venerdì 29 novembre 2013

Due monete in offerta

due monete in offerta,
e in prestito la frescura
della veranda del tempio

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nimon nagete
tera no en karu
suzumi kana


(Masaoka Shiki)

È bella e triste

è bella e triste
la barca che pesca
coi cormorani

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omoshirote
yagate kanashiki
ubune kana


(Matsuo Basho)

Tanto da colmare l’universo

Assente,
il tuo volto si dilata
tanto da colmare l’universo.
Passi allo stato fluido, quello dei fantasmi.
Presente, si condensa;
e raggiungi la concentrazione dei metalli più pesanti,
l’iridio, il mercurio.
Mi fa morire quel peso
cadendomi sul cuore.


(Marguerite Yourcenar)

Il pianto della scavatrice

Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
    
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
    
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
    
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
    
Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
    
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;
    
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
    
fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
    
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
    
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
    
lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -
    
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa
    
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.


(Pier Paolo Pasolini)

mercoledì 27 novembre 2013

Senza parole

Senza parole
senza parole in petto,
anima spodestata sono,
nessuna antenna per richiamarti,
solo questo mio silenzio,
groviglio in cui ardo, -
qualche lacrima rada
mi si posa come vento sulle ciglia,
tu non la senti
e l'incendio più avvampa
silenzioso -
anima spodestata sono,
nessuna antenna per richiamarti, nessuna parola.


(Sibilla Aleramo)

Supponiamo che una rosa provi sensazioni

Supponiamo che una rosa provi sensazioni.
Un bel mattino, essa fiorisce e gode di se stessa;
poi, però, sopraggiunge un vento freddo
e il sole si fa ardente.
La rosa non ha scampo,
non può eliminare i suoi travagli nati con il mondo:
allo stesso modo,
l'uomo non può essere felice ignorando che quei travagli esistono,
e gli elementi materiali prenderanno il sopravvento sulla sua natura.
I corrotti e i superstiziosi chiamano comunemente il nostro mondo:
"valle di lacrime".
Da questa valle dovremmo essere liberati
grazie a un certo arbitrario intervento di Dio e condotti in cielo:
che pensiero limitato e mediocre!
Chiamate il mondo, vi prego,
"la valle del fare anima"
e allora scoprirete qual è la sua utilità.
(...)
Dico fare anima intendendo per "anima"
qualcosa di diverso dalla "intelligenza".
Possono esistere milioni di intelligenze o scintille della divinità,
ma esse non sono anime fino a quando non acquisiscono identità,
fino a quando ognuna non è personalmente se stessa.


(John Keats; Lettera al fratello - 1819)

domenica 24 novembre 2013

È già domani

È già domani
e io cancello i giorni con una gioia maligna -
proprio come, con zelo prematuro,
butto nel secchio le bottiglie vuote di vino
e i vasetti del miele,
per essere pulita e libera
dall'ingombro di recipienti
pieni a metà.


(Sylvia Plath - Domenica notte, 2 marzo 1958)

Il poeta è un operaio

Gridano al poeta:
"Ti vorremmo vedere davanti a un tornio!
Cosa sono i versi? Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo".
Forse, a noi, il lavoro
sta a cuore più d'ogni altra occupazione.
Sono anch'io una fabbrica.
E se mi mancano le ciminiere,
forse, senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Noi intagliamo il legno delle teste dure.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti e, nelle reti, storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d'uomini, non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli
con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta o il tecnico
che porta agli uomini vantaggi pratici?
Sono uguali. I cuori sono anche motori.
L'anima è un'abile forza motrice.
Siamo uguali. Compagni d'una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti abbelliremo l'universo,
l'avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All'opera! Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori, al mulino! Ai mugnai!
Che l'acqua dei loro discorsi
faccia girare le macine.


(Vladimir Majakovskij)

The Astronomer

venerdì 22 novembre 2013

No, io son nato per l’inverno

No, io son nato per l’inverno,
per il grigio e il freddo che mi serra d’intorno
per starmene raccolto a stringere sul cuore la mia fiamma
povera fiamma vacillante.
La bella natura
Che si scalda e vive decisa
Al sole, ai colori più sani,
datrice agli eletti di pensieri ed opere forti,
inesorabile come la vita,
universale piena,
a me (piangete o miei poveri sogni)
dà smarrimento e stanchezza,
a me spegne ogni fiamma, fonte più pura.


