mercoledì 20 settembre 2017

...ma una volta partita la mente non si ferma più

...ma una volta partita la mente non si ferma più;
cammino inventando le frasi,
mi siedo componendo delle scene;
sono in breve nel bel mezzo della più grande estasi che conosca.


(Virginia Woolf; "Diari" - sabato 22 ottobre 1927)

Fisicamente è come un'onda dolorosa che sale intorno al cuore

Mi sono svegliata forse alle tre.
Oh sta cominciando, sta venendo - l'orrore -
fisicamente è come un'onda dolorosa che sale intorno al cuore
- sballottandomi. Sono infelice, infelice!
A terra - Dio, vorrei essere morta. Ma perché mi sento così?
Lasciatemi vedere l'onda che mi solleva.
Guardo. Vanessa. Bambini. Fallimento.
Si, lo vedo. Fallimento fallimento. (l'onda si alza.)
Oh hanno riso della mia preferenza per la vernice verde!
L'onda si schianta. Vorrei essere morta!
Ho soltanto ancora pochi anni da vivere, spero.
Non riesco più ad affrontare quest'orrore
- (ora l'onda si abbassa su di me).
La cosa si ripete, parecchie volte, con varianti di orrore.
Poi, nel momento della crisi, invece di continuare intensamente,
il dolore si fa piuttosto vago.
Sonnecchio. Mi sveglio di soprassalto.
L'onda, di nuovo!
Il dolore irrazionale; la sensazione di fallimento;
di solito qualche incidente specifico,
come per esempio la mia preferenza per la vernice verde,
o un vestito nuovo da comprare
o l'invito a Dadie per il fine settimana, e tutto ricomincia.
Alla fine dico, osservando quanto più equamente posso:
Ora su, fa una sforzo. Basta così. Ragiono.
Faccio un censimento della gente felice e di quella infelice.
Raccolgo tutte le forze per respingere per rovesciare per abbattere.
Comincio a marciare ciecamente in avanti.
Sento cadere gli ostacoli. Mi dico che non importa.
Niente è importante.
Mi irrigidisco, mi metto diritta e mi riaddormento,
mi sveglio per metà e sento l'onda iniziare
e osservo la luce che biancheggia e mi chiedo come, questa volta,
la colazione e la luce del giorno la sconfiggeranno;
e poi sento L. nel corridoio e fingo, per me stessa oltre che per lui,
una grande allegria; e in genere sono allegra quando ho finito di far colazione.
Lo conoscono tutti questo stato d'animo?
Perché ho così poco autocontrollo?
Non va a mio onore, non è simpatico.
È motivo di molto spreco e pena nella mia vita.


(Virginia Woolf; "Diari" - mercoledì 15 settembre 1926)

mercoledì 6 settembre 2017

Foglie

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.


(Giorgio Caproni)
da PensieriParole da PensieriParole

Senza esclamativi

Com'è alto il dolore. 
L'amore, com'è bestia. 
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti 
monumenti di vuoto. Vuoto 
del grano che già raggiunse 
(nel sole) l'altezza del cuore.


(Giorgio Caproni)

martedì 5 settembre 2017

Non era troppo tardi

Borgate in cima a qualche poggio si sporgevano,
evocando il medio evo colle loro cinte merlate,
colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo.
La campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei;
in certi giorni il silenzio imperava, strano e dolce,
in certi altri sembrava che ogni filo d'erba, ogni goccia d'acqua
affermasse la sua vita come un sussurro,
e l'aria popolata di suoni diveniva come sensibile.
Le linee del paesaggio m'erano famigliari da tanti anni:
come nell'epoca della fanciullezza,
io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi agli occhi,
non cercavo il segreto dell'armonia che m'inteneriva o m'esaltava,
che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza,
che m'identificava a sé.
Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso e semplice,
e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore.
Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra,
venivano finalmente integre e lucide,
capaci di significare il pianto, il sorriso, l'amore, la morte.
Non era troppo tardi.
Il mio passato m'appariva ormai
come ordinato da un volere spietatamente saggio.
Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la preparazione dell'avvenire?


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

mercoledì 16 agosto 2017

La vita le aveva chiesto forza

Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell'effusione.
Era passata nella vita incompresa da tutti:
fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata
e nello stesso tempo inetta,
benché fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliolanza.
Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti,
antipatici allo sposo.
Credente, forse con un misticismo scoraggiante,
e senza gusto per le pratiche del culto,
la religione non l'aveva sollevata da un solo dolore.
Di fantasia viva e calda e di gusto fine,
non però s'era mai applicata a nessuna arte,
e nessuna manifestazione del genio le aveva suscitato uno speciale fascino
traendola fuor di sé stessa per qualche istante.
Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada.
E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali...
Povera, povera anima!
Non le erano valse la bellezza, la bontà, l'intelligenza.
La vita le aveva chiesto forza: non l'aveva.


