lunedì 8 agosto 2016

Vi mando il mio più buon saluto pieno di tenerezza e di tristezza

- Santa Margherita Ligure - Hotel Belle-Vue, 19 marzo 1909

Mio caro Guido,
perdonatemi d’avervi così a lungo taciuto la mia riconoscenza
per la tenera bellezza delle vostre parole
rievocanti così bene la mia dolce Perduta.
Voi mi avete insegnato a rivederLa fra di noi
con qualche malinconica soavità, con tanta accorata gioia,
mentre io non sapevo sentirLa e vederLa che lontana,
sola, diversa, tragicamente chiusa in uno spazio angusto d’ombra e di gelo...
Voi mi avete insegnato a chiudere gli occhi per averla vicina a me,
con il suo sorriso infantile, con i suoi occhi puri,
con la mite perplessità ch'era in ogni suo gesto,
con la sua timidezza un poco paurosa.
Grazie, mi avete fatto così bene!
Ed avete fatto bene a me sola
perché io non stamperò quella vostra delicata pagina.
Sapete ch'io volevo unire alle vostre e alle mie altre parole di compianto
scritte per Lei da anime di poeti. Non lo farò.
Mi si è osservato che questo poteva sembrare una ostentazione,
una vanità personale, un desiderio stolto di decorare di nomi non oscuri
la tristezza del mio dolore.
Non so se questo è verità o errore in faccia al mondo.
Per me era un omaggio che desideravo per Lei,
perché la sua bellezza di persona e di anima
fosse celebrata meglio da parole meno oscure delle mie.
Ora, poiché si potrebbe interpretare male la mia pietà di sorella,
ho rinunziato ad anteporre alla mia dolorosa poesia
le vostre parole di chiara bellezza.
Io stamperò solamente il mio piccolo accorato rosario di terzine
dove c’è la sua passione e la sua morte.
Sola mi assumo il bene e il male che può derivare da questo atto
poiché so ch’Ella gioisce nel suo cuore del mio canto e del mio pianto.
Del resto non mi curo.
Io ho parlato di Voi ieri a Genova con il "signore del raggio e del veleno".
In una breve sosta in quella città
mi sono indugiata un’ora nello studio di Sciutto
e vi ho posato per una testa che mi è stata richiesta con insistenza
da Caimi per la sua rivista.
Anche mi tentava la fama e più l’arte del fotografo genovese
che ha ritratto la vostra "piccola attrice famosa" deliziosamente.
Conoscete quelle fotografie? Le mie sono di eguale tipo.
Io ho sentito in questi giorni acutamente la mancanza di qualche bella imagine
che mi risuscitasse al vivo la nostra Cara,
ed è un rimpianto questo che mi durerà in cuore perennemente.
Io voglio che la mia figura mi sopravviva
se mai sono come Lei destinata a morte precoce.
Voglio essere ricordata in forme di giovinezza e di bellezza.
Erminia ed io siamo qui, fra stranieri,
invano occupate a cercar conforto al gran mare canoro di voci melanconiche,
al cielo spesso oscuro come l’anima nostra.
Dormiamo in una immensa camera dall'altissima volta,
decorata di antiche pitture,
dove undici anni or sono in un febbraio mite
la divina Eleonora viveva con Gabriele la sua parte di Perdita.
La nostra camera era la sua in quel tempo.
Non so quanti giorni vi indugeremo ancora.
Ci sospinge a tratti un’ansia folle di moto,
di fuga in cerca di qualcosa che ci manca,
che è, che sarà per sempre irreperibile.
Addio, mio caro Guido.
Vi sento più fratello nella nostra comune pena; ma Voi siete più fortunato:
Ella almeno vi rimane, non vi è stata portata via. Ed io v’invidio.
Vi mando il mio più buon saluto pieno di tenerezza e di tristezza.
A.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

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