(Cesare Pavese)

mercoledì 20 novembre 2013

Ho steso corde da campanile a campanile

Ho steso corde da campanile a campanile;
ghirlande da finestra a finestra;
catene d'oro da stella a stella,
e danzo...

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J'ai tendu des cordes de clocher à clocher ;
des guirlandes de fenetre à fenetre ;
des chaines d'or d'étoile à étoile ,
et je danse ...


(Arthur Rimbaud)

La vita solitaria

La mattutina pioggia, allor che l’ale
Battendo esulta nella chiusa stanza
La gallinella, ed al balcon s’affaccia
L’abitator de’ campi, e il Sol che nasce
I suoi tremuli rai fra le cadenti
 Stille saetta, alla capanna mia
Dolcemente picchiando, mi risveglia;
E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
Degli augelli susurro, e l’aura fresca,
E le ridenti piagge benedico:
Poiché voi, cittadine infauste mura,
Vidi e conobbi assai, là dove segue
Odio al dolor compagno; e doloroso
Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
Benché scarsa pietà pur mi dimostra
Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
Verso me più cortese! E tu pur volgi
Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
Le sciagure e gli affanni, alla reina
Felicità servi, o natura. In cielo,
In terra amico agl’infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m’assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d’un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, né batter penna augello in ramo,
Né farfalla ronzar, né voce o moto
Da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, né spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co’ silenzi del loco si confonda.

Amore, amore, assai lungi volasti
Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
Anzi rovente. Con sua fredda mano
Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s’apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
Di paradiso. Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già s’accinge all’opra
Di questa vita come a danza o gioco
Il misero mortal. Ma non sì tosto,
Amor, di te m’accorsi, e il viver mio
Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
Non altro convenia che il pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al sole
Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
Scontro di vaga donzelletta il viso;
O qualor nella placida quiete
D’estiva notte, il vagabondo passo
Di rincontro alle ville soffermando,
L’erma terra contemplo, e di fanciulla
Che all’opre di sua man la notte aggiunge
Odo sonar nelle romite stanze
L’arguto canto; a palpitar si move
Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
Tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano
Ogni moto soave al petto mio.

O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
Alla mattina il cacciator, che trova
L’orme intricate e false, e dai covili
Error vario lo svia; salve, o benigna
Delle notti reina. Infesto scende
Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
A deserti edifici, in su l’acciaro
Del pallido ladron ch’a teso orecchio
Il fragor delle rote e de’ cavalli
Da lungi osserva o il calpestio de’ piedi
Su la tacita via; poscia improvviso
Col suon dell’armi e con la rauca voce
E col funereo ceffo il core agghiaccia
Al passegger, cui semivivo e nudo
Lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre
Per le contrade cittadine il bianco
Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
Va radendo le mura e la secreta
Ombra seguendo, e resta, e si spaura
Delle ardenti lucerne e degli aperti
Balconi. Infesto alle malvage menti,
A me sempre benigno il tuo cospetto
Sarà per queste piagge, ove non altro
Che lieti colli e spaziosi campi
M’apri alla vista. Ed ancor io soleva,
Bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso
Raggio accusar negli abitati lochi,
Quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando
Scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch’io ti miri
Veleggiar tra le nubi, o che serena
Dominatrice dell’etereo campo,
Questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
Errar pe’ boschi e per le verdi rive,
O seder sovra l’erbe, assai contento
Se core e lena a sospirar m’avanza.


(Giacomo Leopardi)

martedì 19 novembre 2013

Ombre

Tanto ho pensato a te
e ho scritto tanto di te
senza proprio sapere chi tu fossi.
In tante e tante camere ho dormito
senza averti al mio fianco
e tante son le case
nelle quali ho abitato, senza di te.
Tante son le città in cui non ti ho incontrato.

Tante sono le cose che ho esaurito
o smarrito per via verso di te,
e tante possibilità ho sprecato,
tante vite che la tua presenza qui e ora
mi fa sentire perdute
che ormai ti posso vedere solo
come la luce primaverile che talvolta
sfiora la tua gota o accende l'ardore dei tuoi occhi
lasciando le ombre ancora più fredde e profonde.


