manchi il successo invece della fiducia.


(Seneca; "Lettere a Lucilio")