martedì 21 novembre 2017

...il sentimento dell'infinito

Dopo la malattia, cominciò per me un fruttuoso periodo di lavoro,
molte delle mie opere principali furono scritte solo allora.
La conoscenza o l'intuizione che avevo avuto della fine di tutte le cose
mi diede il coraggio di intraprendere nuove formulazioni.
Da allora in poi
non mi sono mai liberato completamente dall'impressione
che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza
che si svolge in un universo tridimensionale disposto a tale scopo.
Pur rifuggendo dalla parola "eterno",
posso descrivere la mia esperienza solo come
beatitudine della condizione non temporale,
nella quale presente, passato e futuro sono una cosa sola.
È decisivo che l'uomo sia orientato verso l'infinito,
è il problema essenziale della sua vita;
quanto più un uomo corre dietro ai falsi beni
e quanto meno è sensibile a ciò che è essenziale,
tanto meno soddisfacente è la sua vita,
si sentirà limitato, perché limitati sono i suoi scopi.
Se riusciamo a capire e a sentire
che già in questa vita abbiamo un legame con l'infinito,
i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano,
ma possiamo raggiungere il sentimento dell'infinito
solo se siamo differenziati al massimo livello possibile,
se so di essere unico nella mia combinazione individuale e cioè limitato,
posso prendere coscienza anche dell'illimitato,
perciò, l'uomo ha bisogno per prima cosa di conoscere se stesso,
guardando senza reticenze quanto bene può fare,
ma anche di quale infamia è capace.


(Carl Gustav Jung)

Ma cos'è la luce?

- Venerdì 4 gennaio 1929 

Vediamo: la vita è molto solida o molto sfuggente?
Sono ossessionata da queste due idee opposte.
È sempre stato così: sarà sempre così;
affonda fino alle radici del mondo
- sul quale mi trovo in questo momento.
È anche transitoria, fuggevole, diafana.
Passerò come una nube sulle onde.
Forse, sebbene cambiamo,
volando uno dietro l'altro, così rapidi così rapidi,
pure in qualche modo siamo successivi e continui - noi esseri umani;
e la luce ci attraversa.
Ma cos'è la luce?


(Virginia Woolf; "Diari")

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre
l’attenzione t’ha consumato le ciglia.
Troppe vie t’hanno ripetuta,
stretta, inseguita.

La città da secoli ti divora
ma per te travede, sogno e sfacelo,
di luci e piogge, lacrime senili
sulla ragazza che passa
febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.

Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto,
la ronda della piscina di Siloè
con i cani, gl’ibridi, gli spettri
che non si sanno e tu sai
radicati con te
nel glutine blu dell’asfalto
e credono al tuo fiore che avvampa, bianco −

poiché tutti viviamo di stelle spente.


(Cristina Campo)

sabato 11 novembre 2017

O piuttosto: il cielo vive dentro di me

- 15 settembre 1942, di pomeriggio, le tre.

Ecco, l'albero è sempre lì,
l'albero che potrebbe scrivere la mia biografia.
Però non è più lo stesso albero
- o forse sono io che non sono più la stessa persona?
E a un metro dal mio letto c'è la sua libreria, basta che allunghi il braccio sinistro
e ho in mano Dostoevskij o Shakespeare o Kierkegaard.
Ma non lo farò, ho un gran capogiro.
Mi metti davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio.
Ti sono riconoscente per questo,
ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c'è risposta.
Bisogna saper sopportare i tuoi misteri.
Dovrei proprio dormire, per giorni e giorni,
dovrei lasciar andare tutto quanto.
Il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa,
che vivo troppo poco sulla terra, anzi, che vivo quasi ai confini col cielo,
che il mio fisico non può reggere a tutto ciò. Forse ha ragione.
Quest'ultimo anno e mezzo, mio Dio!
E questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come una vita intera.
E non ho forse avuto delle ore di cui ho detto:
se dovessi morire tra poco, quest'ora mi è valsa una vita?
Ho avuto spesso delle ore simili.
E perché poi non dovrei vivere in cielo?
Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere?
O piuttosto: il cielo vive dentro di me.
Devo pensare a un'espressione di una poesia di Rilke:
"spazio interno del mondo".
Ora devo dormire, e lasciar andare tutto. Mi gira tanto la testa.
Non c'è niente che funzioni nel mio corpo.
Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio.
So che è sempre un bene.
Ho imparato che un peso può esser convertito in bene se lo si sa sopportare.