(Henrik Nordbrandt)

Tenendo le cose assieme

In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.


(Mark Strand)

domenica 17 novembre 2013

Io sono più grande

Io sono più grande
di ogni tradimento.


(Alda Merini)

Aphrodite

Avverbi di luogo

Qua è dove sono io. Ovunque sia
io sarò sempre qua, dove mi vedi.
Questa casa, questi volti, questi oggetti
stancano perché il qua stanca.
Qua viene sete di andarsene, sete di laggiù.
Ma laggiù è il luogo dove non potrò mai stare,
dove io sono impossibile. Ovunque vada
il là dove sarò diverrà qua
e io ci sarò ad aspettare me stesso
con in mano un mazzo di rose tutte uguali.
Là è il tuo qua.
Là sembra un grido perché è dove fa male.
Io voglio essere là, dove tu stai,
e tu qua, o meglio: noi due laggiù, remoti, insieme,
ché vivo è uguale a insieme.
Laggiù c’è l’amore che non c’è qua.
Quegli oggetti toccati dalle tue mani,
quello che pensi, dici, taci o sogni,
quei luoghi dove stai senza di me,
quello desidero, quello mi occorre.
Ed essere il tuo là, il tuo alito sospeso.
Laggiù è la salvezza, il miraggio
nato dalla sete di stare qua.
Laggiù saremmo felici per sempre
stretta la foglia e larga la via,
laddove il tuo qua e il mio là si riunirebbero.
Laggiù è la pioggia cadendo
su questo deserto inaridito.
Laggiù è il Paese di Bengodi, Eldorado, il non-plus-ultra.
Io sono qua, tu là, e noi due laggiù, ma quando?
Questo è pietra. Codesto è seta. Quello è mare.
Qua è focolare impossibile, intima assenza,
odiato domicilio, carcere di ogni giorno.
Là, calore del tu, mia la tua vita,
tesoro della tua isola, aria d’amore.
Laggiù, dove non ci siamo, piove sulla vita
che non sarà mai nostra e che ci attende.

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Aquí es donde estoy yo. Esté donde esté
yo siempre estoy aquí donde me ves.
Esta casa, estas caras, estas cosas
cansan, porque aquí cansa.
Aquí hace sed de irse, sed de allí.
Pero allí es el lugar donde jamás podré estar,
donde yo soy imposible. Vaya adonde vaya,
allá donde yo llegue será aquí
y estaré ya esperándome a mí mismo
con un ramo de rosas iguales en la mano.
Ahí es tu aquí.
Ahí parece un grito porque es donde te duele.
Yo quiero estar ahí, donde estás tú,
tú aquí o, mejor, los dos allí, remotos, juntos
porque lo vivo es lo junto.
Ahí hay el amor que no hay aquí.
Esas cosas tocadas por tus manos,
eso que piensas, dices, callas, sueñas,
esos lugares donde estás sin mí,
eso deseo, eso necesito.
Y ser tu ahí, tu aliento intercalado.
Allí es la salvación, el espejismo
nacido de la sed de estar aquí.
Allí sí que seríamos felices,
donde tu aquí y mi ahí estarían juntos,
comerían perdices que no existen.
Allí es la lluvia aquella
que cae sobre este páramo sediento.
Allí es Jauja, el Dorado. No hay palabras
que puedan dar idea de aquel sitio.
Las palabras son éstas, nunca aquellas.
Yo estoy aquí y tú ahí y allá nosotros cuándo.
Esto es piedra. Eso es seda. Aquello es mar.
Aquí, hogar imposible, íntima ausencia,
odiado domicilio, cárcel del cada día.
Ahí, calor del tú, tu vida mía,
tesoro de tu isla, aire de amor.
Allí, donde no estamos, llueve sobre la vida
que nunca será nuestra y nos aguarda.


