lunedì 29 agosto 2016

...perché un giorno mi sei stata vicina e mi hai porto la mano

- 27 VIII 1920, Venerdì

...quando penso a te
la visone più limpida mi ti mostra sempre a letto,
su per giù come, quella sera a Gmund, eri stesa sul prato.
E questa non è nemmeno una visone dolorosa,
ma, a guardar bene, è il meglio che ora io sia capace di pensare,
che stai a letto, io ti assisto un poco,
vengo e vado, ti poso la mano sulla fronte,
affondo nei tuoi occhi quando ti guardo,
sento il tuo sguardo quando cammino per la camera
e con un orgoglio non più domabile so che vivo per te,
che posso farlo e che dunque incomincio a esser grato
perché un giorno mi sei stata vicina e mi hai porto la mano.


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

È così: provo nello scriverti quasi la dolcezza di non pensare...

- Bertesseno. Viú, 15 giugno 1909

Cara,
oggi soltanto dopo tre giorni dalla fuga ho dato al mondo notizie mie.
Mi sono riservato la tua lettera per ultima, come un premio e come un riposo...
È così: provo nello scriverti quasi la dolcezza di non pensare, 
di abbandonarti le tempia fra le mani e di parlare,
prono sulle tue ginocchia, senza vederti.
Mai ti sento così dolce e così presente come quando mi sei lontana...
Tu che studi e canti le cose sottili dell’anima,
spiegami questo enimma strano...
- Cara Amalia, sono un po’ triste. E tanto stanco.
E così spaventosamente solo!
Questo romitorio dista da Torino due ore di treno, quasi tre di diligenza,
due e più di mulo e quasi una a piedi,
fra dirupi e macigni di asprezza dantesca.
Il luogo è bello, ma il mio ricovero è così mistico e così squallido
che la stamberga di Ronco diventa una reggia al raffronto.
Mi rassegno tuttavia sorridendo,
per quel gusto che tu mi conosci delle cose modeste:
una specie di dilettantesimo d’umiltà letteraria...
Senza considerare che non potrei trovare di meglio per la mia pace fisica
e per la mia vita interiore da tanti mesi offuscata...
- Che silenzio, Amalia mia!
Ti scrivo su di una loggia rustica
con dinnanzi un fascio di grossi ranuncoli raccolti or ora,
e immersi in un bicchiere da cucina.
Oltre la ringhiera in legno si sprofonda il vuoto smeraldino della valle...
È bello. Ma io non so non essere un poco triste.
(Passano in quest’istante due sorelle giovinette
che hanno venduto i capelli or ora...)
Mi rimorde il pensiero di mia Madre, m’inquieta la mia salute,
non ho ritrovato ancora il filo dei miei sogni...
Scrivimi.
Aduna tutta la tua tenerezza pura ed impura
e baciami anche, a lungo a lungo, in una prossima tua...
Io ti mando uno di questi fiori.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

domenica 28 agosto 2016

Di casa, Venerdì. L’alba, 29 maggio 1909

Amalia mia,
non ho chiuso occhio stanotte,
divorato da un ansiomania inesplicabile che m’accendeva il cervello
quasi fossi alla vigilia di non so che avvenimento...
Io ho di queste notti che mi lasciano all'alba
più sfinito che dopo una notte d’amore.
Non so di che siano preda i miei nervi:
forse è il distacco imminente da mia Madre,
le incombenze mille di questi giorni,
le responsabilità amare, le piccole e le grandi cose che sai e che non sai,
e anche un pochino la gioia (te lo giuro) del tuo trionfo...
Ho un orgasmo continuo, per questo,
e mi pare di non fare abbastanza e soffro di vederti lasciare sola,
senza accanto nessun aizzatore della tua pigra vanità.
Riepiloghiamo, dunque, per tacitare la mia coscienza,
quanto ho potuto concretare per te:
l’articolo del Resto del Carlino che apparirà senza dubbio
e del quale tu mi darai diffuse notizie, ti prego;
l’articolo sul Viandante; l’articolo che ti farà certamente De Paoli
sul Corriere di Genova (equivale al "Momento" di Torino).