(Etty Hillesum; "Diario)

Un grande sogno di piacere scende insieme col crepuscolo

- Napoli, 13 settembre 1891

...Muoio a poco a poco di accoramento.
E non ho la forza né di allontanarmi, ne’ di cercare un oblio.
Sento il tempo fuggire e la vita scorrere
ed il mio tedio ed il mio dolore
farsi più profondi ad ogni ora e te lontana lontana...
Dammi notizie della tua salute...
di tutto quello che mi piace del tuo corpo. E adorami.
È una sera calda, tutta chiara, mollissima.
Davanti al mio balcone spalancato il Vesuvio fumiga,
così da presso che quasi mi sembra tangibile.
Napoli e Portici e Resina e tutti i villaggi sono rosei
su un mare pallidissimo, dove corrono i battelli a sciami.
Un grande sogno di piacere scende insieme col crepuscolo.
Ti giuro sull’anima mia, Barbarella,
che per averti consentirei a morir domani.


(Gabriele D'Annunzio; Lettera a Barbara Leoni)

E ti ringrazio di questo dono di poter leggere negli altri

- 17 settembre 1942
(...)
E ti ringrazio di questo dono di poter leggere negli altri.
A volte le persone sono per me come case con la porta aperta.
Io entro e giro per corridoi e stanze,
ogni casa è arredata in modo un po' diverso
ma in fondo è uguale alle altre...


(Etty Hillesum; "Diario")

Titania Endormie


Malinconia

Calante malinconia lungo il corpo avvinto 
al suo destino 

Calante notturno abbandono 
di corpi a pien'anima presi 
nel silenzio vasto 
che gli occhi non guardano 
ma un'apprensione 

Abbandono dolce di corpi 
pesanti d'amaro 
labbra rapprese 
in tornitura di labbra lontane 
voluttà crudele di corpi estinti 
in voglie inappagabili 

Mondo 

Attonimento 
in una gita folle 
di pupille amorose 

In una gita che se ne va in fumo 
col sonno 
e se incontra la morte 
è il dormire più vero


(Giuseppe Ungaretti)

In memoria

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse


(Giuseppe Ungaretti, Locvizza il 30 settembre 1916)

domenica 5 novembre 2017

Perché non era la conoscenza che lei desiderava, ma l'unità

Seduta per terra,
abbracciata alle ginocchia della signora Ramsay, più vicina possibile,
sorridendo al pensiero che la signora Ramsay
non avrebbe mai saputo la ragione di quella stretta,
immaginò che nelle stanze della mente e del cuore
della donna con la quale era materialmente a contatto vi fossero,
come i tesori delle tombe dei re,
lapidi recanti iscrizioni sacre,
che a saperle leggere dicevano ogni verità,
ma che non venivano mai offerte apertamente, mai rese pubbliche.
Quale arte, nota all'amore o all'astuzia,
era necessaria per penetrare quelle stanze segrete?
Quale artificio era necessario per diventare,
come acque travasate in una stessa brocca,
una sola cosa inestricabile con l'oggetto di adorazione?
Poteva il corpo raggiungere tale traguardo, o la mente,
insinuandosi scaltra nei meandri intricati del cervello?
Oppure il cuore?
Poteva l'amore, come lo chiamava la gente,
rendere una sola cosa lei e la signora Ramsay?
Perché non era la conoscenza che lei desiderava, ma l'unità,
non le iscrizioni sulle lapidi,
niente che si potesse scrivere in una lingua nota agli uomini,
ma l'intimità, che è poi sapienza,
aveva pensato appoggiando la testa sulle ginocchia della signora Ramsay.


