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sabato 22 febbraio 2025

Ed ecco che l'altro mondo svaniva

Più di tutto, forse, gli piaceva star accanto al fuoco, accovacciato sulle zampe posteriori e con quelle anteriori stese avanti, la testa alta e lo sguardo assorto sulle fiamme. A volte pensava alla grande casa del giudice Miller nella vallata di Santa Chiara baciata dal sole, e alla grande vasca di cemento, e a Ysabel, la messicana senza pelo, e a Toots, il cagnolino giapponese; ma più spesso ricordava l'uomo dalla maglia rossa, la morte di Curly, la gran lotta con Spitz e le buone cose che aveva mangiato o desiderava mangiare. Non soffriva di nostalgia. La Terra del Sole svaniva nella lontananza, e quei ricordi non avevano potere su di lui. Molto più potenti erano i ricordi ereditari che gli facevano apparire famigliari cose mai viste. Gli istinti (che erano solo reminiscenze dei suoi antenati, divenute abitudini), indeboliti negli ultimi tempi, si risvegliarono adesso in lui e divenivano nuovamente vivi. 
A volte, quando se ne stava così accovacciato con lo sguardo assorto nelle fiamme, gli sembrava che esse appartenessero a un altro fuoco, e accanto a questo fuoco vedeva un uomo assai diverso dal cuciniere mezzosangue che gli stava davanti. Era uomo corto di gambe e dalle braccia lunghe, con muscoli fibrosi e nocchiuti piuttosto che tondeggianti. I suoi capelli erano lunghi e arruffati, e la fronte sfuggiva sotto di essi. Pronunciava strani suoni e sembrava temere le tenebre entro le quali stava continuamente spiando, mentre la sua mano che pendeva fino a metà gamba tra il ginocchio e il piede, stringeva un bastone alla cui estremità era legata una pesante pietra. Era quasi completamente nudo; una pelle lacera e bruciacchiata gli scendeva giù dalle reni, e il suo corpo era villoso: in alcuni punti, anzi, sul petto e sulle spalle e sulla parte esteriore delle braccia e delle cosce, coperto da una vera pelliccia. Non si teneva eretto, ma con il tronco inclinato in avanti dai fianchi in su; e le ginocchia erano un po' piegate. Vi era nel suo corpo una particolare agilità, un'elasticità quasi felina e la vigile attenzione di un essere abituato a vivere nel continuo timore di cose visibili e invisibili. Altre volte quell'uomo villoso si rannicchiava accanto al fuoco con la testa fra le gambe e dormiva. Allora i suoi gomiti poggiavano sulle ginocchia, e le mani si univano sul capo come per proteggerlo dalla pioggia con le braccia pelose. E al di là di quel fuoco, nell'oscurità tutt'attorno, Buck vedeva tanti carboni ardenti, riuniti a due a due, sempre a due a due, e sapeva che erano gli occhi di grandi bestie da preda. E poteva udire il rumore dei loro corpi fra i cespugli e le loro grida nella notte. E sognando così sulle rive dell'Yukon, con i pigri occhi assorti nel fuoco, quei suoni e quei sospiri di un altro mondo gli facevano ergere il pelo sulla schiena, sulle spalle e sul collo, finché dava un gemito basso e soffocato o un fioco mugolio, e il cuoco mezzosangue gli gridava: "Ehi Buck, svegliati!". Ed ecco che l'altro mondo svaniva, e gli tornava negli occhi il mondo reale; ed egli si alzava e sbadigliava e si stirava come se avesse dormito.


(Jack London; "Il richiamo della foresta")

sabato 26 ottobre 2024

...così avevano combattuto i suoi avi dimenticati

Non fu faticoso per lui imparare a combattere lacerando e azzannando al modo dei lupi, perché così avevano combattuto i suoi avi dimenticati. Essi ravvivavano in lui l'antica vita, e le antiche astuzie da loro lasciate in eredità all'esistenza erano le sue stesse astuzie. Apparivano in lui senza sforzo e senza meraviglia, come se fossero sempre state sue; e quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati al modo dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui. Quel grido modulato era il loro grido con cui avevano espresso la loro pena e tutto ciò che potevano suggerire loro la quiete, il freddo e la notte.