E a questo proposito ascoltami bene.
Per impegnare De Paoli in modo assoluto
gli ho scritto ieri che avevo ottenuto per lui la pagina di "Donna"
e tutto per intercessione tua; gli ho detto, anzi,
che, me assente, mandi pure il suo ritratto da riprodursi, a te;
e tu te ne incaricherai (è lieve cosa!) e lo impegnerai così ad un buon articolo.
Ti consiglio anzi di scrivergli, molto - en camarade -,
dicendogli che sei edotta di tutto, che lo ringrazi anticipatamente,
ma che gli saresti più riconoscente ancora
se l’articolo invece che sul Corriere di Genova fosse sul Caffaro
(che equivale alla Stampa);
con un po’ di buona volontà egli può ottenerti anche questo.
Non avere pudori, ti prego: e pensa che tutta questa rete
è tessuta sull’amabile e dura legge del "do ut des"...
Ieri verso la mezzanotte ero ancora da Antonio Cappa Legora e per te,
parlando di te e del tuo volume.
Ne è ammiratissimo,
e mi ha dato notizia di piccoli trionfi privati ma forse lusinghieri
quanto un articolo su un foglio massimo; molte dame
(autentiche: Cappa è della nobiltà nostra più cattolica)
sono curiosissime di te: ed è strano come il tuo volume
e i commenti consecutivi non ti abbiano alienato affatto l’aristocrazia,
ma te ne abbiano aperte anzi - qualora tu volessi - le porte.
Cappa scriverà di te sul Momento e con diligenza grande.

Ieri notte lo guardavo, sdraiato nella sua camera signorile,
sotto la luce mite che tre lampadine velate
proiettavano dalle mani d’una donna di bronzo...
È un bellissimo giovine
ed ha tutte le qualità che affannano la tua nostalgia vagabonda.
Non so perché penso che dopo qualche colloquio
t’invoglierai di lui. Io te l’auguro.
E tu con la buona fraternità che ci unisce
mi confiderai queste cose in qualche lettera buona,
che verrà a raggiungermi lassù, nel mio eremo montanino...
Amalia, cara mia, mai come in questi giorni che precedono l’esilio
ho capito l’eccezionalità del sentimento che mi unisce a te.
È un insieme, mostruoso quasi, di fraternità un poco incestuosa,
che non soffre quasi del divieto, che s’apparecchia serenamente al distacco,
e non s’oppone, favorisce anzi, la fortuna del candidato...
Per chi è alla vigilia della rinunzia riesce quasi dolce il designare un favorito...
Ma tu ridi... Addio, cara cara mia.
Ho pensato a questo.
Se Domenica si va da Bistolfi troviamoci alla Cultura verso le 15 (devo trovarmi);
saremo a mezza via e con una vettura pellegrineremo alla nostra meta.
Addio, Amalia; ti stringo la mano.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

mercoledì 24 agosto 2016

La luna di pomeriggio nessuno la guarda

La luna di pomeriggio nessuno la guarda,
ed è quello il momento
in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento,
dato che la sua esistenza è ancora in forse.
È un'ombra biancastra che affiora dall'azzurro intenso del cielo,
carico di luce solare;
chi ci assicura che ce la farà anche stavolta
a prendere forma e lucentezza?
È così fragile e pallida e sottile;
solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto
come un arco di falce,
e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.


(Italo Calvino)

venerdì 19 agosto 2016

Risplendere sempre

Risplendere sempre,
risplendere ovunque,
sino al fondo degli ultimi giorni 
risplendere -
e nient'altro!
Ecco la parola d'ordine mia
- e del sole!


(Vladimir Majakovskij)

Immagine fiabesca

Quel giorno blu d'autunno sbrigliato
l'aria un nuovo mare di cristallo,
e sul suo fondo i boschi e i campi, 
appena mossi dal vento e inondati di luce.
Ma nel bosco di querce dov'era l'ombra
e le foglie cadevano come monete che nessuno osa toccare,
allora apparvero a briglia sciolta tre cavalieri.

Della loro meta nulla possiamo dirvi.


