sabato 2 luglio 2016

Ed è con quest’anima che oggi vi scrivo

- Ronco, 3 settembre 1908

Mia cara Amalia, come mi pesa lo studio!
Ho lasciato or ora le mie dispense (o quante! Pile di 1000-1500 pagine!)
su di una sedia, sul balcone, premute da una pietra,
perché  il vento non se le porti nella valle.
E ho tranquillata la mia coscienza col pretesto di scrivervi,
ma non ho proprio cosa alcuna da dirvi...
Staremo un po’ insieme, così.
Quest’oggi è una giornata che vi voglio bene.
Sono ritornato da Ivrea, ieri sera, dopo tre giorni d’assenza.
Mi sono stancato molto per cose molto serie:
e ho dovuto essere attivo, deciso, franco, previdente,
indagatore e volgare. Immaginatemi!
Ma io ho il gusto di cementarmi in cose
che riecheggino le qualità che non posseggo.
Oggi sono sfinito, ma molto soddisfatto di me.
Ad Ivrea, sul tavolo di lettura dell’hôtel, ho sfogliato un numero di Donna
già antico e ho letto una poesia vostra: perduto.
Poi sono uscito nel pomeriggio assolato,
e sono andato vagabondo per i giardini lungo la Dora
e per le vie tristi e provinciali,
pensandovi a lungo, come non mi accade da molto.
Mi piace, Ivrea. È una piccola cittaduzza da stampa in rame,
con le sue torri, le sue piazzette deserte,
le sue botteghe di chincaglierie antiquate...
È una meta favorevole alle fughe di un giorno, alle assenze di una notte.
Per questo, dinnanzi alle vetrine ingenue
o sotto i vecchi porticati erbosi, vi ho pensato molto.
E vi ho pensata male, desiderandovi acutissimamente.
Sono andato così, alla deriva, perduto:
attirando la curiosità dei buoni eporediesi superstiti nel caldo estivo.
Poi - le mie incombenze erano finite - ho lasciato Ivrea per Courgnè,
poi Courgnè per Pont, in ferrovia, poi Pont per Ronco in vettura.
Un viaggio lungo e vario, faticoso, non triste;
e a notte rientravo nella piccola casa che voi visitaste
e mi sedevo a cena, solo, sotto la luce gialla d’una lampada casalinga.
Sono solo, mia Madre, mio fratello, tutti sono via:
ed io resterò qui, solo, fino a Settembre quasi finito.
Rientrando qui ieri sera, mi sono vergognato
del come v’avevo pensato qualche ora prima, nella cittaduzza deserta.
Qui, in questa casa poverissima e chiara,
io ho un’anima casta di fanciullo che mi viene incontro,
dopo ogni assenza, appena varcata la soglia:
 e scaccia dal mio spirito ogni cosa non buona.
Ed è con quest’anima che oggi vi scrivo.
Lavorate molto? Siete contenta delle cose compiute?
Io non conosco quasi i sonetti, (40: m’avete detto); come li leggerei volentieri!
La vostra poesia è delle poche che mi attraggano con ansia curiosa.
E non per l’amicizia che ci unisce;
sarebbe così anche se personalmente non vi conoscessi.
Siete l’artista (donna) che io apprezzo di più.
Io non penso, da vario tempo, ai miei sogni letterari,
alterno lo studio alle cure entomologiche:
allevo una straordinaria colonia di bruchi.
Voglio ritrarne alcune osservazioni e molte belle fotografie
a commento di un libro di storia naturale che sogno da tempo: Le farfalle.
Vi attenderò dopo il volume di versi:
ma comincio ad adunare materiale di testo e d’illustrazioni.
Vedrete che cosa nuovissima e bella.
Immaginatevi che in una cassetta ho circa trecento crisalidi di tutte le specie,
ottenute da bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane;
ora si sono quasi tutti appesi al coperchio graticolato
e hanno presa la forma strana di crostacei stilizzati pel monile d’una signora.
Fra pochi giorni saranno farfalle.
Anzi, voglio mandarvi qualche crisalide: non ridete, vi prego.
Mi attira il pensiero che si schiuderanno nella vostra camera,
tra i vostri nastri e i vostri profumi.
Estraetele dalla scatola dove ve le invierò, SENZA TOCCARLE,
sollevando PEI LEMBI il COTONE dove sono adagiate
e deponetele senza smuoverle dal letto di cotone in una scatola più ampia,
dove la farfalla nascitura abbia sufficiente spazio per distendere le ali.
E lasciatele in pace, come bimbi che dormono:
senza toccarle, né agitarle: fra quindici giorni nasceranno.
Mi scriverete e mi descriverete i loro colori;
e mi direte che v’hanno detto da parte mia le belle prigioniere,
addormentate in questa valle e risvegliate sui colli di un paese lontano,
dall’altra parte del Piemonte...
E non sorridete tanto di queste cose,
più belle e più profonde di molte altre, per consolare la nostra malinconia...
E del mondo che notizie avete? Io nessuna.
Meditavo una gita a Torino: ma il tempo rimessosi al caldo mi ha dissuaso.
Dovrò purtroppo discendervi al fine di Settembre, per gli esami.
Da domani comincierò a studiare di lena. Lo giuro.
Ma come mi pesa lo studio!
Vi bacio fraternamente.
GUIDO


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Giglielminetti)

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