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domenica 21 giugno 2015

L'immagine che egli osservava più spesso

L'immagine che egli osservava più spesso era racchiusa nella cornice dello specchio appeso alla stessa parete. Non c'era nulla che studiasse con più cura del proprio volto, nulla che lo tormentasse di più e in nulla (anche se ciò gli costava uno sforzo accanito) riponeva maggior fiducia.


(Milan Kundera)

Il mondo interiore

Il mondo interiore! Erano parole altisonanti, e Jaromil le ascoltò con immensa soddisfazione. Non aveva mai dimenticato che già a cinque anni veniva considerato un bambino eccezionale, diverso dagli altri; anche il comportamento dei suoi compagni di scuola, che lo prendevano in giro per la cartella o per la camicia, gli avevano sempre confermato (seppure amaramente) la sua eccezionalità. Ma fino ad ora quell'eccezionalità per lui non era stata altro che una nozione vuota e incerta; era stata una speranza incomprensibile o un incomprensibile rifiuto; adesso invece aveva ricevuto un nome: un originale mondo interiore... Jaromil sapeva di essere arrivato a quella ammirevole scoperta [...] per puro caso, questo gli suggerì l'idea confusa che l'originalità del suo mondo interiore non fosse il risultato di uno sforzo laborioso, ma che consistesse in tutto ciò che passava casualmente e involontariamente nella sua testa; che gli fosse data come un dono. Da quel momento seguì con molta più attenzione le proprie idee e cominciò ad ammirarle. [...] Camminava lungo la riva del fiume, ogni tanto chiudeva gli occhi e si chiedeva se il fiume esisteva anche quando lui aveva gli occhi chiusi. La cosa gli parve oltremodo interessante, consacrò almeno una mezza giornata a osservazioni del genere...


(Milan Kundera)

mercoledì 17 giugno 2015

Il senso della poesia

Il senso della poesia non sta nell'abbagliarci con un'idea sorprendente, ma nel rendere un istante dell'essere indimenticabile e degno di un'insostenibile nostalgia.


(Milan Kundera; "L'immortalità")

martedì 4 marzo 2014

Non sono domande retoriche

Trapiantato nell’Ottocento, di che si occuperebbe un alchimista di genio? Che ne sarebbe di Cristoforo Colombo, oggi che le comunicazioni marittime sono servite da un migliaio di società di trasporti? Che avrebbe scritto Shakespeare in un’epoca in cui il teatro non fosse ancora esistito o in cui avesse smesso di esistere? Non sono domande retoriche. Quando un uomo è dotato per un’attività che ha già suonato la mezzanotte (o che non ha ancora suonato la prima ora), che ne è del suo talento? Si trasforma? Si adatta? Cristoforo Colombo diventerebbe direttore di una compagnia di viaggi? Shakespeare scriverebbe sceneggiature per Hollywood? Picasso disegnerebbe cartoni animati? Oppure tutti questi grandi talenti si tirerebbero in disparte, se ne andrebbero, per così dire, nel convento della storia, pieni di una cosmica delusione di essere nati nel momento sbagliato, fuori dall’epoca che è la loro, fuori dal quadrante del tempo per cui erano stati creati? Abbandonerebbero il loro talento anacronistico come Rimbaud abbandonò a diciannove anni la poesia?


(Milan Kundera)

giovedì 2 febbraio 2012

L'unica cosa importante

(...) Non ci resta che una cosa da fare: prendere tutto quanto il mondo e farne l'oggetto del nostro gioco; farlo diventare un giocattolo. Avenarius gioca, e il gioco è per lui l'unica cosa importante in un mondo senza importanza...


(Milan Kundera; "L'immortalità")

domenica 27 novembre 2011

La pazza con la violetta

Si disse: quando un giorno l'assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta, quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino, sarebbe uscita in strada e tenendolo davanti al viso l'avrebbe fissato spasmodicamente, per vedere solo quello, per vederlo come fosse l'ultima cosa che voleva conservare, per se stessa e per i suoi occhi, di un mondo che aveva ormai smesso di amare. Sarebbe andata così per le strade di Parigi, la gente presto avrebbe cominciato a conoscerla, i bambini l'avrebbero rincorsa, derisa, le avrebbero tirato oggetti addosso e tutta Parigi l'avrebbe chiamata: "la pazza con la violetta"...


(Milan Kundera)