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

...tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso

L'ultimo pomeriggio passato in montagna,
mi è rimasto impresso nella memoria visiva
in maniera singolare per me
che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi,
dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè,
do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede
nell'attimo in cui l'accolse in sé,
lo sentì cornice ai propri sentimenti.
Mi rivedo per l'ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo,
discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco.
L'atmosfera era grigia ed umida.
Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria;
tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso.
Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea,
che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori
che la Terra proteggeva con austero amore?
Per la prima volta forse in vita mia
abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale.
Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi,
che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l'Umanità in viaggio,
l'Umanità senza mèta e pur accesa d'ideale:
l'Umanità schiava di leggi certe,
e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle,
a rifarsi una esistenza superiore a quelle...
Quel dì appunto avevo terminato di rileggere
il libro che m'aveva tanto afferrata settimane innanzi,
e che mi era stato compagno discreto e costante
per tutto il soggiorno in montagna.
Fondevo le due emozioni successive,
quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura,
con quella ond'era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare.
Ne emanava un fervore occulto
che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati:
coloro che adorano la Vita fuor di sé stessi.
Io scomparivo, con la mia miseria;
davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell'umano sforzo
ergentesi nella vastità del mondo.
Spettacolo che l'anima gelosamente accoglieva e serbava.
Non era la gran rivelazione:
era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino
e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

giovedì 10 agosto 2017

Alfine mi riconquistavo

Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi:
lo rassicurai con un gesto,
mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici.
Benedette, benedette!
Alfine mi riconquistavo,
alfine accettavo nella mia anima il rude impegno
di camminar sola, di lottare sola,
di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte,
d'incontaminato, di bello;
alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi,
della mia lunga sofferenza sterile,
dell'abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola.
Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.


(Sibilla Aleramo; "Una donna") 

Non si capisce come il petto possa allargarsi abbastanza...

- Praga, 5.VII.20

Lunedì in mattinata.
(...)
Documenti sono qui sparpagliati,
qualche lettera che non ho letto,
visite al direttore e a qualcun altro
e intanto un campanellino suona nell'orecchio:
"Ella non è più con te",
è vero che da qualche parte nel cielo
c'è anche un'immensa campana che suona:
"Ella non ti abbandonerà",
ma, inutile, il campanellino è nell'orecchio.
E poi c'è la lettera della notte,
non si capisce come la si possa leggere,
non si capisce come il petto possa allargarsi abbastanza
e contrarsi per respirare quest'aria,
non si capisce come si possa essere lontano da te.


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

At The Fountain


martedì 1 agosto 2017

...avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo

- Bocca di Magra, agosto 1950

Cara Pierina, 

ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura,
ma credi non potevo far altro.
Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove,
non ballando e non guidando, resto sempre perdente,
ma c’è una ragione più vera.
Io sono, come si dice, alla fine della candela.
Pierina, vorrei essere tuo fratello
- prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile,
e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia.
Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché,
come si dice, ti desiderassi,
ma perché tu sei della mia stessa levatura,
e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se,
invece d’imparare a scrivere,
avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo.
Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza
in quello ch'io ho scritto e nelle tue giornate.
So quindi a chi parlo.

Ma tu,
per quanto inaridita e quasi cinica,
non sei alla fine della candela come me.
Tu sei giovane, incredibilmente giovane,
sei quello ch'ero io a ventott'anni quando,
risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci
- ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso -
 la vita mi era parsa orribile
ma trovavo ancora interessante me stesso.
Ora è inverso:
so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori,
per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia,
come avere il diabete o il cancro dei fumatori.

Posso dirti, amore, 
che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, 
che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio,
e che ignoro lo sguardo di riconoscenza 
che una donna rivolge a un uomo?
E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto,
ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa,
e il gusto delle confidenze altrui?
E che sono al mondo da quarantadue anni?
Non si può bruciare la candela dalle due parti
- nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola
e la cenere sono i libri che ho scritto.


