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venerdì 27 giugno 2025

...alzavi sempre davanti a te una poesia

(...) alzavi sempre davanti a te una poesia, perché ti nascondesse.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

domenica 19 gennaio 2025

Ecco, ancora, tutte le paure dimenticate

E adesso ecco anche la malattia che m'ha sempre colpito in modo tanto strano. Sono sicuro che la sottovalutano. Proprio come esagerano l'importanza di altre malattie. Questa malattia non ha caratteri particolari, assume i particolari delle persone che attacca. Con una sicurezza da sonnambula estrae da ciascuno il pericolo più profondo, che sembrava passato, e glielo rimette davanti, vicinissimo, nell'ora successiva. (...) E con quanto ritorna s'alza una ressa di ricordi slegati, aderente come un'umida alga a un oggetto sommerso. Vite di cui non avremmo saputo mai nulla salgono alla superficie e si confondono con quanto è realmente accaduto e allontanano un passato che credevamo di conoscere: perché in quello che sale è una forza nuova, riposata, mentre quello che è lì da sempre è stanco del ricordo troppo frequente.
Sono disteso sul letto, a un quinto piano, e la mia giornata da nulla interrotta è come un quadrante senza sfere. Come una cosa per lungo tempo perduta, una mattina è al suo posto, indenne, buona, più nuova quasi del giorno della perdita, proprio come se fosse stata curata da qualcuno: così, sulla coperta del mio letto sono sparse qua e là cose perdute dell'infanzia, e sono come nuove. Ecco, ancora, tutte le paure dimenticate.
La paura che un piccolo filo di lana uscito dall'orlo della coperta sia duro, duro e acuminato come un ago d'acciaio; la paura che questo piccolo bottone della camicia da notte sia più grande della mia testa, grande e pesante; la paura che questa briciola di pane, sul punto di cadere dal letto, diventi di vetro e si frantumi al suolo, e il pensiero angoscioso che con essa tutto vada in frantumi, tutto e per sempre; la paura che il lembo di una lettera aperta male sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa d'indescrivibilmente prezioso per cui non c'è posto abbastanza sicuro nella camera; la paura d'ingoiare, se mi addormento, il pezzo di carbone che è davanti alla stufa; la paura che nel mio cervello cominci a crescere una cifra qualsiasi, fino a quando in me non trova più spazio; la paura che la cosa su cui giaccio sia granito, grigio granito; la paura di gridare e che accorrano alla mia porta e che alla fine l'abbattano, la paura di tradirmi e di dire tutto quello che mi spaventa, e la paura di non poter dire nulla perché tutto è indicibile - e le altre paure... le paure.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

sabato 26 ottobre 2024

...una vita così lieve, di gesti lenti

(...) nei musei sono tante fanciulle (...) Si trovano davanti a quegli arazzi e si lasciano un po' andare. Hanno sempre sentito che questo è esistito, una vita così lieve, di gesti lenti, mai spiegati per intero, e ricordano oscuramente come per un periodo persino credettero che sarebbe stata la loro vita. Ma poi tirano fuori in fretta un quaderno e cominciano a disegnare non importa cosa, uno dei fiori o un piccolo animale felice. Non ha importanza, è stato detto loro, se è una cosa o l'altra. E davvero non ha importanza.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

...dentro di me è a casa sua

Qui riconosco tutto, perciò entra subito in me: dentro di me è a casa sua.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