(Juan Vicente Piqueras)

mercoledì 13 novembre 2013

C'è una meta

c'è una meta
per il vento dell'inverno:
il rumore del mare

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kogarashi no
hate wa arikeri
umi no oto


(Ikenishi Gonsui)

Alba

Il mio cuore oppresso
con l'alba avverte
il dolore del suo amore e il sogno delle lontananze.
La luce dell'aurora porta
rimpianti a non finire
e tristezza senza occhi
del midollo dell'anima.
Il sepolcro della notte
distende il nero velo
per nascondere col giorno
l'immensa sommità stellata.
Che farò in questi campi
cogliendo nidi e rami,
circondato dall'aurora
e con un'anima carica di notte!
Che farò se con le chiare luci
i tuoi occhi sono morti
e la mia carne non sentirà
il calore dei tuoi sguardi!

Perché per sempre ti ho perduta
in quella chiara sera?
Oggi il mio petto è arido
come una stella spenta


(Federico Garcia Lorca)

lunedì 11 novembre 2013

Tristezza della luna

Questa sera la luna sogna più languidamente; come una
bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni,
e sul dorso lucido di molli valanghe morente, si abbandona

a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni
bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.
Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa
terra una lagrima furtiva,

un pio poeta, odiatore del sonno,
accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima

dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde
nel suo cuore agli sguardi del sole

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Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu'une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d'une main distraite et légère caresse
Avant de s'endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l'azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d'opale,
Et la met dans son coeur loin des yeux du soleil


(Charles Baudelaire)

Tutto quanto

Tutto quanto concerne l'Anima
si svela spontaneamente
ed ogni  sforzo razionale
non fà che allontanarla.
Questo perchè la sua natura non è fenomenica.
Si coglie col cuore come una poesia,
come un'opera d'arte.
Si sente, si ama
ma nessun concetto, come ombra fugace
è ad essa adeguato


(Rumi)

Desiderio di cose leggere

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –


(Antonia Pozzi - 1° febbraio 1934)

Anime contemplative

La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente.
È un viaggio dello spirito attraverso la materia,
e poiché è lo spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo.
Ci sono perciò anime contemplative
che hanno vissuto più intensamente,
più largamente, più tumultuosamente
di altre che hanno vissuto la vita esterna.
Conta il risultato.
Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto.
Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale.
Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto.
(...)
Dall'angoscia che provo sono sull'orlo del pianto:
non di lacrime che si versano, ma che si reprimono;
lacrime di un male dell'anima, non di un dolore sensibile.
Ho vissuto tanto senza avere vissuto!
Ho pensato tanto senza aver pensato!


(Fernando Pessoa)

Un desiderio vago di cose ignote

Le cadeva addosso una malinconia dolce
come una carezza lieve,
che le stringeva il cuore a volte,
un desiderio vago di cose ignote.


(Giovanni Verga; "Mastro Don Gesualdo")

giovedì 7 novembre 2013

Bicchieri di sete

Se dubiti della tua sete, se non osi
farle domande o darle un nome,
se sai solo che cerchi dell’acqua
che la sazi e non trovi che pozzi,
e in questi echi che ti chiamano, bevi.
Se bevendo la sete scompare
era soltanto sete. Continua a cercare.
Ma se quando la sazi cresce ancora,
se desideri non smettere mai di avere sete
ma continuare a bere giorno e notte
bicchieri di sete, non c’è dubbio:
puoi chiamarla amore, continuare a soffrire,
e sapere che non esiste chi ti guida.

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Si dudas de tu sed, si no te atreves
a preguntarle o a ponerle un nombre,
si sólo sabes que buscas un agua
que la sacie y no hallas sino pozos,
y en ellos ecos que te llaman, bebe.
Si la sed al beber desaparece
es que era sólo sed. Sigue buscando.
Pero si crece en ti cuando la sacias,
si quieres no dejar de tener sed
sino seguir bebiendo día y noche
vasos de sed, no hay duda:
puedes llamarla amor, seguir sufriendo,
y saber que no existe quien te guía.


(Juan Vicente Piqueras)

Cosmogony or the Wonder Eye of Eternity

Il violinista pazzo

Non fluì dalla strada del nord
né dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.

Egli apparve all' improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all' improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.

La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.

In un luogo molto lontano,
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.

Risposta a quel desiderio
che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata.

La sposa felice capì
d' essere malmaritata,
L' appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,

la fanciulla e il ragazzo furono felici
d' aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.

In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lascia polvere senza terra,
la prima ora dell' anima gemella,
quella parte che ci completa,

l'ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità lambite
la luminosa inquietudine
migliore del riposo.

Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.

Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro estatica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.

Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell' ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,

improvvisamente ciascuno ricorda -
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere -
la melodia del violinista pazzo.


(Fernando Pessoa)

lunedì 4 novembre 2013

Mattina alla finestra

Stanno rigovernando rumorosamente i piatti
della prima colazione nelle cucine seminterrate.
e lungo i cigli pesti della strada
sono consapevole delle anime umide delle domestiche
che sbocciano malinconiche ai cancelli dei cortili.

Le onde brune della nebbia mi gettano contro
facce contorte dal fondo della strada,
e strappano a una passante con la sottana infangata
un sorriso senza meta che aleggia nell'aria
e svanisce lungo il livello dei tetti.


(Thomas Stearns Eliot)

Ho un gran bisogno di calma e di raccoglimento

(...) Io ho preferito rimanere a casa;
ho un gran bisogno di calma e di raccoglimento:
non so se la zia Luisa ti abbia detto
che dispiacerone mi sia capitato addosso,
d’improvviso, qualche settimana fa.
Non te lo vorrei neppure raccontare,
perché sono sicura che immantinente tu mi cominci a fare l’olio,
e allora gli occhiali ti si appannano e ti scivolano sul naso;
ma sono ancora tanto triste
e non ho altro sfogo che raccontare il mio dolore a chi lo sa capire;
che parlare di quello che è stato, di quello che è, di quello che vorrà essere;
che parlare un po’ del mio Maestro che mi hanno portato via!
Pensa che una mattina apro il giornale e,
nella lista dei trasferimenti dei professori,
il primo nome, dico il primo, che mi salta all’occhio
è quello del professor “Cervi Antonio Maria, da Milano a Roma”.
E’ stato atroce: non ho saputo che piangere, e piangere,
e piangere per due giorni che sono finora i più bui
ch’io abbia avuti nella mia vita.
Ho imparato che cosa sia il dolore.
Tu non immagini che cosa fosse lui per me.
Io avevo avuto la fortuna di incontrarlo nell’età inquieta
in cui tutto il nostro essere sboccia e anela alla vita,
in cui ogni influenza esterna lascia nell’anima una traccia indelebile,
in cui ci torturiamo ricercando l’inizio della nostra via
e l’indirizzo del nostro cammino nel mondo.
Egli era, o meglio, è, uno spirito come pochi,
come nessuno se ne può trovare.
Una gran fiamma dietro una grata di nervi;
un’anima purissima anelante a sempre maggior purezza,
destinata purtroppo a inaridirsi sola,
in una sete inesauribile di sapere, di perfezione, di luce;
uno studioso dalla cultura sterminata, dalla memoria prodigiosa,
dalla volontà ferrea che gli faceva passare la vita
nella penombra delle biblioteche,
chino sulle più ardue pagine di filosofia;
un insegnante tutto ardore ed entusiasmo per la scuola,
tutto affetto fraterno per gli scolari;
un povero figliolo che, a vent’anni,
si è veduto morire sul Grappa il fratello maggiore,
e poco dopo il padre, e si è trovato solo in pensione,
che porta anche con la neve il soprabito di primavera con le tasche rotte,
e che pure era sempre allegro con noi come un bambino
e ci elettrizzava tutti con il suo fuoco inesauribile…
Con la parola e con l’esempio
egli mi ha dato uno scopo e una fede;
mi ha insegnato a guardare più in alto e più lontano;
mi ha additato la via per diventare più buona.
Anche nel dolore di vedermi tolta così bruscamente la sua guida immediata,
ricorro per conforto ai suoi insegnamenti;
so che il dovere che mi resta è uno solo:
studiare; e non tradire il suo consiglio;
ed anelare, sempre, con tutta l’anima, a quella "luce"
ch’egli mi ha insegnato a cercare...


(Antonia Pozzi; Lettera alla nonna Nena - 21 agosto 1928)

Un'accozzaglia di sillabe sonore

I miei anni non sono molti,
eppure
sento già che la bontà
non è che un'accozzaglia di sillabe sonore;
non l'ho trovata in nessun luogo.