(Cesare Pavese)

Questo guardare avanti è ciò che conta

- Merano, 23.VI.20

(...)
Tu hai lo sguardo penetrante,
ma ciò non sarebbe molto,
tanto è vero che la gente gira per la strada e tira a sé lo sguardo,
ma tu possiedi il coraggio di questo sguardo
e soprattutto la forza di guardare più avanti,
oltre questo sguardo;
questo guardare avanti è ciò che conta,
e tu lo sai fare.


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

martedì 25 luglio 2017

Non posso tenere in camera un uragano...

- Merano, 13.VI.20

(...)
Tu scrivi due specie di lettere,
non intendo quelle a penna e quelle a matita,
nonostante che anche la scrittura col lapis
alluda a parecchie cose e faccia stare in ascolto,
ma questa distinzione non è decisiva,
l'ultima lettera con la pianta dell' appartamento
è, per esempio, scritta col lapis, eppure mi rende felice;
felice mi rendono infatti (...) le lettere pacifiche;
ai piedi di queste lettere potrei sedere, felice oltre misura
questa è pioggia sulla testa che arde.
Ma quando, Milena, arrivano quelle altre lettere,
e siano per loro natura più apportatrici di felicità che le prime (...),
quelle lettere che incominciano con esclamazioni
e quelle che terminano con non so quale spavento,
allora, Milena,
incomincio davvero a tremare come sotto la campana a martello,
non posso leggere, e beninteso leggo lo stesso,
come l'animale che muore di sete beve,
e ho paura e paura, cerco un mobile sotto il quale possa nascondermi,
prego tremando e fuori di me in un angolo perché tu,
come sei entrata rombante in questa lettera,
possa volare di nuovo dalla finestra,
non posso tenere in camera un uragano
 in tali lettere tu devi avere la testa grandiosa della Medusa,
così guizzano i serpenti del terrore intorno al tuo capo
e, intorno al mio, ancora più selvaggi i serpenti dell'angoscia.


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

Il pugno

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta

oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell'abisso.

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

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The fist clenched round my heart
loosens a little, and I gasp
brightness; but it tightens
again. When have I ever not loved
the pain of love? But this has moved

past love to mania. This has the strong
clench of the madman, this is
gripping the ledge of unreason, before
plunging howling into the abyss.

Hold hard then, heart. This way at least you live.


(Derek Walcott)

mercoledì 19 luglio 2017

...e la bella camera è vuota

(...)
Credo, Milena,
che noi due abbiamo una particolarità in comune:
siamo tanto timidi e ansiosi,
quasi ogni lettera è diversa,
quasi ciascuna si spaventa della precedente e, più ancora, della risposta.
Lei non lo è per natura, lo si vede facilmente,
e io forse, nemmeno io lo sono per natura,
ma ciò è quasi diventato natura,
e si dilegua soltanto nella disperazione,
tutt'al più nell'ira e, da non dimenticare, nell'angoscia.

Talora ho l'impressione che abbiamo una camera con due porte,
l'una di fronte all'altra, e ognuno stringe la maniglie di una porta
e basta un batter di ciglia dell'uno perché l'altro sia già dietro la sua porta
e basta che il primo dica una sola parola
e il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere.
Egli riaprirà, si, la porta,
perché si tratta di una camera che forse non si può lasciare.
Se non fosse esattamente come il secondo, il primo starebbe tranquillo,
preferirebbe, in apparenza, non guardare neanche verso il secondo,
metterebbe lentamente in ordine la camera,
quasi fosse una camera come qualunque altra,
ma invece fa esattamente la stessa cosa presso la sua porta,
talvolta persino tutti e due sono di là dalle porte
e la bella camera è vuota.


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

lunedì 17 luglio 2017

11 agosto 1943

(...)
Una volta, nel cuore della notte,
una gatta randagia è entrata nella nostra baracca,
le abbiamo messo una cappelliera sul gabinetto 
e là ha avuto i suoi piccoli. 
Certe volte mi sento come un gatto randagio 
senza cappelliera.

(Etty Hillesum)

Fuori per campi e boschi

Fuori per campi e boschi
oltre le mura ho viaggiato; 
salito su colline panoramiche 
ho guardato il mondo, sono sceso; 
per la via grande son tornato a casa,
ed ecco ho terminato. 
Le foglie sono tutte morte a terra, 
ma la quercia le sue trattiene
per ammucchiarle una a una 
e lasciarle graffiare e strisciare 
fuori sulla crosta di neve, 
quando le altre staranno a riposare. 
Confuse e immobili le foglie morte,
non più sbattute qua e là;
l'ultimo astro solitario è scomparso;
appassiscono i fiori dell' hamamelis; 
ancora cerca e si tormenta il cuore, 
ma i passi domandano "dove?".
Ah, quando mai al cuore dell'uomo
fu meno che un tradimento 
lasciarsi alla deriva delle cose, 
cedere con grazia alla ragione, 
e piegarsi e accettare la fine 
d'un amore e d'una stagione?