Immaginavo questo, mentre disegnavo

Quanto piccolo a quel tempo dovessi ancora essere lo vedo nel fatto che, per arrivare bene al tavolo su cui disegnavo, stavo inginocchiato sulla sedia. Era sera, d'inverno, se non sbaglio, nell'appartamento di città. Il tavolo si trovava nella mia camera, tra le finestre, e nella stanza non c'era altra lampada se non quella che illuminava i miei fogli e il libro di Mademoiselle; Mademoiselle, infatti, mi sedeva vicino, appena dietro, e leggeva. Quando leggeva era molto lontana, non so se fosse nel libro; poteva leggere per ore voltando raramente le pagine, e avevo l'impressione che sotto il suo sguardo le pagine diventassero sempre più piene, quasi vi vedesse parole in più, certe precise parole che non c'erano e di cui aveva bisogno. Immaginavo questo, mentre disegnavo. Disegnavo adagio, senza un'intenzione molto precisa, e quando non sapevo andare avanti, guardavo l'insieme con il capo piegato un po' a destra: in questo modo mi accorgevo sempre rapidamente di quanto ancora mancava. Erano ufficiali a cavallo che entravano nella battaglia o che ci si trovavano in mezzo, cosa, questa, molto più semplice, perché bastava fare quasi soltanto il fumo che avvolgeva tutto. Maman, veramente, sosteneva sempre che erano isole quelle che coloravo; isole con grandi alberi e un castello e una scalinata e fiori sulla balaustra che si specchiavano nell'acqua. Ma credo che lo inventasse o che debba essere stato più tardi.
Sta di fatto che quella sera disegnavo un cavaliere, un unico, ben evidente cavaliere, su un cavallo curiosamente bardato. Diventava così variopinto che dovevo cambiare spesso matita, ma soprattutto era il rosso, cui di continuo ricorrevo, ad essere preso in considerazione. Ne avevo appunto ancora bisogno: quando (mi sembra di vederlo) rotolò obliquamente fino all'orlo del foglio illuminato, prima che potessi impedirlo cadde davanti a me e scomparve. Mi occorreva proprio subito, ed era molto sgradevole cercarlo a gattoni. Maldestro com'ero, arrivai in basso solo dopo manovre d'ogni genere; le gambe mi parevano troppo lunghe, non potevo tirarle fuori di sotto il corpo; le membra, stando inginocchiato troppo a lungo, s'erano intorpidite, non sapevo più che cosa appartenesse a me e cosa alla seggiola. Alla fine, però, fui in basso, un po' frastornato, e mi trovai su una pelliccia che da sotto il tavolo arrivava sino al muro. Ma a questo punto si presentò una nuova difficoltà. Regolati sulla luce di sopra e ancora entusiasti dei colori sul foglio bianco, i miei occhi non riuscivano a distinguere nulla sotto il tavolo, dove il nero mi parve così compatto che avevo paura di urtarvi. Mi rimisi dunque alla mia sensibilità e in ginocchio, appoggiato sulla mano sinistra, presi a pettinare con la destra il tappeto fresco, dai lunghi peli, che sentivo tanto amichevole; della matita, però, nessuna traccia. Pensai che stavo perdendo molto tempo ed ero sul punto di chiamare Mademoiselle, pregandola di reggermi la lampada, quando mi accorsi che ai miei occhi, involontariamente aguzzati, il buio diventava sempre più trasparente. Potevo già distinguere sul fondo la parete, che terminava con uno zoccolo chiaro; mi orientavo attraverso le gambe del tavolo; riconoscevo soprattutto la mia mano che, con le dita divaricate, si muoveva là tutta sola, come un animale acquatico, e cercava sul fondo. La guardavo, ricordo, quasi curioso; mi pareva sapesse cose che non le avevo insegnato, mentre testava là sotto in modo tanto arbitrario, con movimenti che non le avevo mai notato. La seguivo mentre avanzava, m'interessava, ero pronto a tutto. Ma come sarei dovuto essere preparato al fatto che a un tratto dalla parete le venne incontro un'altra mano, più grande, d'una magrezza insolita, quale non avevo mai veduto. Quella veniva avanti dall'altra parte cercando allo stesso modo, e le due mani aperte avanzavano cieche una contro l'altra. La mia curiosità non si era ancora esaurita, ma d'improvviso finì e ci fu solo raccapriccio. Sentii che una delle mani m'apparteneva, e che in quel momento si abbandonava a qualcosa d'irreparabile. Con tutto il diritto che avevo su di essa la trattenni e la ritirai adagio, distesa, mentre con gli occhi non lasciavo l'altra, che continuava a cercare. Capii che non avrebbe smesso, non so dire come mi risollevai. Mi accasciai sulla seggiola, i denti mi battevano, e avevo sul viso così poco sangue che credetti mi si fosse sbiancato l'azzurro degli occhi. Mademoiselle - volli dire e non potei, ma lei si spaventò da sola, buttò via il libro, si inginocchiò vicino alla sedia e gridò il mio nome; forse mi scosse. Ma io ero pienamente cosciente. Inghiottii più volte: perché volevo raccontarle la cosa. 
Ma come? mi concentrai in modo indescrivibile, ma la cosa non si poteva esprimere in modo che uno la capisse. Se per quell'evento, c'erano parole, ero troppo piccolo per trovarle. E d'un tratto mi assalì la paura che, scavalcata la mia età, potessero d'un tratto presentarsi, quelle parole, e il fatto di doverle allora dire mi parve più terribile di tutto. Rivivere la realtà di là sotto, mutata, dal principio alla fine; udirmi mentre l'ammettevo, non avevo più forza di farlo. 
Naturalmente è una fantasia pensare adesso che allora già sentissi qualcosa di nuovo entrare nella mia vita, proprio nella mia, una cosa con cui sarei dovuto andare da solo, per sempre. Mi vedo disteso, sveglio nel mio lettino con le sponde, in qualche modo prevedere vagamente che la mia vita sarebbe stata così: piena di cose strane, che sono destinate a uno solo, e che non si lasciano dire. Certo è che a poco a poco crebbe in me un triste e pesante orgoglio. Mi figuravo come sarei andato per il mondo, l'animo pieno di vita segreta, taciturno.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

