domenica 31 luglio 2016

Quando prendo in esame la mia vita...

Quando prendo in esame la mia vita, mi spaventa di trovarla informe.
(...)
Si direbbe che il quadro dei miei giorni, come le regioni di montagna,
si componga di materiali diversi agglomerati alla rinfusa.
Vi ravviso la mia natura, già di per se composita,
formata in parti eguali di cultura e d'istinto.
Affiorano qua e là i graniti dell'inevitabile; dappertutto, le frane del caso.
Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per ravvisarvi un piano,
per individuare una vena di piombo o d'oro,
il fluire d'un corso d'acqua sotterraneo,
ma questo schema fittizio non è che un miraggio della memoria.
Di tanto in tanto, credo di riconoscere la fatalità in un incontro,
in un presagio, in un determinato susseguirsi di avvenimenti,
ma vi sono troppe vie che non conducono in alcun luogo,
troppe cifre che a sommarle non danno alcun totale.
In questa difformità, in questo disordine, percepisco la presenza di un individuo,
ma si direbbe che sia stata sempre la forza delle circostanze
a tracciarne il profilo; e le sue fattezze si confondono
come quelle di un'immagine che si riflette nell'acqua.
(...)
Talora la mia vita mi appare banale
al punto di non meritare non dico di scriverla,
ma neppure di ripensarvi a lungo,
e non è affatto più importante, neppure ai miei occhi,
di quella del primo che capita.
Talora mi sembra unica, e perciò appunto senza valore;
inutile, perché è impossibile adeguarla all'esperienza comune.
Nulla vale a spiegarmela:
i miei vizi, le mie virtù, sono assolutamente insufficienti;
vi riesce di più la mia gioia; ma a intervalli, senza continuità,
e soprattutto senza un serio motivo.
Ma ripugna allo spirito umano accettare la propria esistenza
dalle mani della sorte, esser null'altro che il prodotto caduco
di circostanze alle quali nessun dio presieda, soprattutto non egli stesso.
Una parte di ogni vita umana, persino di quelle che non meritano attenzione,
trascorre nella ricerca delle ragioni dell'esistenza,
dei punti di partenza, delle origini.
La mia incapacità di scoprirle mi fece inclinare a volte
verso le interpretazioni magiche, mi indusse a ricercare nei deliri dell'occulto
ciò che il senso comune non mi offriva.
Quando tutti i calcoli astrusi si dimostrano falsi,
quando persino i filosofi non hanno più nulla da dirci,
è scusabile volgersi verso il cicaleccio fortuito degli uccelli,
o verso il contrappeso remoto degli astri.


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

Roses


Non manca un barlume di luce

Non manca un barlume di luce neppure nel più opaco degli uomini:
un assassino suona il flauto con garbo;
un aguzzino che lacera la schiena degli schiavi con le fruste 
è forse un figlio eccellente;
un idiota può essere pronto a dividere con me 
l'ultimo cantuccio di pane che gli resta.
E ce n'è ben pochi, di uomini, 
a cui non sia possibile insegnare qualcosa a dovere. 
Il nostro errore più grave 
è quello di cercare di destare in ciascuno
proprio quelle qualità che non possiede,
trascurando di coltivare quelle che ha.


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

O maximo que um grande homem pode ser

Non ci sono uomini salvatori.
Non ci sono Messia. 
Il massimo che un grand'uomo può essere 
è uno stimolatore di anime,
un risvegliatore di energie altrui.

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Nao hà homens salvadores. 
Nao hà Messias.
O maximo que um grande homem pode ser
é um estimulador de almas, 
um dispertador de energias alheias.


(Fernando Pessoa)

...di quegli stati prossimi alla vertigine

(...) in certi momenti della vita,
a esempio nei periodi di digiuno rituale,
o durante le iniziazioni religiose,
ho apprezzato i vantaggi, nonché i pericoli, per lo spirito,
delle diverse forme d'astinenza, persino dell'inedia volontaria,
di quegli stati prossimi alla vertigine,
durante i quali il corpo, in parte libero dal suo peso,
entra in un mondo che non è fatto per lui,
che gli offre in anticipo un'immagine della gelida levità della morte.
In altri momenti, queste esperienze
mi hanno consentito di baloccarmi con l'idea del suicidio progressivo,
la morte per inedia, che fu quella di qualche filosofo;
una specie di orgia alla rovescia,
nella quale si perviene grado a grado all'esaurimento della sostanza vitale.
Ma aderire totalmente a un sistema non mi sarebbe piaciuto mai...


