venerdì 10 giugno 2016

Vi voglio bene. E Voi?

- 20 giugno 1908

Amica,
Ma perché non ci scriviamo più?
Trovo questo nostro silenzio quasi buffo...
È vero che spetta a me: l’ultima lettera è vostra:
eccomi dunque un po’ con Voi - Siete sempre quella?
La buona amica che sa guardare con occhi dolci
e prendere una mano nella mano con gesto così soave?
Io sono sempre quello:
il fanciullo molto trasognato e un poco fatuo
che v’ha fatto ridere qualche volta e qualche volta piangere.
- In questa mia solitudine che dura da mesi, ormai,
Voi siete presente quasi sempre,
ma la vostra insistenza non mi è importuna:
m’apparite la buona sorella che, vicina, non avete saputo essere.
E parlando col vostro fantasma fraterno
ho quasi vergogna delle ore che non furono tali.
E anche rimorso: un acuto rimorso
che non sempre la mia filosofia glaciale riesce a soffocare...
Avrei voluto vedervi ancora qualche istante,
prima di intraprendere i miei pellegrinaggi estivi,
e tenervi un po’ le due mani nelle mie mani,
e leggervi bene in fondo agli occhi se proprio,
se proprio non v’è rimasto per me rancore, amarezza di sorta...
Siete buona, se è così...
Ma anch’io sono buono;
vedete come ho accettato senza ribellione la nuova della rinunzia:
anzi mai mi siete stata così dolce nel cuore
e mai ho sentito di volervi così bene.
- Volevo, vi dico, vedervi ancora, ma forse non verrò più a Torino.
A Torino c’è di nuovo mia Madre per qualche giorno,
ed io sono solo qui, completamente, un’altra volta.
Dimodoché non potete nemmeno effettuare, per ora,
la visita che la vostra cortesia aveva promessa a mia Madre.
Sapete che il giorno della sua visita a Voi, io era a Torino:
fu l’unica volta e mi fermai: ventiquattro ore:
da un tramonto all’altro tramonto.
Io aveva scelto per venirvi a vedere il Martedì stesso di mia Madre!...
Sarei venuto ugualmente, con lei,
ma ero così sfinito dalle piccole incombenze accumulate in quel giorno
che vi avrei contristata col pallore stravolto del mio viso.
All’indomani ritornai nel mio eremo precipitosamente e non ne sono uscito più.
La mia salute vuole così;
e le sue notizie non sono, da qualche tempo, edificanti,
mia cara Amalia!
Non sto male: ma non sto meglio: e nel caso mio ciò è grave.
Voi non sapete la novità che si medita per me in proposito...
Indovinate. Dovevo imbarcarmi il 25 c.m. per l’America!
E senza quasi toccare terra avrei proseguito per la Terra del Fuoco,
Giappone, India ecc.... il "Giro del Mondo", insomma,
ma non quello in 80 giorni della mia adolescenza...
Mi hanno promesso che dopo circa due anni di vita ininterrottamente marittima
io ritornerò in patria sano forte per sempre.
Stavo, vi dico, per partire il 25. Poi la stagione fu giudicata impropizia
e m’imbarcherò, invece, il Novembre che viene.
Lo credereste, è una novità che mi sbigottisce, ma non m’incanta
e l’intraprendo più per la seduzione del benefizio fisico
che per curiosità artistica...
Non c’è arte, io credo, all’infuori d’Italia
e tutto il mondo dev’essere uniforme
come i romanzi di Pierre Loti. Mi pare.
Novità presenti, nessuna.
Scrivo qualche po’ e in certe ore non sono scontento di me.
In certe altre, invece, sono così demoralizzato che vorrei morire.
Le cose abbozzate, i versi limati a gran fatica mi sembrano tentativi spregevoli
e vorrei dare tutto alle fiamme e guarire per sempre dalla Tabe letteraria.
Ma poi ché so che non guarirò mai, mi rassereno,
riprendo le mie povere carte e proseguo il mio lavoro inutile rassegnatamente.
(...)
E Voi? Dubito, non so perché, dubito che oziate (vergogna!).
Dubito, perché se io, in condizioni così favorevoli al lavoro,
faccio relativamente pochissimo, che sarà mai di Voi,
nella turbinosa vita cittadina, distratta assopita nella vostra buona volontà?
(...)
Scrivetemi a questo proposito. Scrivetemi di tutto e di tutti, quando mi scrivete.
E sia pure in un’ora molto vuota e molto inutile:
Vi voglio bene. E Voi?
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

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