(Lars Gustafsson)

mercoledì 17 agosto 2016

Sorriderti

Sorriderti forse è morire, 
porgere la parola
a quella terra leggera
alla conchiglia in rumore
al cielo della sera, 
a ogni cosa che è sola
e s'ama col proprio cuore.


(Alfonso Gatto)

Artist’s Wife Elizabeth and Daughter


Non sono sicuro che il mondo esista

Non sono sicuro che il mondo esista,
che la materia esista,
che io esista.


(Eugenio Montale)

...uno dei punti ove il segreto e sacro s'incontrano

Di tutti i nostri giochi, questo è il solo che rischi di sconvolgere l'anima,
il solo altresì nel quale chi vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi.
Non è necessario per un bevitore abdicare all'uso della ragione,
ma l'innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo demone.
(...)
Non ne conosco altre ove l'uomo sia spinto
a risolversi da motivi più elementari e ineluttabili,
ove l'oggetto della scelta venga valutato con maggiore esattezza
per il peso di piaceri che offre, ove chi ama il vero
abbia maggiori possibilità di giudicare la creatura umana nella sua nudità.
Stupisco nel veder formarsi di nuovo ogni volta
- nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte,
un'umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera -
quel complesso di dinieghi,  di responsabilità, di promesse:
povere confessioni, fragili menzogne,
compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell'Altro,
legami che sembra impossibile infrangere
e che pure si sciolgono così rapidamente.
Questo gioco misterioso che va dall'amore di un corpo
all'amore d'un essere umano, m'è sembrato tanto bello
da consacrarvi tutta una parte della mia vita.
Le parole ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie,
implica al tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d'intimità dei corpi,
e quelli di violenza, d'agonia, di grida.
La piccola frase oscena di Poseidonio
- che t'ho visto ricopiare sul tuo quaderno di scuola
con una diligenza da primo della classe -
a proposito dell'attrito di due piccole parti di carne,
non definisce il fenomeno dell'amore,
così come la corda toccata dal dito
non rende conto del miracolo infinito dei suoni.
Più ancora che alla voluttà, essa reca ingiuria alla carne,
a questo strumento di muscoli, di sangue, di epidermide,
a questa rossa nube di cui l'anima è la folgore.
Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell'amore,
strana ossessione che fa sì che questa stessa carne,
della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro corpo,
preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla, e
- fin dov'è possibile - d'impedirle che soffra,
possa ispirarci una così travolgente sete di carezze
sol perché è animata da una individualità diversa dalla nostra,
e perché è dotata più o meno di certi attributi di bellezza
sui quali, del resto, anche i giudici migliori son discordi.
Di fronte all'amore, la logica umana è impotente,
come in presenza delle rivelazioni dei Misteri:
non s'è ingannata la tradizione popolare,
che ha sempre ravvisato nell'amore una forma di iniziazione,
uno dei punti ove il segreto e sacro s'incontrano.
E per un altro aspetto ancora,
l'espressione sensuale si può paragonare ai Misteri,
in quanto il primo contatto appare al non iniziato
un rito più o meno pauroso,
violentemente diverso dalle funzioni consuete del sonno, del bere e del mangiare,
oggetto di scherno, di vergogna o di terrore.
L'amore, non altrimenti della danza delle Menadi