(Virginia Woolf; "Gita al faro")

Alla solitudine

Solitudine mia beata e santa,
così ricca sei tu, pura ed immensa
come un giardino che si desti all’alba.

Solitudine mia beata e santa!
Tieni sbarrate le tue porte d’oro
sì che attenda, di fuori, ogni altra cosa.


(Rainer Maria Rilke)

venerdì 3 novembre 2017

Le donne devono sempre ricordarsi chi sono

Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, 
e di cosa sono capaci. 
Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell'irrazionalità,
e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, 
appoggiate al balcone del cielo. 
Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, 
perché quel buio libera una moltitudine di tesori. 
Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere,
conoscono come nessun uomo saprà mai.


(Virginia Woolf)

...il mio stile è di non contrariare mai la mia natura

Mia adorata Eleonora,
gioia e tormento, ormai, della mia vita.
Ogni volta che apro una tua lettera, tanto attesa,
l'esultanza si annebbia di sconcerto.
So che m'attende una lettura faticosa,
fra trattini e puntini e sincopi e fratture.

Sempre mi chiedo per quale sortilegio malefico proprio a me
- operaio della lingua, e suo artefice -
sia toccata la sorte di un amore che ignora le più semplici leggi del ritmo,
della sintassi e della punteggiatura. Tante volte te l'ho detto.
È come se nel mezzo di una tua recita meravigliosa balbettassi,
o parlassi nel più barbarico dei dialetti.
Non è servito, e ormai mi adatto al tuo dire,
come portando una croce.
La porto con l'amore che ti debbo e che ti voglio dare.

Ma perché, allora, tu mi tormenti anche con le tue gelosie?
Il bisogno imperioso della vita violenta
- della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell'allegrezza -
mi hanno tratto lontano. E tu -
che talvolta ti sei commossa fino alle lacrime
dinanzi a un mio movimento istintivo
come ti commuovi dinanzi alla fame di un animale
o dinanzi allo sforzo d'una pianta per superare un muro triste
- tu puoi farmi onta di questo bisogno?

Più triste di ciò, è che so già cosa risponderai,
perché se la dolcezza dell'amore è nella conoscenza,
la sua amarezza è nella ripetizione.
"Quale amore potrai tu trovare, degno e profondo, che vive solo di gaudio?"
Così dirai, cercando - lo sai - di spegnere ogni mio anelito di vita.
Ebbene, cuore, non te lo permetterò,
anche se il tuo cuore dovesse cessare di battere per me.

Ricordo, non lo scorderò mai,
quando arrivai in gondola al luogo della tua consunzione notturna dell'attesa.
Tu, "la nomade" sempre in tournée,
fermasti solo per un momento la tua vita per me,
e ora vorresti che pietrificassi la mia.
È vero, sono circondato da donne attiranti e ostili,
nel loro bisogno di potere su di me
- ingenue - ma pronte a donarsi.
Vuoi, tu, impedire ch'io riceva il dono?

Io ti ho fatto grandi doni, oltre me stesso.
Ho soddisfatto l'ansia di ideale e il desiderio di poesia
che vibrava nella tua immaginazione sempre viva.
E tu, "La vita scorre - afferrala nell'arte - figlio! -
Non attardarti più sulla tua strada - non attardarti!", mi scrivevi e mi scrivi,
come se l'arte non sgorgasse dalle viscere del mio corpo, con le passioni.
Tu sei, e sarai sempre il mio incantesimo solare
e hai fatto sboccare nella mia anima fiumi di poesia.
Ma io sono un uomo di disordine, e voglio rimanere tale
perché il mio stile è di non contrariare mai la mia natura.
Che a volte è fatta di salotti, battute di caccia
e corteggiamenti alacri di donne disponibili.

Io ho scritto per te un grande romanzo
che traspone in allegoria il mio amore per te,
dove eterno i nostri strazii di amanti innamorati,
eppure mi tormenti con la gelosia piccina,
con l'invidia per le donne più giovani,
con l'ira per le forcine bionde che trovi nel mio letto.
Ti amo,
ma non posso permettere che tu ponga limiti
alla mia unica, fragile,
preziosissima vita.

