martedì 31 maggio 2016

Che cosa vuoi di più - più di tutta una vita?

- Cesonia:
...la tua angoscia mi ha così sconvolto l'anima
che non mi importa se tu non m'ami.
Che cosa t'impedisce di guarire?
Sei ancora così giovane.
Tutta una vita davanti a te!
Che cosa vuoi di più - più di tutta una vita?


(Albert Camus; "Caligola")

domenica 29 maggio 2016

Amalia, dedico a te le prime linee...

- Torino, ultimo d’Aprile 1908 (da domani in poi: Agliè-Meleto)

Amalia,
dedico a te le prime linee dopo parecchi giorni di clausura febricitante:
sono stato pochissimo bene e sono di umore deplorevole.
Per fortuna ho pensato poco a te, in questo tempo,
ché altrimenti t’avrei pensata male...
È così: la tua immagine, come tutte le cose belle,
non trova presa sul mio spirito che quando questo
è sereno e buono e favorevole.
Da qualche giorno invece sono amaro e cattivo.
Per tante cose della vita comune, e grandi e piccole,
che sono un martirio alla mia sensibilità
e un disastro completo per il mio sentimento lirico.
Per questo tu e la poesia siete esulate dalla mia anima:
e ne sono tanto triste!
Domattina ritorno ad Agliè definitivamente.
Spero di ritrovare, nella pace canavesana, la mia salute e me stesso.
E ti scriverò.
Grazie della tua lettera buona:
sono lieto che la tua vita romana sia fin ora
immune di episodi spiacevoli.
Scrivimi quando ti senti,
e quando hai qualche piccola curiosità da parteciparmi.
Sai che mi diverto.
Hai visto Cena, mi dici. Cerca, ti prego, cerca di sapere
se non l’ha irritato l’ultima lettera mia dove richiedevo i miei versi,
non stimandoli (e non sono) fascio sufficiente per l’esordio che desidero...
Come deve apparirti scolorito e lontano il "piccolo amico"
da un centro spaventoso come Roma grande.
Ma anche tu non ne guadagni agli occhi miei:
la tua figura mi è divenuta estranea
come se scomparsa in una tomba o in un laberinto: non so...
Ti penso un po’ come una morta, mentre ti bacio
GUIDO.


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

Mi lascio vivere ignota fra ignoti

- Roma, 27 aprile 1908

Caro Guido,
in una tregua improvvisa mi prende acuto il desiderio di scriverti,
vorrei dire il desiderio di vederti presso di me,
sotto questo bell'azzurro limpido,
d’una chiarezza che Torino non sa.
Sono sola - le mie sorelle sono quasi una parte di me -
sono sola in questa casa di stranieri
e intorno non sento che gutturali accenti inglesi
che non mi dispiacciono perché non mi disturbano.
Stamane ho parlato con Cena
- brutto scimmiesco con mani belle -
e con la Sibilla Aleramo
- una figura semplice di bellezza e semplicissima di toilette.
(...)
Che fai, amico mio dolce?
Ti ho già desiderato tante volte in questa città
che dà un’impressione più vasta e più serena del mondo.
Di notte sento scrosciare acque nella Villa Barberini qui in faccia,
di giorno sole oro verde azzurro e gente ignota.
Se tu fossi qui!
Non ti stancheresti - a piedi non si può quasi andare
- ci scarrozzeremmo ore ed ore.
- Perdonami: io ti sento invano.
Addio: scrivimi qui presto.
Sono un poco svanita, non so pensare con profondità!
Mi lascio vivere ignota fra ignoti.
Addio se tu fossi qui!
Ma non venire.
A.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

Mi diceva che non si deve mai fare soffrire nessuno...

- Scipione:
Non puoi immaginare come è stato buono con me.
Mi ha aiutato. Ha aiutato la mia famiglia.
Mi parlava del mio lavoro. Mi incoraggiava.
Mi spiegava che la vita non è facile
ma che c'è pur sempre l'arte, la religione, l'amore.
Mi diceva che non si deve mai fare soffrire nessuno.
Che questo è il solo errore da evitare.
E che bisogna cercare di essere giusti con se stessi e con gli altri,
cantare la felicità ed essere in armonia con il mondo.


(Albert Camus; "Caligola")

sabato 28 maggio 2016

Pioggia

Pioggia fiacca, pioggia estiva 
dai cespugli rumoreggia, rumoreggia dagli alberi.
Com'è bello e benedetto
sognare ancora a sazietà.

Fuori a lungo me ne stetti nella luce,
desueta mi è quest'onda:
dimorare nel proprio intimo
da nessuna terra estranea essere attratto. 

Niente desidero, niente bramo, 
accenno lievi canti infantili, 
stupido a casa sono approdato
nella vaghezza calda dei sogni. 