(Robert Frost)

domenica 16 luglio 2017

Che bella cosa aver ricevuto la Sua lettera...

- Merano, 1.VI.20 - Martedì
(...)
Che bella cosa aver ricevuto la Sua lettera,
doverLe rispondere col cervello insonne.
Non so scrivere niente, mi aggiro soltanto fra le righe,
alla luce dei Suoi occhi, al respiro delle Sue labbra
come in una bella giornata felice
che rimane bella e felice anche se la testa è malata e stanca...


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

Merano, 3.VI.20 - Giovedì

Vede, Milena,
sono coricato sulla sedia a sdraio, nel mattino,
nudo metà al sole, metà all'ombra,
dopo una notte quasi insonne;
come avrei potuto dormire se, troppo leggero per il sonno,
ho sempre volato intorno a Lei
e se realmente, proprio come Lei scrive oggi,
ero atterrito di ciò "che mi era caduto in grembo",
atterrito alla stessa maniera che si racconta dei profeti,
i quali erano deboli fanciulli
(già o ancora, che sarebbe poi indifferente)
e ascoltavano la voce che li chiamava
ed erano atterriti e non volevano e puntavano i piedi
e avevano una paura che straziava il cervello
e già prima avevano udito voci
e non sapevano donde venisse il suono terribile proprio in quella voce
- era la debolezza del loro orecchio o la forza di questa voce -
e non sapevano nemmeno (poiché erano bambini)
che la voce aveva già vinto e si era insediata appunto
mediante quella loro paura mandata avanti come un presentimento,
ma ciò non diceva ancor nulla in merito alle loro facoltà profetiche,
perché molti odono la voce,
ma anche oggettivamente è ancora dubbio che ne siano degni
e per sicurezza preferiscono negare decisamente fin dall'inizio
- dunque, così stavo coricato quando giunsero le Sue due lettere...


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

Girl reading


Fuoco e ghiaccio

Dicono alcuni che finirà nel fuoco 
Il mondo; altri, nel ghiaccio. 
Del desiderio ho gustato quel poco
Che mi fa scegliere il fuoco.
Ma se dovesse due volte finire, 
So pure che cosa è odiare, 
E per la distruzione posso dire
Che anche il ghiaccio è terribile
E può bastare. 

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Some say the world will end in fire. 
Some say in ice. 
From what I've tasted of desire 
I hold with those who favor fire. 
But if I know enough of hate
To say that for destruction ice
Is also great 
And would suffice.


(Robert Frost)

sabato 8 luglio 2017

Il pianoforte

Il pianoforte baciato da una fragile mano
vagamente riluce nella sera rosa e grigia, 
mentre con un lievissimo frèmito d'ala 
un'aria molto antica, flebile, incantevole, 
si aggira discreta, quasi spaurita,
nel boudoir che conserva il Suo profumo.

Cos'è questa nenia improvvisa 
che lenta dondola il mio povero essere? 
Che vorresti da me, dolce Canto scherzoso? 
Cos'hai voluto, ritornello fine ed incerto 
che morirai ben presto alla finestra 
semiaperta sul piccolo giardino?

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Le piano que baise une main frêle
Luit dans le soir rose et gris vaguement,
Tandis qu'un très léger bruit d'aile
Un air bien vieux, bien faible et bien charmant
Rôde discret, épeuré quasiment,
Par le boudoir longtemps parfumé d'Elle.

Qu'est-ce que c'est que ce berceau soudain
Qui lentement dorlote mon pauvre être ?
Que voudrais-tu de moi, doux Chant badin ?
Qu'as-tu voulu, fin refrain incertain
Qui vas tantôt mourir vers la fenêtre
Ouverte un peu sur le petit jardin ?


(Paul Verlaine)

venerdì 23 giugno 2017

E vorrei tanto... vorrei... tutto...