e del delirante furore dei Coribanti,
ci trascina in un universo insolito,
ove in altri momenti è vietato avventurarci,
e dove cessiamo di orientarci non appena l'ardore si spegne e il piacere si placa. 
Avvinto al corpo amato come un crocifisso alla sua croce,
ho appreso sulla vita segreti che ormai si dileguano nei ricordi,
per opera di quella stessa legge che impone al convalescente guarito
di dimenticare le verità misteriose del suo male;
al prigioniero, una volta libero, di obliare la tortura,
e al trionfatore la gloria, quando l'ebbrezza del trionfo è svanita.
A volte, ho sognato di elaborare un sistema di conoscenza umana
basato sull'erotica: una teoria del contatto,
nella quale il mistero e la dignità altrui
consisterebbero appunto nell'offrire al nostro "Io"
questo punto di riferimento d'un mondo diverso.
In questa filosofia, la voluttà rappresenterebbe una forma più completa,
ma anche più caratterizzata dai contatti con l'"Altro",
una tecnica in più messa al servizio della conoscenza del non "Io".
Anche nei rapporti più alieni dai sensi,
l'emozione sorge o si attua proprio nel contatto:
la mano ripugnante di quella vecchia che mi sottopone una supplica,
la fronte madida di mio padre nei suoi ultimi istanti,
la piaga detersa di un ferito,
persino i rapporti più intellettuali o più anodini
si istituiscono attraverso questo sistema di segnali del corpo:
il lampo d'intesa che illumina lo sguardo del tribuno
al quale si spieghi una manovra prima della battaglia,
il saluto impersonale d'un subalterno
che al nostro passaggio s'immobilizza in un atteggiamento di obbedienza,
lo sguardo amichevole d'uno schiavo
che ringrazio per avermi portato un vassoio,
l'espressione da intenditore d'un vecchio amico
davanti al dono d'un cammeo greco.
Con la maggior parte degli esseri umani,
i più lievi, i più superficiali di questi contatti bastano,
o persino superano l'attesa;
ma se essi si ripetono, si moltiplicano attorno a un unico essere
sino ad avvolgerlo interamente;
se ogni particella d'un corpo umano s'impregna per noi
di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto;
se un essere solo, anziché ispirarci tutt'al più irritazione, piacere o noia,
ci insegue come una musica e ci tormenta come un problema,
se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo,
e infine ci diviene più indispensabile che noi stessi,
ecco verificarsi il prodigio sorprendente,
nel quale ravviso ben più uno sconfinamento dello spirito nella carne
che un mero divertimento di quest'ultima.
Opinioni come queste sull'amore possono indurre a una carriera di seduttore.
Se non l'ho seguita, senza dubbio dipende dal fatto
che mi son dedicato a cose diverse, se non migliori.
Una carriera del genere, in mancanza d'estro, richiede una serie di attenzioni,
persino di stratagemmi, per i quali non mi sentivo portato.
Tendere insidie sempre uguali, percorrere la solita strada,
che si limita a perpetui approcci,
e alla quale la conquista segna il traguardo, son cose che mi hanno tediato.
La tecnica del vero seduttore esige,
nel passaggio da un soggetto a un altro,
una disinvoltura, un'indifferenza che io non provo
e che, comunque perdevo prima di abbandonarle intenzionalmente:
non ho mai compreso come si possa essere sazio di un essere umano.
La molteplicità delle conquiste contrasta
con il desiderio di enumerare esattamente
le ricchezze che ogni nuovo amore ci reca,
di osservarlo mentre si trasforma; fors' anche, mentre invecchia.