(Jack London; "Il richiamo della foresta")

sabato 1 giugno 2024

Impulsi irresistibili lo afferrarono

(...) il richiamo che sempre risuonava nelle profondità della foresta. Quell'appello lo colmava di una grande irrequietudine e di strani desideri, provocava in lui una vaga, dolce felicità, ed egli si rendeva conto di selvaggi desideri e impulsi per cose che non conosceva. Qualche volta seguiva il richiamo nella foresta, cercandolo come se fosse una cosa tangibile, latrando dolcemente o a sfida, a seconda dell'umore. Cacciava il naso nel fresco muschio del bosco, o nella nera terra dove crescevano alte erbe, e fiutava con gioia i grassi odori del terreno; oppure stava acquattato per ore, come se si nascondesse, dietro i tronchi ricoperti di funghi o gli alberi abbattuti, con gli occhi e gli orecchi tesi a tutto ciò che si muoveva o risuonava intorno a lui. Forse, standosene così, sperava di sorprendere quel richiamo che non riusciva a capire. Ma non sapeva perché facesse tutto ciò. Era costretto a farlo, ma non poteva afferrarlo con il pensiero.
Impulsi irresistibili lo afferrarono. Se ne stava magari tranquillo nell'accampamento, sonnecchiando oziosamente nel caldo pomeriggio, quando a un tratto ergeva la testa con le orecchie dritte, tutte intese ad ascoltare, e poi balzava in piedi e si slanciava avanti, sempre avanti, per ore, attraverso gli intercolunni della foresta e le aperte radure dove crescevano folti i canneti. Gli piaceva correre nei letti asciutti dei torrenti, spiare la vita degli uccelli del bosco. A volte per un giorno intero se ne stava  sdraiato nel sottobosco dove poteva osservare le pernici che andavano in su e in giù becchettando. Ma soprattutto gli piaceva correre nel cupo crepuscolo delle mezzanotti estive, ascoltando i soffocati e sonnolenti sussurri della foresta, interpretando segni e suoni così come un uomo può leggere un libro, e cercando quella misteriosa cosa che continuava, continuava a chiamarlo, nel sogno e nella veglia, ad ogni ora, perché la raggiungesse.
Una notte balzò dal sonno sussultando, l'occhio intento, le nari frementi, la criniera irta in onde fuggenti. Dalla foresta giungeva il richiamo (o per lo meno una nota di esso, ché il richiamo aveva molte note) distinto e definito come non mai: un lungo ululato, simile a un qualsiasi suono emesso da un cane eschimese, e tuttavia diverso. Ed egli lo riconobbe in quell'antico clima familiare come suono già udito. Balzò attraverso il campo addormentato, e rapido e silenzioso si precipitò tra i boschi. Via via che si avvicinava al grido rallentava la sua corsa, divenendo cauto in ogni movimento, finché giunse a una radura fra gli alberi e, spiando, vide, eretto sulle anche, il muso puntato al cielo, un lungo e sottile lupo dei boschi.


(Jack London; "Il richiamo della foresta")

giovedì 21 marzo 2024

...uno dei primi canti del giovane mondo

Qua e là Buck incontrò dei cani del Sud, ma per la maggior parte erano eschimesi della razza dei lupi selvaggi. Ogni notte, regolarmente, alle nove, alle dodici e alle tre, essi cantavano il loro canto notturno, un canto misterioso e strano a cui Buck si univa con gioia. Quando l'aurora boreale si illuminava fredda nell'alto, o le stelle saltavano nella danza del gelo, e la terra era intorbidita e assiderata sotto il suo manto di neve, questo canto degli eschimesi avrebbe potuto essere la sfida della vita, solo che era modulato in tono minore con lunghi lamenti e singhiozzi, e sembrava quasi la supplica della vita, la voce della fatica di esistere. Era un antico canto, antico quanto la stessa razza, uno dei primi canti del giovane mondo, in un periodo in cui le canzoni erano tristi. Era avvolto nel dolore di generazioni senza numero, un lamento che commuoveva Buck nel profondo. Quando egli si lamentava e singhiozzava, vi era in lui la pena del vivere che era stata l'antica pena dei suoi padri selvaggi, e insieme la paura e il mistero del freddo e del buio che erano stati la loro paura e il loro mistero. E il fatto che egli ne fosse così commosso, indicava l'intensità con cui ascoltava, attraverso la lontananza dei secoli dei primi fuochi e dei primi tetti, i rudi inizi della vita nell'età dei ruggiti.


(Jack London; "Il richiamo della foresta")