martedì 22 ottobre 2024

Trecento poeti non esistono

- Bibliothèque Nationale 

Siedo e leggo un poeta. Nella sala c'è molta gente, ma non si avverte. Sono nei libri. A volte si muovono tra le pagine come persone che dormono e si rigirano tra due sogni. Ah, come è buono stare in mezzo a uomini che leggono. Perché non sono sempre così? Puoi avvicinarti a uno e sfiorarlo: non sente nulla. E se nell'alzarti urti appena un vicino e ti scusi, lui accenna col capo dalla parte in cui sente la tua voce, il suo viso si volge verso di te e non ti vede, e i suoi capelli sono come i capelli di un uomo che dorme. Come fa bene questo. Ed io siedo e ho un poeta. Che destino. Nella sala sono ora forse trecento persone, ma è impossibile che ognuna di esse abbia un poeta. (Sa Iddio che cos'hanno). Trecento poeti non esistono.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

Il mondo non è tutto tuo?

La terra è ancora calda di te, gli uccelli lasciano ancora spazio alla tua voce. La rugiada è un'altra, ma le stelle sono ancora le stelle delle tue notti. Il mondo non è tutto tuo? Quante volte non l'hai incendiato con il tuo amore, non l'hai veduto fiammeggiare e incenerire, per sostituirlo segretamente con un altro, mentre tutti dormivano. Ti sentivi così in armonia con Dio, nel chiedergli ogni mattina una nuova terra, perché vi avessero posto tutti quelli che lui aveva creato. Ti sembrava meschino risparmiarla e ripararla: la consumavi e tendevi le mani per avere sempre più mondo. Perché il tuo amore era all'altezza di tutto.
Come è possibile che tutti non parlino ancora del tuo amore? Che cosa, da allora, è avvenuto che fosse più meraviglioso? Che altro può occuparli? Tu stessa conoscevi il valore del tuo amore, lo gridasti al tuo più grande poeta perché lo rendesse umano; era infatti ancora un elemento. Ma il poeta, scrivendoti, ne ha dissuaso gli uomini. Tutti hanno letto quelle risposte e credono più ad esse, perché trovano il poeta più intelligibile della natura. Ma un giorno, forse, si vedrà che qui fu il limite della sua grandezza. Quell'amante gli venne imposta, e lui non la resse. Cosa vuol dire, che non abbia potuto corrispondere? Un amore simile non ha bisogno d'essere corrisposto, ha in sé l'appello e la risposta; si esaudisce da sé. Ma il poeta avrebbe dovuto umiliarsi davanti ad esso in tutta la sua imponenza, e scrivere con due mani quello che esso dettava, come Giovanni a Pathmos, in ginocchio. Non c'era alternativa di fronte a quella voce "che adempiva all'ufficio degli angeli"; che era venuta per avvolgerlo e rapirlo nell'eterno.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

domenica 20 ottobre 2024

...esisteva soltanto la mia solitudine

(...) sapevo che fuori tutto continuava con la stessa indifferenza, che anche fuori esisteva soltanto la mia solitudine. La solitudine che m'ero addossato, d'una grandezza sproporzionata al mio cuore.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

Doveva essere una di quelle ore mattutine

Doveva essere una di quelle ore mattutine nuove e riposanti come ce ne sono in luglio, in cui si manifesta dappertutto come una gioia irriflessa. Da milioni di minimi, insopprimibili movimenti, si forma, a mosaico, l'esistenza più convinta; le cose vibrano sciolte nell'aria, compenetrate le une alle altre, e la loro freschezza schiarisce l'ombra e dà al sole una luce lieve, spirituale. Allora nel giardino non ci sono più elementi essenziali; tutto è dappertutto, e bisognerebbe essere in tutto, per non perdere nulla.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

Lo aprii: era vuoto

Ancora ricordo con precisione come un giorno, tanto tempo fa, trovai in casa un astuccio da gioielli: largo due mani, a forma di ventaglio, di marrocchino verde scuro, con una ghirlanda di fiori impressa tutt'intorno. Lo aprii: era vuoto. Questo posso dirlo adesso, dopo tanto tempo. Ma allora, quando l'ebbi aperto, vidi solo di cosa era fatto quel vuoto: di velluto, di una piccola prominenza di velluto chiaro, non più fresco; del solco per il gioiello che vi si perdeva, vuoto, più chiaro, quanto un'ombra di malinconia.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

giovedì 26 settembre 2024

Vuoi, rosa, essere l'ardente compagna

Vuoi, rosa, essere l'ardente compagna
delle nostre passioni di ora?
O è forse il ricordo che più ti conquista 
quando una gioia riaffiora?