Cuore, come sei lacerato dalle ferite,
come sprofondi cieco e beato
di non pensare, di non sapere,
solo alitare, solo sentire.


(Hermann Hesse)

Il cavallo

Io non sono il cavallo
di Caracalla come Benvolio crede; 
non corro il derby, non mi cibo di erbe,
non fui uomo di corsa ma neppure
di trotto. Tentai di essere 
un uomo e già era troppo
per me (e per lui).


(Eugenio Montale)

giovedì 26 maggio 2016

Naufraghi

Naufraghi sugli scogli 
ognuno narra
a sé solo - la storia di una dolce casa
perduta, 
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare - 

Triste orto abbandonato l'anima
si cinge di selvagge siepi
di amori: 
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.


(Antonia Pozzi)

domenica 22 maggio 2016

Improvvisamente mi si aprivano davanti molte verità...

Spesso Pokrovsky mi dava libri;
in principio li leggevo per non addormentarmi;
poi più attentamente, e in seguito con avidità;
improvvisamente mi si aprivano davanti molte verità
sin allora ignote, sconosciute.
Come un torrente impetuoso,
nuove idee e nuove espressioni
mi si riversavano tutte insieme nel cuore;
quanto maggior emozione, agitazione e pena
costava al mio cuore il ricevere le nuove espressioni,
tanto più mi erano care,
tanto più dolcemente mi si agitavano dentro;
e d'un tratto, bruscamente, mi si affollarono in cuore,
non lasciandolo più respirare.
Uno strano caos cominciò a turbarmi tutta la persona...


(Fëdor Dostoevskij; "Povera gente")

Ogni giorno che passa è un riandare

Ogni giorno che passa è un riandare
tutta la storia grigia della vita.

Una donna che appena mi ha parlato
mi ha messo in cuore come un gran germoglio
gonfio di gioia.

È una gioia vedere tanti rami
verdissimi nel vento e tanti fiori
prepotenti, sboccianti, è una gran gioia
perché nel sangue pure è primavera.


(Cesare Pavese)

sabato 21 maggio 2016

C’è un piacere ancora disponibile ai caduti mortali

C’è un piacere ancora disponibile ai caduti mortali
(e forse uno solo)
che più ancora della musica è debitore
all'accessorio sentimento della solitudine.
Mi riferisco alla felicità che si prova
nella contemplazione dei paesaggi naturali.
In verità,
l’uomo che vuole ammirare nel modo giusto la gloria di Dio sulla terra
deve ammirare quella gloria in solitudine.
Per me, almeno, la presenza, non soltanto della vita umana,
ma della vita in ogni forma altra da quella delle cose verdi
che crescono sulla terra e sono senza voce,
è una macchia sul panorama: è in guerra col genio del luogo.
Io amo, difatti, vedere le cupe vallate, e le rocce grigie,
e le acque che sorridono in silenzio,
e le foreste che sospirano nel loro sonno inquieto,
e le fiere e vigili montagne che dall'alto dominano ogni cosa,
amo vederle come le membra colossali
di un solo essere animato vasto e senziente:
un insieme la cui forma (quella della sfera)
è la più perfetta e la più comprensiva di tutto;
la cui orbita è tra i pianeti suoi compagni;
a cui devota ancella è la luna,
il cui indiretto sovrano è il sole;
la cui vita è l’eternità;
il cui pensiero è quello di un Dio;
il cui godimento è la sapienza;
i cui destini si sperdono nell'immensità.


(Edgar Allan Poe)

Come si può vedere la bellezza dell'anima buona?

Come si può vedere la bellezza dell'anima buona?
Ritorna in te stesso e guarda:
se non ti vedi ancora interiormente bello,
fa come lo scultore di una statua che deve diventar bella.
Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce
finché nel marmo appaia la bella immagine:
come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo,
purifica ciò che è fosco e rendilo brillante
e non smettere di scolpire la tua propria statua interiore,
finché non ti si manifesti lo splendore divino della virtù
e non veda la temperanza sedere su un trono sacro.
(...)
Se tu sei diventato completamente una luce vera,
non una luce di grandezza o di forma misurabile
che può diminuire o aumentare indefinitamente,
ma una luce del tutto senza misura,
perché superiore a ogni misura e a ogni qualità;
se ti vedi in questo modo,
tu sei diventato ormai una potenza veggente
e puoi confidare in te stesso.
Anche rimanendo quaggiù tu sei salito
né più hai bisogno di chi ti guidi;
fissa lo sguardo e guarda:
questo soltanto è l'occhio che vede la grande bellezza.
Ma se tu vieni a contemplare lordo di cattiveria
e non ancora purificato oppure debole, per la tua poca forza
non puoi guardare gli oggetti assai brillanti e non vedi nulla,
anche se ti sia posto innanzi un oggetto che può essere veduto.
È necessario, infatti, che l'occhio si faccia uguale e simile all'oggetto
per accostarsi a contemplarlo.
L'occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole,
né un'anima vedrebbe il bello se non fosse bella.
Ognuno diventi dunque anzitutto deiforme e bello,
se vuole contemplare Dio e la Bellezza