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

...il sale più segreto della terra, e la pioggia del cielo

...bere una coppa di vino di Samo,
a mezzogiorno, col sole alto,
o piuttosto sorseggiarlo una sera d'inverno,
quando si è in quello stato di fatica che consente
di sentirlo immediatamente colare caldo nella cavità del diaframma,
e diffondersi nelle vene ardente e sicuro,
sono sensazioni quasi sacre,
persino troppo violente, per la mente umana.
Non le ritrovo altrettanto genuine
quando esco dalle cantine numerate di Roma,
e mi spazientisce la pedanteria dei conoscitori di vigneti.
Così, con un gesto ancor più devoto,
bere l'acqua nel cavo delle mani o direttamente alla sorgente,
fa sì che penetri in noi il sale più segreto della terra, e la pioggia del cielo.


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

domenica 24 luglio 2016

...lascio dire e sorrido

...è strano come sono insensibile ai morsi della maldicenza.
Lascio dire e sorrido.


(Amalia Guglielminetti - 4 Ottobre 1908)

Solitudine, se abitare devo

Solitudine, se abitare devo
con te, non sia nel mucchio mal congesto,
tetro, di case; meco sali l'erta,
specula di natura, onde la valle, 
i fioriti pendii, la cristallina
piena del fiume, possano sembrare
brevi, una spanna; e faccia io le tue scolte 
ove son tenda i rami, ove balzando
rapido il daino mette in fuga l'ape 
selvatica dal calice dei fiori. 
Amo andar teco queste scene; pure 
quel dolce con un animo innocente 
conversare, che specchio sue parole
sono di squisitezza dei pensieri, 
questo della mia anima è il diletto;
e certamente per l'umana specie 
quasi beatitudine suprema
dev'esser quando in tuoi soggiorni due
spiriti affini trovano rifugio.

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O Solitude! if I must with thee dwell, 
Let it not be among the jumbled heap 
Of murky buildings; climb with me the steep, - 
Nature's observatory - whence the dell, 
Its flowery slopes, its river's crystal swell, 
May seem a span; let me thy vigils keep 
'Mongst boughs pavillion'd, where the deer's swift leap 
Startles the wild be from the fox-glove bell. 
But though I'll gladly trace these scenes with thee, 
Yet the sweet converse of an innocent mind, 
Whose words are images of thoughts refin'd, 
Is my soul's pleasure; and it sure must be 
Almost the highest bliss of human-kind,
When to thy haunts two kindred spirits flee.


(John Keats)

venerdì 22 luglio 2016

Avrei desiderato molto di più

Avrei desiderato molto di più:
la creatura umana spoglia, sola con se stessa,
come a volte bisognava bene che fosse,
per una malattia, o dopo la morte d'un primo figlio,
o quando allo specchio appare la prima ruga.
Un uomo che legge, o che fa calcoli,
appartiene alla specie, non al sesso;
nei suoi momenti migliori sfugge persino al concetto dell'umano.


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

The Sonata


Ultima superstite di me stesso è la mia poesia...

- Di casa, 25 febbraio 1909

Amalia mia cara,
Eccomi ancora qui, ma non so come...
Da due mesi ormai faccio tale vita
che il mio io se n’è esulato per sempre e non mi riconosco più.
Sono così, Amalia mia;
quando l’ora del dolore è giunta,
la mia personalità, paurosa di soffrire, se ne va non so dove,
e un’altra ne viene in sua vece, che non mi piace.
Non mi piaccio proprio più;
e non piacerei nemmeno a Voi, pur così indulgente.
Ma parliamo delle nostre ammalate:
come sta vostra sorella?
Mia Madre è salva ormai.
Ma la vita che l’e rimasta è tale che io,
sorreggendola alle ascelle per farle tentare i primi passi
e contemplando in silenzio quel volto che non è (e non sarà mai più!) il suo,
sento passare in me una pietà micidiale, un rimpianto inconfessabile...
E immaginate la mia vita interiore di questi tempi!
E non vi dico della mia vita concreta: sono profanato addirittura!
Da tempo ho perduto il sonno quasi completamente
oppresso di continuo da mille incombenze:
non ultima l’amministrazione finanziaria, i colloqui con uomini dozzinali,
notai, avvocati, mezzadri, fattori... Mah! Non ne posso più!
Ultima superstite di me stesso è la mia poesia:
come si è tenaci nell’egoismo dell’arte che ci piace!
Non succede così, anche a Voi?
Mi sono concesso due volte un’ora di libertà:
e sono stato alla lettura di Ofelia Mazzoni: ammiratissimo!
Ci ritornerò Domenica pross.ma alle 15 (precise).
Trovatevi anche Voi:
non rimpiangerete l’ora sottratta alla vostra pietà casalinga.
E avremo anche il piacere di stringerci la mano in una sfera di poesia,
e di dirci coraggio.
Verrete?
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