Addio, Eleonora.
Tuo per sempre.


(Gabriele D'Annunzio, a Eleonora Duse)

lunedì 30 ottobre 2017

Chi dentro di sé non gioisce quando l'eroe si toglie l'armatura?

...chi biasimerà il comandante della spedizione disperata se,
dopo aver osato l'impossibile e usato tutta la sua forza fino all'ultima goccia
ed essendosi addormentato senza curarsi del risveglio,
ora capisce da un certo prurito all'alluce che è vivo
e tutto sommato l'idea non gli dispiace,
ma ha bisogno di comprensione e whisky
e qualcuno cui raccontare subito la storia delle sue sofferenze?
Chi potrà biasimarlo?
Chi dentro di sé non gioisce quando l'eroe si toglie l'armatura,
e si ferma davanti alla finestra e guarda sua moglie e suo figlio
che all'inizio sono molto distanti,
ma pian piano si avvicinano sempre di più,
finché labbra e libro e testa sono chiaramente davanti a lui,
anche se ancora piacevoli e poco familiari per l'intensità del suo isolamento
e la rovina degli anni e il perire delle stelle,
e finalmente rimettendosi la pipa in tasca
e chinando la splendida testa davanti a lei
- chi lo biasimerà se rende omaggio alla bellezza del mondo?


(Virginia Woolf; "Gita al faro")

Significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano

A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea
mi prendeva per il cammino da me percorso;
avevo la rapida intuizione
di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano,
d'essere tra i depositari d'una verità
manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati... 
E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno
ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

L'abisso tra il mondo esterno e il mio mondo interiore

(...)
Conseguenza del mio lavoro fu un'estrema solitudine.
Portavo con me pensieri di cui non potevo parlare con nessuno,
sarebbero stati solo fraintesi.
Avvertivo nel modo più penoso
l'abisso tra il mondo esterno e il mio mondo interiore,
né potevo ancora cogliere quella interazione tra questi due mondi,
che oggi vedo con chiarezza.
Scorgevo solo un'insanabile contraddizione tra dentro e fuori.
Comunque, fin dal principio mi era chiaro
che avrei potuto mettermi in rapporto col mondo esterno e con gli uomini
solo se fossi riuscito a mostrare che i contenuti dell'esperienza psichica
sono reali e non solo come mie esperienze personali,
ma come esperienze collettive, che dunque anche altri possono avere.
In seguito, ho cercato di dimostrare questo nelle mie opere scientifiche,
ma prima, feci tutto quanto era in mio potere
per comunicare a coloro che mi erano vicini, un nuovo modo di vedere.
Sapevo, che se non vi fossi riuscito, sarei stato condannato
a una solitudine assoluta.


(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

sabato 14 ottobre 2017

Tu dove sei? Non senti l’immensa angoscia che mi opprime?

- Roma, Lunedì notte 8 / 9 agosto 1887

È notte alta.
Io sono solo in questa stanza:
il palazzo Barberini è illuminato misteriosamente dalla luna che nasce;
il mio letto, la' in fondo, è tutto bianco,
così largo che potrebbe accogliere anche il tuo corpo…
Se tu venissi!
Io ti dicevo che il desiderio del tuo corpo
si fa in me ogni giorno più ardente e più torturante.
Le immagini del piacere mi incalzano da tutte le parti.
È una febbre. Se bene io stia stanco e triste,
al sol pensiero che io potrei possederti e stringerti ignuda come una volta,
sento un brivido profondo corrermi nelle vene
ed una strana vitalità d’amore corrermi nei muscoli ed agitarmi.
È una notte tentatrice.
La mia stessa languidezza mi fa più voluttuoso
ed il desiderio di dimenticare il dolore e la miseria reale
mi fa avido di piaceri sensuali…
La fontana del giardino Barberini
canta più dolce di un usignolo in un bosco di rose all'alba prima.
Tu dove sei? Non senti l’immensa angoscia che mi opprime?
Non senti il mio desiderio che attraversa gli spazi infiniti
e viene a cercarti ed infiammarti l’anima nel sonno?
Come ti amo Barbara!
E come questo mio dolore è al di sopra delle forze umane!

