venerdì 22 luglio 2016

Ultima superstite di me stesso è la mia poesia...

- Di casa, 25 febbraio 1909

Amalia mia cara,
Eccomi ancora qui, ma non so come...
Da due mesi ormai faccio tale vita
che il mio io se n’è esulato per sempre e non mi riconosco più.
Sono così, Amalia mia;
quando l’ora del dolore è giunta,
la mia personalità, paurosa di soffrire, se ne va non so dove,
e un’altra ne viene in sua vece, che non mi piace.
Non mi piaccio proprio più;
e non piacerei nemmeno a Voi, pur così indulgente.
Ma parliamo delle nostre ammalate:
come sta vostra sorella?
Mia Madre è salva ormai.
Ma la vita che l’e rimasta è tale che io,
sorreggendola alle ascelle per farle tentare i primi passi
e contemplando in silenzio quel volto che non è (e non sarà mai più!) il suo,
sento passare in me una pietà micidiale, un rimpianto inconfessabile...
E immaginate la mia vita interiore di questi tempi!
E non vi dico della mia vita concreta: sono profanato addirittura!
Da tempo ho perduto il sonno quasi completamente
oppresso di continuo da mille incombenze:
non ultima l’amministrazione finanziaria, i colloqui con uomini dozzinali,
notai, avvocati, mezzadri, fattori... Mah! Non ne posso più!
Ultima superstite di me stesso è la mia poesia:
come si è tenaci nell’egoismo dell’arte che ci piace!
Non succede così, anche a Voi?
Mi sono concesso due volte un’ora di libertà:
e sono stato alla lettura di Ofelia Mazzoni: ammiratissimo!
Ci ritornerò Domenica pross.ma alle 15 (precise).
Trovatevi anche Voi:
non rimpiangerete l’ora sottratta alla vostra pietà casalinga.
E avremo anche il piacere di stringerci la mano in una sfera di poesia,
e di dirci coraggio.
Verrete?
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

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