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

lunedì 8 agosto 2016

Ogni cosa, accadendo, si faceva ricordo

Ogni cosa, accadendo, si faceva ricordo,
perché accadeva dentro di me prima che fuori.


(Cesare Pavese)

Vi mando il mio più buon saluto pieno di tenerezza e di tristezza

- Santa Margherita Ligure - Hotel Belle-Vue, 19 marzo 1909

Mio caro Guido,
perdonatemi d’avervi così a lungo taciuto la mia riconoscenza
per la tenera bellezza delle vostre parole
rievocanti così bene la mia dolce Perduta.
Voi mi avete insegnato a rivederLa fra di noi
con qualche malinconica soavità, con tanta accorata gioia,
mentre io non sapevo sentirLa e vederLa che lontana,
sola, diversa, tragicamente chiusa in uno spazio angusto d’ombra e di gelo...
Voi mi avete insegnato a chiudere gli occhi per averla vicina a me,
con il suo sorriso infantile, con i suoi occhi puri,
con la mite perplessità ch'era in ogni suo gesto,
con la sua timidezza un poco paurosa.
Grazie, mi avete fatto così bene!
Ed avete fatto bene a me sola
perché io non stamperò quella vostra delicata pagina.
Sapete ch'io volevo unire alle vostre e alle mie altre parole di compianto
scritte per Lei da anime di poeti. Non lo farò.
Mi si è osservato che questo poteva sembrare una ostentazione,
una vanità personale, un desiderio stolto di decorare di nomi non oscuri
la tristezza del mio dolore.
Non so se questo è verità o errore in faccia al mondo.
Per me era un omaggio che desideravo per Lei,
perché la sua bellezza di persona e di anima
fosse celebrata meglio da parole meno oscure delle mie.
Ora, poiché si potrebbe interpretare male la mia pietà di sorella,
ho rinunziato ad anteporre alla mia dolorosa poesia
le vostre parole di chiara bellezza.
Io stamperò solamente il mio piccolo accorato rosario di terzine
dove c’è la sua passione e la sua morte.
Sola mi assumo il bene e il male che può derivare da questo atto
poiché so ch’Ella gioisce nel suo cuore del mio canto e del mio pianto.
Del resto non mi curo.
Io ho parlato di Voi ieri a Genova con il "signore del raggio e del veleno".
In una breve sosta in quella città
mi sono indugiata un’ora nello studio di Sciutto
e vi ho posato per una testa che mi è stata richiesta con insistenza
da Caimi per la sua rivista.
Anche mi tentava la fama e più l’arte del fotografo genovese
che ha ritratto la vostra "piccola attrice famosa" deliziosamente.
Conoscete quelle fotografie? Le mie sono di eguale tipo.
Io ho sentito in questi giorni acutamente la mancanza di qualche bella imagine
che mi risuscitasse al vivo la nostra Cara,
ed è un rimpianto questo che mi durerà in cuore perennemente.
Io voglio che la mia figura mi sopravviva
se mai sono come Lei destinata a morte precoce.
Voglio essere ricordata in forme di giovinezza e di bellezza.
Erminia ed io siamo qui, fra stranieri,
invano occupate a cercar conforto al gran mare canoro di voci melanconiche,
al cielo spesso oscuro come l’anima nostra.
Dormiamo in una immensa camera dall'altissima volta,
decorata di antiche pitture,
dove undici anni or sono in un febbraio mite
la divina Eleonora viveva con Gabriele la sua parte di Perdita.
La nostra camera era la sua in quel tempo.
Non so quanti giorni vi indugeremo ancora.
Ci sospinge a tratti un’ansia folle di moto,
di fuga in cerca di qualcosa che ci manca,
che è, che sarà per sempre irreperibile.
Addio, mio caro Guido.
Vi sento più fratello nella nostra comune pena; ma Voi siete più fortunato:
Ella almeno vi rimane, non vi è stata portata via. Ed io v’invidio.
Vi mando il mio più buon saluto pieno di tenerezza e di tristezza.
A.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

giovedì 4 agosto 2016

...domenica saremo insieme

- Praga, 8. VIII. 20

(...)
...domenica saremo insieme,
cinque, sei ore,
troppo poco per parlare,
abbastanza per tacere, per tenerci per mano,
per guardarci negli occhi.


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")

Scrivetemi appena il cuore vi dolga meno

- Di casa. Giovedì, 11 marzo 1909

Cara Amalia,
dopo le prime parole fraterne in quell'ora tremenda
non volevo più scrivervi che quando aveste pianto tutte le vostre lacrime.
Ma oggi ho ricevuta la vostra lettera e ho incontrata Erminia...
Vi scrivo, dunque, ma senza sapervi che dire e come dire...
Povera Amalia! Pensate che vi parlo dal letto di mia Madre, ferita per sempre:
ho vicina Suor Giulia delle Nazzarene, che la veglia da tre mesi.
Da Suor Giulia (che le aveva da Suor Gaudenzia) sapevo notizie ogni giorno,
seguivo passo per passo il cammino del Dolore nella vostra casa...
E una sera ho capito, dai segni muti della Suora,
attraverso il letto di mia Madre, la notizia senza riparo!
Mia Madre comprese subito e scoppiò in singhiozzi e si pianse tutta la sera
- ve lo giuro sulla guarigione di Lei! -
Si pianse tutta la sera come per una figlia ed una sorella -
Amalia, povero mio buon compagno, eccoci di fronte al Dolore,
quella cosa che la nostra giovinezza ignorava tuttavia.
Facciamoci coraggio: e più io che Voi!
Il Tempo lenirà ogni ferita, a Voi. A me no.
Voi potrete resuscitare con l’arte maga della poesia quella che non avete più.
Io no. Io avrò per anni e anni, dinnanzi a me, nella mia casa,
il fantasma di quella che fu la mia Mammina giovine e svelta...
Considerate quale delle due sciagure è la più atroce!
Un altro conforto avete: potete cantare il vostro dolore.
So che avete composto per l’anima scomparsa una cosa dolcissima.
Io non ho questo bene. La mia poesia non mi consola nel dolore:
ha paura di soffrire; non mi segue e non la illudo con bei sogni, fra ozi piacevoli.
Voi avete questo dono di cantare il vostro pianto,
come confessaste Voi stessa, altra volta:

Perché talor non piango io il mio pianto
lo canto; e qualche mia mesta canzone,
è forse il sangue del mio cuore infranto!

Cara cara Amalia, considerate questo bene che v’è rimasto!
E quando ritornerete dalla Liguria
- (sapete che gran consolatore sia il Mare!) sarete un’altra:
più forte più bella più tesa verso l’avvenire.
Io sarò più vinto ancora: triste menomato profanato dal mio martirio continuo.
"Parlatemi di Lei, Caro Guido!" Ch'io vi parli di Lei?
Temo di offendervi, perché parlando di Lei non posso essere triste.
Non credo nella Morte. Non si muore. Non è morta.
È fatta più viva, più presente.
La dolce creatura che vedevo nella vostra casa, famigliarmente,
ma pur diviso da mille piccole convenienze sociali,
è ora libera da tutti e da tutto,
è con me, quando voglio, ubbidiente come il mio pensiero.
Vogliamo vederla? Basta chiudere gli occhi.
S’ode il suo passo nel vestibolo, Ella rientra freddolosa:
"Buon giorno Gozzano, buon giorno Erminia, buon giorno Amalia!"
(Amalia non gridate, non piangete, Ella non sa di essere morta!).
Si toglie la pelliccia, l’abbandona su di una sedia. Ci sorride, ansimando.
Appare lo stelo della persona sottile nella nera guaina altocinta.
Si toglie il cappello con un gesto rapido,
rialza, ravviva a due mani la massa dei capelli, con un gesto lento.
E resta rivolta verso la finestra, di profilo, con quel suo profilo assiro
(rideva e Le piaceva tanto ch'io Le dicessi questo!)
quel profilo dalla fronte breve, dal naso perfettamente arcuato,
dal vasto arco cigliare, dal mento forte volontario!
E parla con la sua voce (Non piangete, Amalia! Ella non sa di essere morta!)
e parla con la sua voce non bella e tanto soave, e dice le piccole cose della vita:
"Che freddo! quanta neve! Sono stata dalla modista, sai Amalia:
ho leticato molto per quelle tali penne sciupate.
Sono stata in Chiesa; ho molto pregato.
Ho comperato la carta da lettera scelta da Erminia: una cosa orribile...
Ma che c’è per guardarmi a quel modo?..."
Ella si volge, ci guarda, ci vede piangere in silenzio.
E allora tace, si ricorda, comprende.
Impallidisce e si fa diafana, diafana come la neve nell'acqua.
Ci sorride tacendo, mentre attraverso alla sua persona non più terrena
già traspare l’intarsio dei mobili, il fiorame della parete.
E nella parete si dilegua
 affonda come cosa grave nell'acqua cupa...
Aprite gli occhi, non la vedete più!
Quel mistero che fu convenuto di chiamare la Morte
la nasconde ai nostri sensi miserabili,
l’ha liberata del triste peso umano, dell’umiliazione del tempo e dello spazio.
Ma Ella è viva, è più viva e presente di prima.
Ora Ella sa tutto, vede tutto, comprende tutto, è in tutto.
È anche in noi, se ci ascoltiamo ad occhi chiusi
e ci dice, senza parole, cose di bontà e di speranza.
Speranza! Vi lascio con queste parole, Amalia cara.
Domani lascierete le nostre nevi tardive per quel mare dal quale mi strappava,
tre mesi or sono, un telegramma disperato.
Scrivetemi appena il cuore vi dolga meno
e abbiatemi oggi e sempre pel vostro affezionatissimo fratello
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)