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Mes années ne sont pas nombreuses,
et, cependant,
je sens déjà que la bonté
n'est qu'un assemblage de syllabes sonores ;
je ne l'ai trouvée nulle part.


(Conte di Lautréamont; "I canti di Maldoror")

domenica 3 novembre 2013

La cicuta rese grande Socrate

Tu, invece, devi dire:
"E allora, se vorrà succedere?
Vedremo chi avrà la meglio.
Forse viene per mia fortuna
e una morte siffatta onorerà la mia vita".
La cicuta rese grande Socrate.


(Seneca; "Lettere a Lucilio")

Dal mio cuore al tuo

Se potessi offrirti, stamani, il regalo più prezioso
sarebbe un tempo senza inizio e senza fine.

Una vita colma di buona salute e di quella pace e gioia interiore
che possono provenire solamente dallo spirito.

Sarebbe purezza nei tuoi pensieri e nelle tue parole
affinché nulla ti possa avvicinare che non sia bellezza.

Sarebbe un sonno profondo e un respiro di dolce serenità.
Sarebbe comprensione dell’abisso che c’è tra il materiale
e lo spirituale – cosicché rabbia e frustrazione
si dissolverebbero in un caldo rifugio d’Amore.

E tu saresti per sempre il più fedele degli amici…
non per me ma per te stesso.

Tutti i frutti della vita germogliano nel cuore
così questo mio dono è
dal mio cuore al tuo.


(Hinmaton Yalaktit - Capo Giuseppe condottiero della tribù dei Nasi Forati)

La mia patria è l'universo intero

Credi che questo sia capitato soltanto a te
e ti meravigli come di una cosa straordinaria che,
nonostante le tue peregrinazioni così lunghe
e tanti cambiamenti di località,
non ti sei scrollato di dosso la tristezza
e il peso che opprimono la tua mente?
Devi cambiare d'animo, non di cielo.
Puoi anche attraversare il mare,
"Terre e città retrocedano pure"
come dice il nostro Virgilio:
ebbene, i tuoi difetti ti seguiranno dovunque andrai.
A un tale che esprimeva questa stessa lamentela Socrate disse:
"Perchè ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono,
dal momento che porti in giro te stesso?
Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano".
A che può giovare vedere nuovi paesi?
A che serve conoscere città e luoghi diversi?
È uno sballottamentto che sfocia nel vuoto.
Domandi come mai questa fuga non ti è utile?
Tu fuggi con te stesso.
Devi deporre il fardello che grava sul tuo animo,
altrimenti prima non ti piacerà alcun luogo.
Vai di qua e di là per scuotere il peso che ti sta addosso
e che diventa ancora più fastidioso
in conseguenza della tua stessa agitazione.
Analogamente su una nave i pesi ben stabili premono di meno,
mentre i carichi che si spostano, rollando in modo diseguale,
mandano più rapidamente a fondo quella parte su cui essi gravano.
Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te,
e con lo stesso movimento ti arrechi un danno:
infatti stai scuotendo un ammalato.
Ma quando ti sarai liberato da questo male,
qualsiasi cambiamento di località diventerà un piacere.
Ti releghino pure nelle terre più lontane;
ebbene, in qualsivoglia cantuccio di terra barbarica
ti troverai per forza ad abitare,
quella sede, quale che sia, ti sarà ospitale.
Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l'hai raggiunta,
e pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo.
Bisogna vivere con questa convinzione:
"Non sono nato per un solo cantuccio di terra,
la mia patria è l'universo intero".


(Seneca; "Lettere a Lucilio")

Che aspetto avrebbe la terra se ne sparissero le ombre?

Hai pronunciato la tua frase come se non ammettessi le ombre,
e neppure il male.
Abbi però la bontà
di riflettere sul problema seguente:
che cosa ci starebbe a fare, il tuo bene,
se il male non esistesse,
e che aspetto avrebbe la terra
se ne sparissero le ombre proiettate dagli oggetti e dagli uomini?
Ecco l'ombra della mia spada.
Ma vi sono anche le ombre degli alberi e degli esseri viventi.
Vuoi dunque scorticare tutto il globo terrestre,
portar via gli alberi e tutto ciò che vive,
per la tua fantasia di vivere di nuda luce? Sei uno sciocco.


(Michail Bulgakov; "Il Maestro  Margherita")