Siete il mio più caro Amico, cara Amalia

- Agliè, 14 ottobre 1908

Fui a Torino ancora una volta,
trascinato in un turbine di faccende accascianti;
sarò di nuovo costì, tra breve, per gli esami che detestate.
Trascorsa la fase universitaria (due settimane, non meno)
mi concederò come premio una visita a Voi.
Non vi porterò, probabilmente, che metà della mia persona e della mia anima,
tanto sarò stanco e vuoto e menomato...
Anch’io desidero molto di rivedervi
benché mi paia di non aver cosa alcuna da dirvi.
Saranno gli ultimi giorni italiani
e vorremmo portare di noi un reciproco savio ricordo.

Siete il mio più caro Amico, cara Amalia:
gli altri, chi più chi meno, mi hanno tutti deluso.

Arrivederci!
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

sabato 9 luglio 2016

...l'anima non è dunque che l'espressione suprema del corpo

...l'anima non è dunque che l'espressione suprema del corpo,
fragile manifestazione della pena e del piacere di vivere?
O, al contrario, è più antica di questo corpo modellato a sua immagine,
e che, bene o male, le serve momentaneamente di strumento?
La si può richiamare all'interno della carne,
si può ristabilire tra l'una e l'altra quell'intimo legame,
quella combustione che chiamiamo vita?
Se le anime possiedono una loro identità propria,
possono scambiarsi, andare da un essere a un altro,
come la parte d'un frutto,
come il sorso di vino che due amanti si passano in un bacio?


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

venerdì 8 luglio 2016

...lasciate che semplicemente vi accada

Perché volete voi escludere alcuna inquietudine,
alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita,
poiché non sapete ancora che cosa tali stati
stiano facendo nascere in voi? 
Perché mi volete voi perseguitare con la domanda
di dove possa venire tutto questo e dove voglia finire?
Quando in verità sapete che siete in un passaggio
e nulla avete tanto desiderato quanto trasformarvi.
Se qualcosa dei vostri processi ha l’aspetto d’una malattia,
riflettete che la malattia è il mezzo
con cui l’organismo si libera dell’estraneo:
allora bisogna solo aiutarlo a essere malato,
con tutta la sua malattia che scoppia, poiché questo è il suo progresso.
(...)
In voi, caro signor Kappus, accadono ora tante cose:
dovete essere paziente come un malato e guardingo come un convalescente,
perché voi siete l’uno e l’altro.
E più ancora: voi siete anche il medico, che deve vigilare su sé stesso.
Ma in ogni malattia ci sono molti giorni in cui il medico
non può fare altro che attendere.
E questo è quello che voi, in quanto siete voi il vostro medico,
ora anzitutto dovete fare.
Non vi osservate troppo.
Non ricavate conclusioni troppo rapide da quello che vi accade:
lasciate che semplicemente vi accada.


(Rainer Maria Rilke)

Il vostro fervore è sempre uguale?