Sento una specie di soffocazione.
Mi pare quasi che io non debba giungere all’alba.
Aiutami! Aiutami tu!

Gabriel


(Gabriele D'Annunzio; lettera a Barbara Leoni)

...il più umano dei dolori

Nel silenzio che seguì,
vidi per la prima e l'ultima volta
quel viso sempre illuminato come da una visione interna,
oscurarsi, alterarsi, esprimere il più umano dei dolori,
la semplice profonda sofferenza
di chi si sente abbandonato...


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

Autunno

Le foglie cadono da lontano, quasi
giardini remoti sfiorissero nei cieli;
con un gesto che nega cadono le foglie.

Ed ogni notte pesante la terra
cade dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano,
e ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno
con dolcezza infinita le tiene nella mano.

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Die Blätter fallen, fallen wie von weit,
als welkten in den Himmeln ferne Gärten;
sie fallen mit verneinender Gebärde.

Und in den Nächten fällt die schwere Erde
aus allen Sternen in die Einsamkeit.

Wir alle fallen. Diese Hand da fällt.
Und sieh dir andre an: es ist in allen.

Und doch ist Einer, welcher dieses Fallen
unendlich sanft in seinen Händen hält.


(Rainer Maria Rilke)

Blu oltremare


Always keep in mind that all are frail


Always keep in mind that all are frail,
but none so frail as yourself.


(Tommaso da Kempis)

mercoledì 20 settembre 2017

...ma una volta partita la mente non si ferma più

...ma una volta partita la mente non si ferma più;
cammino inventando le frasi,
mi siedo componendo delle scene;
sono in breve nel bel mezzo della più grande estasi che conosca.


(Virginia Woolf; "Diari" - sabato 22 ottobre 1927)

Fisicamente è come un'onda dolorosa che sale intorno al cuore

Mi sono svegliata forse alle tre.
Oh sta cominciando, sta venendo - l'orrore -
fisicamente è come un'onda dolorosa che sale intorno al cuore
- sballottandomi. Sono infelice, infelice!
A terra - Dio, vorrei essere morta. Ma perché mi sento così?
Lasciatemi vedere l'onda che mi solleva.
Guardo. Vanessa. Bambini. Fallimento.
Si, lo vedo. Fallimento fallimento. (l'onda si alza.)
Oh hanno riso della mia preferenza per la vernice verde!
L'onda si schianta. Vorrei essere morta!
Ho soltanto ancora pochi anni da vivere, spero.
Non riesco più ad affrontare quest'orrore
- (ora l'onda si abbassa su di me).
La cosa si ripete, parecchie volte, con varianti di orrore.
Poi, nel momento della crisi, invece di continuare intensamente,
il dolore si fa piuttosto vago.
Sonnecchio. Mi sveglio di soprassalto.
L'onda, di nuovo!
Il dolore irrazionale; la sensazione di fallimento;
di solito qualche incidente specifico,
come per esempio la mia preferenza per la vernice verde,
o un vestito nuovo da comprare
o l'invito a Dadie per il fine settimana, e tutto ricomincia.
Alla fine dico, osservando quanto più equamente posso:
Ora su, fa una sforzo. Basta così. Ragiono.
Faccio un censimento della gente felice e di quella infelice.
Raccolgo tutte le forze per respingere per rovesciare per abbattere.
Comincio a marciare ciecamente in avanti.
Sento cadere gli ostacoli. Mi dico che non importa.
Niente è importante.
Mi irrigidisco, mi metto diritta e mi riaddormento,
mi sveglio per metà e sento l'onda iniziare
e osservo la luce che biancheggia e mi chiedo come, questa volta,
la colazione e la luce del giorno la sconfiggeranno;
e poi sento L. nel corridoio e fingo, per me stessa oltre che per lui,
una grande allegria; e in genere sono allegra quando ho finito di far colazione.
Lo conoscono tutti questo stato d'animo?
Perché ho così poco autocontrollo?
Non va a mio onore, non è simpatico.
È motivo di molto spreco e pena nella mia vita.


