Visualizzazione post con etichetta Amelia Rosselli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amelia Rosselli. Mostra tutti i post

sabato 23 marzo 2019

...da chi? come? quando?

- Garmisch Partenkirchen, 12 giugno 1926
 
(…) ma è meglio che io non pensi al tempo futuro - altrimenti mi rabbuio, non vedo che angustie, e mi viene una voglia matta di piantar tutto, ambizione e il resto e prendere un treno qualunque per paesi molto lontani… non sono naturalmente che vaghi sentimenti, neppure desideri, ma sono indizi di questa noia che ogni giorno sopporto e ogni giorno cresce - certamente se fossi sano, e non avessi questa mia gamba che mi impedisce tutto, e dopo 500 metri di cammino mi fa desiderare un letto nero e profondo come un precipizio, se non avessi, dico, questa infermità (e ora che viene il caldo la sento ancor di più) tutto sarebbe stato diverso e io non avrei pensato neppure a scrivere romanzi - ad ogni modo quel che è stato è stato - meglio ora andare avanti per questa via che ho scelta - dopo la partenza di mamma ebbi per altre ragioni dei giorni molto peggiori: il fatto è che quando non si vive ci si annoia e quando si vive si soffre - questo è tutto - (…) da chi? come? quando? non so - per ora mi trovo più isolato nel mondo che non un selvaggio in un'isola del Pacifico…


(Alberto Moravia, Lettera ad Amelia Rosselli)

lunedì 30 luglio 2018

In genere poi adoro di scrivere, qualunque cosa...

- Cortina d'Ampezzo, 31 ottobre 1924
 
Carissima zia.
(…) È questa l'unica consolazione che ho tra questo sfacelo; le mie letture (…) Pochi giorni fa abbiamo avuto, qui a Cortina, una forte nevicata; era la prima volta che ho visto questo fenomeno veramente bene; a Roma la neve è caduta due volte e s'è subito sciolta. Cortina aveva un curioso aspetto: delle nebbie s'erano fermate a mezzacosta sulle montagne; tutte le cose che spuntavano fuori dalla neve parevan per contrasto assolutamente nere; pareva che il cielo immoto e grigio si riposasse della fatica d'aver gettata tutta quella bianchezza sulla campagna; vi fu della gente che si divertì colle slitte. Io ho ammirato tutto, ma lo strano è che non l'ho toccata la neve: stava lì, a due passi, come una tentazione di Tantalo e mi sarebbe molto piaciuto di metter le mani in quella freschezza; invece le tenevo sotto le coperte al caldo. Del resto Cortina ha ora un'altra bellezza: è fulva. Tutti i larici che formano le sue foreste son divenuti color ruggine; sotto il sole essi hanno con i prati verdi delle delicate armonie di colori; e poi là dove i larici sono soverchiati dagli abeti sempreverdi, le abetaie danno la precisa impressione d'un tappeto molto cupo che cominci ad usurarsi, a divenir rossastro dove s'è sfilacciato. Insomma il panorama varia coll'autunno e così diverte l'osservazione. Queste descrizioni mi fanno molto piacere; non finirei mai di descrivere. In genere poi adoro di scrivere, qualunque cosa, per rappresentarne tutti i particolari sotto l'aspetto che mi piace. E questa è anche per me una consolazione; così scrivo molto, delle novelle, dei versi, inoltre sto a buon punto d'un romanzo in cui descrivo dei tipi che mi sono famigliari.
(…) Questo entusiasmo, ne sono sicuro, riceverà la sua buona doccia fredda appena mi alzerò e mi troverò avanti a certe cose sgradevoli a sopportarsi ma reali, ma intanto che sono infermo ne godo, ché mi fa vivere meno tediosamente e mi tiene il posto delle speranze che non ho più. Non credere che dicendo così io faccia il tragico: ad esempio non ho più speranza di camminare diritto; quasi certamente dovrò zoppicare. Cara zia, quando ti scrivo avviene come quando ti vedo: prima penso a tutte le cose che ti voglio dire, poi senza saper perché quasi sto zitto, oppure parlo di cose banali. In questa lettera ti mando dei versi che descrivono un tramonto a Cortina. Ho cercato di descriver quel che pensavo.
Cara zia, l'altro giorno ho aperto una vecchia Illustrazione Italiana, del 1915; sopra due pagine non v'erano che ritratti di giovani uomini, sormontati da questa scritta: "I caduti per la patria". Ho avuta una grande impressione: tutti quei ritratti sorridevano, v'erano dei visi interessanti, che rivelavano delle speranze robuste e il desiderio di vivere; questo mi faceva pena perché era quella stessa rivista, che ora nelle stesse pagine pubblica ritratti di signorine ben vestite e ridenti e fotografie di avvenimenti e cose frivole; pare che quegli altri ritratti non abbiano lasciato alcuna traccia né su quei fogli né altrove; e poi essi sorridono; il sorriso di una persona che non è più è rattristante quanto il profumo d'un fiore morto. Io penso spesso a quel tempo passato della guerra di cui non sono stato partecipe. 
Ed ora cara zia ti lascio. (…)
 
Ti mando un bacio,
il tuo Alberto
P.S. Scusami delle macchie: sono dovute alla mia posizione incommoda.
 
 
(Alberto Moravia, Lettera ad Amelia Rosselli)

martedì 10 giugno 2014

La realtà è così pesante

La realtà è così pesante
che la mano si stanca,
e nessuna forma la può contenere.


(Amelia Rosselli)

Se l'anima perde il suo dono

Se l'anima perde il suo dono allora perde terreno, se l'inferno
è una cosa certa, allora l'Abissinia della mia anima rinasce.
Se l'alba decide di morire, allora il fiume delle nostre
lacrime si allarga, e la voce di Dio rimane contemplata.
Se l'anima è la ritrosia dei sensi, allora l'amore è una
scienza che cade al primo venuto. Se l'anima vende il suo
bagaglio allora l'inchiostro è un paradiso. Se l'anima
scende dal suo gradino, la terra muore.

Io contemplo gli uccelli che cantano ma la mia anima è
triste come il soldato in guerra.


(Amelia Rosselli)

domenica 5 agosto 2012

Per quel tuo cuore

(...)
Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca


(Amelia Rosselli)