- Ronco, 17 settembre 1908

Cara Amica,
Le mie crisalidi sono tutte farfalle!
L’ho scoperto oggi, attraverso il reticolato del coperchio:
ho chiuso le finestre e aperta la scatola ed è stato,
nella mia grande camera chiara, un frusciare turbinoso di prigioniere sbigottite.
Sono cento, più di cento: e tutte vanesse; Vanesse Atalanta, e Vanesse Io.
Invio l’una e l’altra a Voi: meditate sulla loro bellezza:
l’una è fatta di brace e di tenebre come certi vostri sonetti,
l’altra ha lo sguardo dell’ira o dell’angoscia.
E v’unisco accanto le due spoglie vuote, miserabili come silique aride,
perché consideriate il prodigio, Amica mia...
E non sorridete del compagno fanatico: voglio iniziarvi a queste cose;
e questo farò nel libro che v’ho detto: un volume epistolare:
lettere a voi un po’ arcaiche come quelle che scrivevano gli abati
alle dame settecentesche per iniziare ai misteri della Fisica,
dell’Astronomia, della Meccanica; ma modernissime nel contenuto,
fatte di osservazioni filosofiche nuove e di fantasie curiose e fanciullesche.
Vedrete.
(...)
Quest’oggi vi parlo troppo di me:
sono in un giorno di speranza ansiosa: non so...
Sarà il contagio delle neonate:
credo che tale sia l’animo delle farfalle
quando ancora fasciate dalla crisalide sentono imminente l’ora del volo...
Molte non sono uscite, però: sono diventate buie, torbide, secche:
sono morte: e hanno nutrito pur esse per tanto tempo la loro illusione...
E le vostre, e le vostre crisalidi? Che fanno, bella nutrice?
Datemi notizie loro e vostre.
Io partirò di qui a giorni, scenderò ad Agliè per qualche settimana;
poi andrò a Torino per le abborrite cose che sapete.
Il vostro fervore è sempre uguale?
Come sono felice per Voi, cara, cara, cara Amalia!
Vedrete che via luminosa sarà la vostra:
ed io ne sarò lieto come e più che di cosa mia.
(...)
Addio, Amalia.
Oggi sono, per Voi, in una giornata di tenerezza fraterna
e vi voglio un bene molto savio.
Vi bacio e vi stringo la mano.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Giglielminetti)

sabato 2 luglio 2016

...pure ò buona speranza che Dio m'aiuterà

Io mi sto qua malcontento e non troppo ben sano e chon gran faticha,
senza governo e senza danari;
pure ò buona speranza che Dio m'aiuterà.


(Michelangelo Buonarroti - 1509)