Spesso ti ho vista, gioiosa e secca, 
- ogni petalo un sudario - 
dentro scrigni odorosi, accanto ad una ciocca,
o dentro un libro amato da rileggere soli.

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Préfère-tu, rose, être l'ardente compagne 
de nos transports présents?
Est-ce le souvenir qui davantage te gagne 
lorsqu'un bonheur se reprend?

Tant de fois je t'ai vue, heureuse et sèche,
- chaque pétale un linceul - 
dans un coffret odorant, à côté d'une mèche,
ou dans un livre aimé qu'on relira seul.


(Rainer Maria Rilke; "Le rose")

giovedì 5 settembre 2024

...non sta a noi cambiare noi stessi?

Ma ora che tanto sta cambiando, non sta a noi cambiare noi stessi? Non potremmo provare a evolverci appena, addossandoci lentamente, a poco a poco, la nostra parte di lavoro nell'amore? Di esso ci è stata risparmiata ogni fatica, e così ci è scivolato tra le distrazioni, come a volte nel cassetto dei giocattoli d'un bambino cade un pezzo di trina autentica che prima piace, poi non piace più, e infine rimane tra gli oggetti rotti e disfatti, peggiore di ogni altro. Guastati dal piacere superficiale, come tutti i dilettanti, abbiamo fama di maestri. Ma che accadrebbe se disprezzassimo i nostri successi, se cominciassimo a imparare dal principio il lavoro dell'amore, che altri ha sempre fatto per noi? Se ce ne andassimo e diventassimo apprendisti, ora che cambiano tante cose?


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

giovedì 20 giugno 2024

Ecco giorni in cui tutto intorno mi è luce

Cosa non può una piccola luna. Ecco giorni in cui tutto intorno mi è luce, leggero, appena accennato nell'aria luminosa, e tuttavia nitido. Quello che è più vicino ha già una tonalità remota, è sottratto o soltanto indicato, non offerto;  quanto ha rapporto con lo spazio: il fiume, i ponti, le vie lunghe e le piazze che si spendono prodighe, tutto questo lo spazio l'ha preso dietro di sé, è dipinto su di esso come su seta. Non è possibile dire, allora, cosa può essere una carrozza verdechiaro sul Pont-Neuf o un rosso infrenabile o anche soltanto un manifesto sul muro spartifuoco d'un gruppo di case grigioperla. Tutto è semplificato, ridotto a pochi piani chiari e precisi come il viso in un ritratto di Manet. E nulla è minuscolo o superfluo. I bouquinistes aprono sul quai i loro cassoni e il giallo fresco o consunto dei libri, il bruno violaceo delle legature, il verde più grande di una cartella: tutto è giusto, ha valore, partecipa e forma molteplicità in cui nulla manca.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