(Virginia Woolf; "Diari" - mercoledì 15 settembre 1926)

mercoledì 6 settembre 2017

Foglie

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.


(Giorgio Caproni)
da PensieriParole da PensieriParole

Senza esclamativi

Com'è alto il dolore. 
L'amore, com'è bestia. 
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti 
monumenti di vuoto. Vuoto 
del grano che già raggiunse 
(nel sole) l'altezza del cuore.


(Giorgio Caproni)

martedì 5 settembre 2017

Non era troppo tardi

Borgate in cima a qualche poggio si sporgevano,
evocando il medio evo colle loro cinte merlate,
colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo.
La campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei;
in certi giorni il silenzio imperava, strano e dolce,
in certi altri sembrava che ogni filo d'erba, ogni goccia d'acqua
affermasse la sua vita come un sussurro,
e l'aria popolata di suoni diveniva come sensibile.
Le linee del paesaggio m'erano famigliari da tanti anni:
come nell'epoca della fanciullezza,
io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi agli occhi,
non cercavo il segreto dell'armonia che m'inteneriva o m'esaltava,
che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza,
che m'identificava a sé.
Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso e semplice,
e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore.
Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra,
venivano finalmente integre e lucide,
capaci di significare il pianto, il sorriso, l'amore, la morte.
Non era troppo tardi.
Il mio passato m'appariva ormai
come ordinato da un volere spietatamente saggio.
Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la preparazione dell'avvenire?


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

mercoledì 16 agosto 2017

La vita le aveva chiesto forza

Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell'effusione.
Era passata nella vita incompresa da tutti:
fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata
e nello stesso tempo inetta,
benché fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliolanza.
Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti,
antipatici allo sposo.
Credente, forse con un misticismo scoraggiante,
e senza gusto per le pratiche del culto,
la religione non l'aveva sollevata da un solo dolore.
Di fantasia viva e calda e di gusto fine,
non però s'era mai applicata a nessuna arte,
e nessuna manifestazione del genio le aveva suscitato uno speciale fascino
traendola fuor di sé stessa per qualche istante.
Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada.
E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali...
Povera, povera anima!
Non le erano valse la bellezza, la bontà, l'intelligenza.
La vita le aveva chiesto forza: non l'aveva.


(Sibilla Aleramo; "Una donna")

...tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso

L'ultimo pomeriggio passato in montagna,
mi è rimasto impresso nella memoria visiva
in maniera singolare per me
che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi,
dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè,
do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede
nell'attimo in cui l'accolse in sé,
lo sentì cornice ai propri sentimenti.
Mi rivedo per l'ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo,
discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco.
L'atmosfera era grigia ed umida.
Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria;
tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso.
Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea,
che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori
che la Terra proteggeva con austero amore?
Per la prima volta forse in vita mia
abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale.
Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi,
che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l'Umanità in viaggio,
l'Umanità senza mèta e pur accesa d'ideale:
l'Umanità schiava di leggi certe,
e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle,
a rifarsi una esistenza superiore a quelle...
Quel dì appunto avevo terminato di rileggere
il libro che m'aveva tanto afferrata settimane innanzi,
e che mi era stato compagno discreto e costante
per tutto il soggiorno in montagna.
Fondevo le due emozioni successive,
quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura,
con quella ond'era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare.
Ne emanava un fervore occulto
che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati:
coloro che adorano la Vita fuor di sé stessi.
Io scomparivo, con la mia miseria;
davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell'umano sforzo
ergentesi nella vastità del mondo.
Spettacolo che l'anima gelosamente accoglieva e serbava.
Non era la gran rivelazione:
era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino
e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.


(Sibilla Aleramo; "Una donna")