Ed è con quest’anima che oggi vi scrivo

- Ronco, 3 settembre 1908

Mia cara Amalia, come mi pesa lo studio!
Ho lasciato or ora le mie dispense (o quante! Pile di 1000-1500 pagine!)
su di una sedia, sul balcone, premute da una pietra,
perché  il vento non se le porti nella valle.
E ho tranquillata la mia coscienza col pretesto di scrivervi,
ma non ho proprio cosa alcuna da dirvi...
Staremo un po’ insieme, così.
Quest’oggi è una giornata che vi voglio bene.
Sono ritornato da Ivrea, ieri sera, dopo tre giorni d’assenza.
Mi sono stancato molto per cose molto serie:
e ho dovuto essere attivo, deciso, franco, previdente,
indagatore e volgare. Immaginatemi!
Ma io ho il gusto di cementarmi in cose
che riecheggino le qualità che non posseggo.
Oggi sono sfinito, ma molto soddisfatto di me.
Ad Ivrea, sul tavolo di lettura dell’hôtel, ho sfogliato un numero di Donna
già antico e ho letto una poesia vostra: perduto.
Poi sono uscito nel pomeriggio assolato,
e sono andato vagabondo per i giardini lungo la Dora
e per le vie tristi e provinciali,
pensandovi a lungo, come non mi accade da molto.
Mi piace, Ivrea. È una piccola cittaduzza da stampa in rame,
con le sue torri, le sue piazzette deserte,
le sue botteghe di chincaglierie antiquate...
È una meta favorevole alle fughe di un giorno, alle assenze di una notte.
Per questo, dinnanzi alle vetrine ingenue
o sotto i vecchi porticati erbosi, vi ho pensato molto.
E vi ho pensata male, desiderandovi acutissimamente.
Sono andato così, alla deriva, perduto:
attirando la curiosità dei buoni eporediesi superstiti nel caldo estivo.
Poi - le mie incombenze erano finite - ho lasciato Ivrea per Courgnè,
poi Courgnè per Pont, in ferrovia, poi Pont per Ronco in vettura.
Un viaggio lungo e vario, faticoso, non triste;
e a notte rientravo nella piccola casa che voi visitaste
e mi sedevo a cena, solo, sotto la luce gialla d’una lampada casalinga.
Sono solo, mia Madre, mio fratello, tutti sono via:
ed io resterò qui, solo, fino a Settembre quasi finito.
Rientrando qui ieri sera, mi sono vergognato
del come v’avevo pensato qualche ora prima, nella cittaduzza deserta.
Qui, in questa casa poverissima e chiara,
io ho un’anima casta di fanciullo che mi viene incontro,
dopo ogni assenza, appena varcata la soglia:
 e scaccia dal mio spirito ogni cosa non buona.
Ed è con quest’anima che oggi vi scrivo.
Lavorate molto? Siete contenta delle cose compiute?
Io non conosco quasi i sonetti, (40: m’avete detto); come li leggerei volentieri!
La vostra poesia è delle poche che mi attraggano con ansia curiosa.
E non per l’amicizia che ci unisce;
sarebbe così anche se personalmente non vi conoscessi.
Siete l’artista (donna) che io apprezzo di più.
Io non penso, da vario tempo, ai miei sogni letterari,
alterno lo studio alle cure entomologiche:
allevo una straordinaria colonia di bruchi.
Voglio ritrarne alcune osservazioni e molte belle fotografie
a commento di un libro di storia naturale che sogno da tempo: Le farfalle.
Vi attenderò dopo il volume di versi:
ma comincio ad adunare materiale di testo e d’illustrazioni.
Vedrete che cosa nuovissima e bella.
Immaginatevi che in una cassetta ho circa trecento crisalidi di tutte le specie,
ottenute da bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane;
ora si sono quasi tutti appesi al coperchio graticolato
e hanno presa la forma strana di crostacei stilizzati pel monile d’una signora.
Fra pochi giorni saranno farfalle.
Anzi, voglio mandarvi qualche crisalide: non ridete, vi prego.
Mi attira il pensiero che si schiuderanno nella vostra camera,
tra i vostri nastri e i vostri profumi.
Estraetele dalla scatola dove ve le invierò, SENZA TOCCARLE,
sollevando PEI LEMBI il COTONE dove sono adagiate
e deponetele senza smuoverle dal letto di cotone in una scatola più ampia,
dove la farfalla nascitura abbia sufficiente spazio per distendere le ali.
E lasciatele in pace, come bimbi che dormono:
senza toccarle, né agitarle: fra quindici giorni nasceranno.
Mi scriverete e mi descriverete i loro colori;
e mi direte che v’hanno detto da parte mia le belle prigioniere,
addormentate in questa valle e risvegliate sui colli di un paese lontano,
dall’altra parte del Piemonte...
E non sorridete tanto di queste cose,
più belle e più profonde di molte altre, per consolare la nostra malinconia...
E del mondo che notizie avete? Io nessuna.
Meditavo una gita a Torino: ma il tempo rimessosi al caldo mi ha dissuaso.
Dovrò purtroppo discendervi al fine di Settembre, per gli esami.
Da domani comincierò a studiare di lena. Lo giuro.
Ma come mi pesa lo studio!
Vi bacio fraternamente.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Giglielminetti)

Lucrezia


Scrivendo il mio pensiero, talvolta esso mi sfugge

Scrivendo il mio pensiero, talvolta esso mi sfugge;
ma ciò mi fa ricordare la mia debolezza,
che in ogni momento dimentico;
ciò m'istruisce quanto il mio pensiero dimenticato,
poiché non tendo ad altro che a conoscere il mio nulla.


(Blaise Pascal)

Signor, se vero è alcun proverbio antico

Signor, se vero è alcun proverbio antico,
questo è ben quel, che chi può mai non vuole.
Tu hai creduto a favole e parole
e premiato chi è del ver nimico.
I' sono e fui già tuo buon servo antico,
a tte son dato come e raggi al sole,
e del mie tempo non ti incresce o dole,
e men ti piaccio se più m'afatico.
Già sperai ascender per la tua altezza,
e 'l giusto peso e lla potente spada
fussi al bisogno, e non la voce d'ecco.
Ma 'l cielo è quel c'ogni virtù disprezza
locarla al mondo, se vuol c'altri vada
a prender frutto d'un arbor ch'è secco.


(Michelangelo Buonarroti)