Sedevo là come dissolto

Dovevo avere allora dodici, al più tredici anni. Mio padre m'aveva portato a Urnekloster. Non so cosa lo inducesse a visitare suo suocero. Erano anni che i due non si vedevano, dalla morte della mamma, e mio padre non era ancora mai stato nel vecchio castello in cui il conte Brahe s'era ritirato soltanto tardi. In seguito non ho più rivisto la dimora singolare che, con la morte del nonno, passò in mano di estranei. Come la ritrovo nel mio ricordo infantilmente elaborato, non è un edificio nella sua interezza; dentro di me è tutto diviso: là una stanza, qua una stanza e qui un tratto di corridoio che non unisce queste due stanze ma s'è conservato per sé, come un frammento. In questo modo tutto è sparpagliato dentro di me - le camere, le scale che si adagiavano con tanta lentezza, altre scale strette, a spirale, nel cui buio si avanzava come il sangue nelle vene; le camere delle torri, i balconi sospesi in alto, le altane inattese in cui si finiva, spinti da una porticina: tutto ciò è ancora dentro di me e non cesserà mai di essere dentro di me. È come se l'immagine di questa casa fosse caduta in me da un'altezza incalcolabile e fosse andata in frantumi sul mio fondo.
Conservata integra nel mio cuore, mi pare, è soltanto la sala in cui eravamo soliti raccoglierci per cena, ogni sera alle sette. Non vidi mai la stanza di giorno, non ricordo neppure se aveva finestre e dove queste davano; ogni volta che la famiglia entrava, le candele bruciavano su candelabri massicci; e dopo qualche minuto si perdeva cognizione del tempo e di tutto quello che s'era visto fuori. Quell'ambiente alto, credo a volta, era più forte di tutto; con la sua altezza che s'abbuiava, con i suoi angoli mai del tutto rischiarati, vuotava d'ogni immagine, senza dare niente da sostituire. Sedevo là come dissolto: privo di volontà, di coscienza, di piacere, di difesa. Ero come uno spazio vuoto. Ricordo che quello stato di annientamento mi provocò sulle prime quasi una nausea, una specie di mal di mare che superai solo allungando una gamba fino a raggiungere col piede il ginocchio di mio padre, seduto di fronte a me. Solo più tardi mi colpì il fatto che egli comprendesse o almeno tollerasse quel comportamento singolare, sebbene i nostri rapporti fossero quasi freddi, tali da non giustificare un simile comportamento. Era pertanto quel leggero contatto a darmi la forza d'arrivare in fondo ai lunghi pranzi. E dopo alcune settimane di sopportazione convulsa, con la capacità di adattamento quasi illimitata dei ragazzi, m'ero così abituato al carattere inquietante di quelle riunioni, che non mi costava più sforzo alcuno restare a tavola due ore; il tempo trascorreva, anzi, in modo relativamente rapido, perché mi occupavo a osservare i presenti.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")

giovedì 18 aprile 2024

...sarebbe sempre solo una primavera sterminata

E se gli alberi levassero i loro fiori più in alto di tutti i monti, sarebbe sempre solo una primavera sterminata.


(Rainer Maria Rilke; "Diario fiorentino")

Appoggiandoti, fresca chiara

Appoggiandoti, fresca chiara 
rosa, contro il mio occhio chiuso, - 
si direbbero mille palpebre
l'una sull'altra 

contro la mia calda. 
Mille sonni contro la mia finta
che mi fa vagare 
nell'odoroso labirinto.

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T'appuyant, fraîche claire 
rose, contre mon oeil fermé, - 
on dirait mille paupières 
superposées

contre la mienne chaude. 
Mille sommeils contre ma feinte 
sous laquelle je rôde 
dans l'odorant labyrinthe.


(Rainer Maria Rilke; "Le rose")

sabato 14 ottobre 2023

Come un raggio improvviso fu di sole 

Come un raggio improvviso fu di sole 
dopo un timido giorno scolorito; 
non so dove ebbe inizio lo splendore,
tutto improvvisamente fu arricchito:
come se in ogni chiesa un sol sorriso 
illuminasse alle Madonne il viso.


(Rainer Maria Rilke)

E la luce venne

Ma sento, tuttavia, in me anche questo: che debbo attendere. Tante cose nuove mi fanno ressa davanti, che non posso riconoscere né distinguere. E insieme guardare un po' fuori, nel bosco e nel mare, nell'immensa bontà di questo splendore, e attendere: verrà la luce. 

E la luce venne.


(Rainer Maria Rilke; "Diario fiorentino")

Esse sono come tarde pupille delle candide Marie

Nei paesini lungo l'Arno, a Rovezzano e a Maiano, e anche sulle chiare pendici di Fiesole coperte di rose puoi incontrare tenere fanciulle che ricordano le Madonne della fioritura primaverile. Esse sono come tarde pupille delle candide Marie marmoree dei Settignano, da Maiano e Rossellino.


(Rainer Maria Rilke; "Diario fiorentino")

Qualche cosa risuona dal mio profondo

A volte mi scopro mentre sono in ascolto di me stesso, e con reverenza stupita imparo dai miei stessi colloqui. Qualche cosa risuona dal mio profondo che al di là di queste pagine, al di là delle mie care canzoni e di tutti i piani di azione futura vuole arrivare agli uomini. È come se ora dovessi parlare, in questo momento di forza e di chiarezza, in cui dal mio intimo qualche cosa più grande di me leva la sua voce: la mia beatitudine. È come se dovessi convertire gli esitanti e i dubbiosi perché nell'animo ho una potenza maggiore di quella che posso mettere nelle parole, e voglio impiegarla a liberare gli uomini dall'estranea paura da cui esco.


(Rainer Maria Rilke; "Diario fiorentino")