- Sabato 12 febbraio 1944

Cara Kitty,
splende il sole, il cielo è azzurro intenso, 
soffia un venticello meraviglioso
e vorrei tanto... vorrei... tutto...
Parlare, essere libera, avere amici, essere sola.
Vorrei tanto... piangere!
Mi sembra di scoppiare e so che se piangessi starei meglio;
ma non posso farlo.
Sono inquieta, passo da una stanza all'altra,
respiro l'aria della fessura di una finestra chiusa,
mi sento battere il cuore, come se dicesse:
- Esaudisci finalmente il mio desiderio.
Penso che sia la primavera, avverto il risveglio,
lo sento nel corpo e nell'anima.
Devo sforzarmi di agire in modo normale,
sono totalmente confusa,
non so cosa leggere, cosa scrivere, cosa fare,
so soltanto che vorrei...
Tua Anne


(Anne Frank; "Diario")

...molti interrogativi disperati hanno trovato risposta

Ieri, per un momento,
ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere,
che avevo bisogno d'aiuto.
La vita e il dolore avevano perso il loro significato,
avevo la sensazione di "sfasciarmi" sotto un peso enorme,
ma anche questa volta ho combattuto una battaglia
che poi all'improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggior forza.
Ho provato a guardare in faccia il "dolore" dell'umanità,
coraggiosamente e onestamente,
ho affrontato questo dolore
o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa,
molti interrogativi disperati hanno trovato risposta,
l'assurdità completa ha ceduto il posto a un po' di ordine e di coerenza:
ora posso andare avanti di nuovo.
È stata un'altra breve ma violenta battaglia,
ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più.
Ho scritto che mi sono confrontata col "dolore dell'Umanità"
(questi paroloni mi fanno ancora paura),
ma non è del tutto esatto.
Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia
su cui si combattono i problemi,
o almeno alcuni problemi del nostro tempo.
L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia.
Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte,
trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi
e noi, poveri piccoli uomini,
noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire.
Forse, su questo punto, io sono davvero molto ospitale,
a volte sono come un campo di battaglia insanguinato
e poi lo pago con un gran sfinimento e con un forte mal di capo.
Ma ora sono semplicemente me stessa:
Etty Hillesum, una laboriosa studentessa in una camera ospitale
con dei libri e con un vaso di margherite.
Scorro di nuovo nel mio stretto alveo
e il contatto con "Umanità", "Storia Universale" e "Dolore"
s'è interrotto un'altra volta.
Così dev'essere, del resto, altrimenti una persona impazzirebbe.
Non ci si può sempre perdere nei grandi problemi,
non si può essere sempre come un campo di battaglia;
dobbiamo poter ricuperare i nostri stretti confini
e continuare dentro di essi - scrupolosamente e coscienziosamente -
la nostra vita limitata,
mentre quei momenti di contatto quasi "impersonale" con tutta l'umanità
ci rendono ogni volta più maturi e profondi.


(Etty Hillesum; "Diario") 

mercoledì 14 giugno 2017

Domenica 23 marzo, le quattro

È tutto sbagliato un'altra volta.
"Io voglio qualcosa e non so che cosa".
Di nuovo mi sento presa
da una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca,
tutto è in tensione nella mia testa.
Penso con una certa invidia alle ultime due domeniche:
le giornate si stendevano dinanzi a me
come grandi, aperte pianure che potevo attraversare liberamente,
erano prospettive ampie e sgombre.
E ora mi ritrovo in mezzo agli arbusti.

Tutto è cominciato ieri sera,
quando l'irrequietezza ha preso a salirmi dentro da ogni parte
come i vapori da una palude.
Volevo fare un po' di filosofia
- ma no, meglio quel saggio su Guerra e pace,
oppure no, Alfred Adler è più adatto al mio umore.
E poi ho finito per leggere quella storia d'amore indù.
Ma stavo semplicemente lottando contro  una naturale spossatezza
a cui mi sono saggiamente arresa, alla fine.
E stamattina sembrava che andasse bene per un po'.
Ma mentre pedalavo per l'Apollolaan è ricominciata quella scontentezza,
quel cercare irrequieto e sentire il vuoto dietro le cose,
sentire che la vita non trova un suo compimento
ma è un rimescolio senza costrutto.
E in questo momento sono nella palude.
E neppure il pensiero che anche questo passa, dopo tutto,
riesce a darmi un po' di pace.


(Etty Hillesum; "Diario")

sabato 3 giugno 2017

O falce di luna calante

O falce di luna calante
che brilli su l'acque deserte, 
o falce d'argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie, 
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe 'l vasto silenzio va.

Oppresso d'amor, di piacere, 
il popol de' vivi s'addorme...
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!


(Gabriele D'Annunzio)