(Plotino; "Enneadi")

venerdì 20 maggio 2016

Ti bacio con molta accorata serenità

- Di casa, Martedì 26 aprile 1908

Cara Amalia,
un malessere profondo, fisico e morale
m’impedisce il convegno di questa sera;
domani è il giorno della recita: affannatissimo.
Vuoi che ci vediamo Giovedì?
Ho un gran desiderio di stare a lungo ancora con te,
le mani nelle mani,
dicendoci qualche ultima cosa fraternamente saggia;
scrivimi se vuoi, e quando.
Come mi dolgono gli occhi!
quasi fossero cerchiati d’un anello rovente:
questa notte ho dormito pochissimo.
È giusto.
Ti bacio con molta accorata serenità.
Scrivi! Addio!
GOZZANO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

Le scienze hanno due estremità che si toccano

La gente giudica bene le cose perché si trova nell'ignoranza naturale,
che è la vera saggezza dell'uomo.
Le scienze hanno due estremità che si toccano.
La prima è la pura ignoranza naturale
in cui tutti gli uomini si trovano alla loro nascita.
L'altro estremo è quello a cui giungono le grandi anime che,
avendo percorso tutto ciò che gli uomini possono sapere,
trovano di non sapere nulla,
e incontrano quella stessa ignoranza da cui erano partiti;
ma si tratta di una dotta ignoranza, che sa di essere tale. 


(Blaise Pascal)

Altrimenti non riesco a capirlo

Ho provato disperazione per molti anni,
soprattutto nella mia giovinezza.
Da giovane ero molto più infelice di oggi.
(...)
In gioventù sono stato veramente disperato,
ed è stato interessante per me vedere
se fossi riuscito a sopportare questa disperazione.
Poiché probabilmente l'uomo non può farcela,
in ogni caso è molto difficile.
La continua disperazione
è la cosa peggiore che un uomo possa sperimentare.
Non c'è alcun dubbio.
Ma la vita si difende.
E infatti ho visto che potevo sopportare la disperazione,
perché in me si celava una grande vitalità.
Altrimenti non riesco a capirlo.


(Emil Cioran)

sabato 14 maggio 2016

Mi troverei molto male

Mi troverei molto male
in un mondo senza libri


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

...il senso puro dell'essere attraverso le palpebre chiuse

Ma qui m'interessa quel particolare mistero del sonno,
goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l'uomo,
ignudo, solo, inerme, s'avventura ogni sera in un oceano,
nel quale ogni cosa muta - i colori, la densità delle cose,
persino il ritmo del respiro,
un oceano nel quale ci vengono incontro i morti.
Nel sonno, una cosa ci rassicura, ed è il fatto di uscirne,
e di uscirne immutati,
dato che una proibizione bizzarra c'impedisce di riportare con noi
il residuo esatto dei nostri sogni.
Ci rassicura altresì il fatto che il sonno ci guarisce dalla stanchezza;
ma ce ne guarisce temporaneamente,
e mediante il procedimento più radicale riuscendo a fare che non siamo più.
Qui, come in altre cose, il piacere e l'arte
consistono nell'abbandonarsi deliberatamente a quest'incoscienza felice,
nell'accettare di essere sottilmente più deboli,
più pesanti, più leggeri, più vaghi dell'esser nostro.
Tornerò in seguito sulla popolazione prodigiosa dei sogni:
preferisco parlare di certe esperienze di sonno puro, di puro risveglio,
che confinano con la morte e la risurrezione.
Cerco di riafferrare la sensazione precisa di certi sonni fulminei dell'adolescenza,
quando si piombava addormentati sui libri, ancora vestiti,
e dalla matematica o al diritto si era trasportati d'un tratto
entro un sonno duro e compatto, denso di energie potenziali,
tanto che vi si assaporava, per così dire,
il senso puro dell'essere attraverso le palpebre chiuse.
Evoco i sonni repentini sulla nuda terra, nelle foresta,
dopo estenuanti battute di caccia: mi destava l'abbaiare dei cani,
o le loro zampe ritte sul mio petto.
Era un'eclissi così totale che, ogni volta,
avrei potuto ridestarmi diverso, e mi sorprendevo - mi dolevo, a volte -
della disposizione rigorosa che mi riconduceva da così lontano
nell'angusta particella di umanità che è la mia.
In che cosa consistono le caratteristiche alle quali teniamo di più,
se contano così poco per chi dorme,
e se per un istante, prima di rientrate di malavoglia nel mio guscio di Adriano,
giungevo ad assaporare quasi coscientemente quell'uomo vuoto di sé,
quell'esistenza senza passato?
(...)
Ma ci occupiamo tanto poco di un fenomeno
che assorbe almeno un terzo dell'esistenza di ognuno di noi
perché è necessaria una certa dose di modestia per apprezzarne i doni:
Caio Caligola e Aristide il giusto si equivalgono nel sonno.
io depongo i miei vani e pomposi privilegi,
non mi distinguo più dal guardiano negro
che dorme di traverso davanti alla mia porta.
Che cos'è l'insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente
a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue,
il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza
degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?
L'uomo che non dorme - da qualche mese a questa parte
ho fin troppe occasioni di constatarlo su me stesso -
si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose.
Fratello della morte... S'ingannava, Isocrate,
e la sua frase non è altro che l'iperbole d'un retore.
Comincio a conoscerla, la morte: essa cela altri segreti,
ben più estranei alla nostra attuale condizione di uomini.
E tuttavia, questi misteri di assenza, di oblio parziale
sono così intricati e profondi che avvertiamo distintamente
la sorgente chiara e quella oscura confluire chissà dove.
Non mi è mai piaciuto guardare le persone che amavo mentre dormivano:
si riposavano di me, lo so bene; mi sfuggivano, anche.
E non c'è uomo che non provi vergogna del proprio viso, guasto dal sonno.
Quante volte, levandomi alle prime ore del mattino per studiare o per leggere,
ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati,
quelle coperte in disordine,
testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il nulla,
prove che ogni notte non siamo già più...


