domenica 28 agosto 2016

Di casa, Venerdì. L’alba, 29 maggio 1909

Amalia mia,
non ho chiuso occhio stanotte,
divorato da un ansiomania inesplicabile che m’accendeva il cervello
quasi fossi alla vigilia di non so che avvenimento...
Io ho di queste notti che mi lasciano all'alba
più sfinito che dopo una notte d’amore.
Non so di che siano preda i miei nervi:
forse è il distacco imminente da mia Madre,
le incombenze mille di questi giorni,
le responsabilità amare, le piccole e le grandi cose che sai e che non sai,
e anche un pochino la gioia (te lo giuro) del tuo trionfo...
Ho un orgasmo continuo, per questo,
e mi pare di non fare abbastanza e soffro di vederti lasciare sola,
senza accanto nessun aizzatore della tua pigra vanità.
Riepiloghiamo, dunque, per tacitare la mia coscienza,
quanto ho potuto concretare per te:
l’articolo del Resto del Carlino che apparirà senza dubbio
e del quale tu mi darai diffuse notizie, ti prego;
l’articolo sul Viandante; l’articolo che ti farà certamente De Paoli
sul Corriere di Genova (equivale al "Momento" di Torino).

E a questo proposito ascoltami bene.
Per impegnare De Paoli in modo assoluto
gli ho scritto ieri che avevo ottenuto per lui la pagina di "Donna"
e tutto per intercessione tua; gli ho detto, anzi,
che, me assente, mandi pure il suo ritratto da riprodursi, a te;
e tu te ne incaricherai (è lieve cosa!) e lo impegnerai così ad un buon articolo.
Ti consiglio anzi di scrivergli, molto - en camarade -,
dicendogli che sei edotta di tutto, che lo ringrazi anticipatamente,
ma che gli saresti più riconoscente ancora
se l’articolo invece che sul Corriere di Genova fosse sul Caffaro
(che equivale alla Stampa);
con un po’ di buona volontà egli può ottenerti anche questo.
Non avere pudori, ti prego: e pensa che tutta questa rete
è tessuta sull’amabile e dura legge del "do ut des"...
Ieri verso la mezzanotte ero ancora da Antonio Cappa Legora e per te,
parlando di te e del tuo volume.
Ne è ammiratissimo,
e mi ha dato notizia di piccoli trionfi privati ma forse lusinghieri
quanto un articolo su un foglio massimo; molte dame
(autentiche: Cappa è della nobiltà nostra più cattolica)
sono curiosissime di te: ed è strano come il tuo volume
e i commenti consecutivi non ti abbiano alienato affatto l’aristocrazia,
ma te ne abbiano aperte anzi - qualora tu volessi - le porte.
Cappa scriverà di te sul Momento e con diligenza grande.

Ieri notte lo guardavo, sdraiato nella sua camera signorile,
sotto la luce mite che tre lampadine velate
proiettavano dalle mani d’una donna di bronzo...
È un bellissimo giovine
ed ha tutte le qualità che affannano la tua nostalgia vagabonda.
Non so perché penso che dopo qualche colloquio
t’invoglierai di lui. Io te l’auguro.
E tu con la buona fraternità che ci unisce
mi confiderai queste cose in qualche lettera buona,
che verrà a raggiungermi lassù, nel mio eremo montanino...
Amalia, cara mia, mai come in questi giorni che precedono l’esilio
ho capito l’eccezionalità del sentimento che mi unisce a te.
È un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa,
che non soffre quasi del divieto, che s’apparecchia serenamente al distacco,
e non s’oppone, favorisce anzi, la fortuna del candidato...
Per chi è alla vigilia della rinunzia riesce quasi dolce il designare un favorito...
Ma tu ridi... Addio, cara cara mia.
Ho pensato a questo.
Se Domenica si va da Bistolfi troviamoci alla Cultura verso le 15 (devo trovarmi);
saremo a mezza via e con una vettura pellegrineremo alla nostra meta.
Addio, Amalia; ti stringo la mano.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

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