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

The Cherry Girl


mercoledì 4 maggio 2016

Je ne connais pas d'autre grace que celle d'etre né

La fede è una virtù naturale
mediante la quale accettiamo le verità
che Elohim ci rivela attraverso la coscienza.
Non conosco altra grazia se non quella di essere nato.

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Le foi est une vertu naturelle
par laquelle nous acceptons les vérités
qu'Elohim nous révèle par la conscience.
Je ne connais pas d'autre grace que celle d'etre né.


(Conte di Lautréamont)

Quasi che, scrivendoti, tu possa vedermi...

- Il Meleto, Venerdì Santo - 17 aprile 1908 - ore 10 ant.

Mi sono alzato tardi quest’oggi;
ho riletta la tua cara di ieri;
e ho fatto, prima di sedermi a tavolino,
una toilette accuratissima,
quasi che, scrivendoti,
tu possa vedermi la piega dei capelli o la lucentezza delle unghie.
E invece quanto mi sei lontana!
Nel quadrato della mia finestra si delinea lo stesso paesaggio
che ti descrivevo quest’autunno: ma così diverso!
Rimpiango la porpora e l’oro di quei giorni,
né vale a ricompensarmene il verde tenero diffuso qua e là
di nubecole bianche e rosee:
un paesaggio... pastonchiano che non mi dice niente.
Il tiglio pertinace che ti lodavo quest’autunno – ti ricordi – c’è ancora,
ma è stato pulito e decapato (sic!) d’ogni ramaglia:
e appare buffo e miserabile...
Il cielo è grigio, sempre piovigginoso.
Io sono un po’ triste, un po’ amaro, ma non per questo.
Sono triste per il distacco necessario
(che mi dà però all’anima un senso di liberazione salutare)
e sono amaro per la mia completa sterilità lirica.
Ieri, l’altro ieri, sono stato ore e ore a tavolino,
affastellando rime e pensieri e non facendo un verso passabile...
E avrei tanti germi non ispregevoli da svolgere:
ma sono di un’abulia metrica desolante.
Tenterò, vedrò ancora...
Forse è l’idea della gita prossima a Torino che mi distrae ad ogni secondo
e mi fa schizzare profili femminei al margine del foglio,
o seguire pel cielo nebuloso i guizzi delle primissime rondini...
Sto, però, così bene di salute!
E ho così appetito!
Tanto che sospiro l’ora del pasto come l’ora d’un convegno!...
I nostri convegni! – Oimé!
Io li penso come sogni già molto lontani
e sento che non sono le ore di follia estrema
quelle che lasciano sull’anima la traccia più duratura...
Ma tutto si fa buono e dolce nel passato,
anche gl’istanti che ci parvero brutali ed aspri.
Dici bene, dobbiamo vederci un’altra volta,
saggiamente e fraternamente,
prima del tuo viaggio a Roma.
Sia dunque pel 22.
Il 21 mattina io sono a Torino:
per ultimi accordi indirizza V. Montecuccoli...
Ai 22, dunque, con animo impazientissimo!
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)