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domenica 28 febbraio 2021

Presentazione di Maria al Tempio

Per comprendere com'ella fosse allora 
devi prima raccoglierti in un punto 
dove in te agiscono colonne e gradinate
tu puoi intuire; dove archi perigliosi 
travalicano l'abisso di uno spazio 
che in te restò poiché su tali blocchi 
s'innalzava che tu mai più da te
li svellerai: tu stesso crolleresti. 
Se giungi a questo e tutto in te è di pietra 
parete, sala, colpo d'occhio, volta -, allora prova 
a discostare un poco con le mani 
il grandioso sipario che hai davanti:
tutto risplende di maestosi oggetti 
che soverchiano in te sorriso e tatto. 
In alto, in basso, palazzi su palazzi,
più ampie da balaustre balaustre erompono 
per emergere in alto a tali bordi 
che tu, quando li guardi, hai le vertigini. 
Da tripodi fumanti una foschia 
avvolge ciò che è vicino, ma il lontano 
figge su te i suoi diritti raggi -, 
e se ora da coppe in chiare fiamme 
svaria un bagliore su vesti che si appressano: 
tu come resisti?

Ma lei giunse e sollevò lo sguardo 
ad abbracciare tutto questo. 
(Un'infante, una bimba tra le donne). 
Poi salì, quieta, tutta in sé fidente, 
verso lo sfarzo che per lusinga si ritrasse: 
tanto era ciò che edificano gli uomini
sommerso, sopraffatto dalla lode 

nel loro cuore. Dall'ardore
di abbandonarsi ad interiori segni. 
Ed erano convinti i genitori 
di inviarla lassù dove sembrò riceverla 
quel minaccioso dal petto sfolgorante,
ma piccola com'era passò di mano in mano 
sino al destino suo ch'era già pronto, alto 
più della sala, e di quella magione ben più greve.


(Rainer Maria Rilke)

venerdì 6 novembre 2015

Non so perché sento che mi andate dimenticando...

-Il Meleto, 12 novembre 1907

Amalia, mia cara Amica,
Non so perché sento che mi andate dimenticando, nonostante l’offerta recente dei tre pensieri. In questi giorni dovete aver pensato poco a me: sento questo per quella telepatia psichica che si acutizza morbosamente nella solitudine. Perché sono solo, unico superstite del Meleto. Mio fratello è in collegio, mia Madre è via da più settimane ed io sono qui con l’ultime foglie. Le voglio vedere cadere tutte prima d’"inurbarmi": e ce ne sono ancora tante! sul frutteto, sul pergolato a zone di porpora e d’oro...  D’innanzi a me, nel quadrato della finestra c’è un tiglio che quest’anno non vuole ingiallire: è ancora intatto, tutto verde, come la Speranza; credo che la prima neve lo troverà con tutte le sue foglie... Io e quel tiglio ci somigliamo un poco. (...) E Voi? Che fate? "fare bisogna, fare bisogna". Dov'è che lessi questo? Ah! Sì! Nella "Fiaccola" d’annunziana. Siete l’unica donna dalla quale la Poesia (parlo d’Arte) attende un nuovo ornamento e dovete pensare ad ogni risveglio, non senza panico, alla responsabilità intellettuale che grava sulla vostra piccola mano. Io mi sento ogni giorno più borghese e primitivo. Forse è il metodo di vita e l’ambiente al quale sono condannato da tanti mesi (e sarò per tanti ancora) forse è un naturale fenomeno inesplicabile della mia sostanza psichica, il fatto si è che mi sento diventare piccolo come l’ideale d’un ricevitore del registro in un borgo di montagna. E sia pure se "questo deve essere". (...) Ma che lettera savia, nevvero? Sono al quarto cartoncino e non v’ho parlato che di letteratura. È un buon sintomo, sapete, per la mia pace; è segno che risorge in Voi il buon compagno d’arte, il buon fratello di sogni, e che la bellissima creatura è già un poco annebbiata agli occhi miei, già innocua, confinata nel rettangolo della fotografia. Così non sarebbe stato se fossi rimasto a Torino. Ma io sono un grande egoista e un freddissimo calcolatore e a Torino non mi fermerò quasi. Mi fermerò il tempo necessario per rifornirmi dal sarto e dal libraio e per baciarvi una volta le mani, se me lo permetterete. Sarò in riviera al 1° di Dicembre (ho già fissata ogni cosa) e ne ritornerò a Giugno, per la montagna. Dimodoché noi non saremo concittadini che fra un anno e più. È bene, sapete, è molto bene. Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo. Un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi. Sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo della prima primavera, in febbraio, mettiamo. Da molte ore io sarei con Voi; avremmo parlato molto, avremmo esaurito ogni pretesto non volgare di conversazione. Da qualche istante si tacerebbe. L’ombra si farebbe più densa. Voi vi alzereste per accendere il lume. Io vi pregherei di no, vi tratterrei seduta col gesto. Si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine, il vostro profilo apparirebbe appena... Solo a tratti, l’asta scintillante d’un carrozzone elettrico illuminerebbe la penombra per un secondo. E in quel secondo il vostro volto apparirebbe e scomparirebbe come una visione non sostenibile. Allora io - che avrei le vostre mani nelle mie mani -  crederei di sognare, e inconscio irresponsabile come in un sogno, mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra, fino a mordervi le vene del polso. Voi mi sollevereste la fronte, dicendomi con rampogna indulgente: "Stiamo savi!" Ma, per un evento sciagurato, il mio volto sollevandosi si troverebbe all'altezza della vostra spalla; io, nell'ombra, non me ne accorgerei: e credendo di abbandonare la guancia contro la spalliera del divano, incontrerei invece la mollezza d’una trina o il gelo d’una catenella. Istintivamente, sempre come in sogno, la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio; alla radice dei capelli fini, e vi morderei alla nuca (il morso è il mio vizio preferito)... Allora Voi vi alzereste di scatto, accendereste il lume: e due cose potrebbero accadere. O mi fareste accomiatare dalla vostra donna, come nelle commedie, col tradizionale "accompagna il Signore". E resterei male. O mi perdonereste dopo lunghe condizioni. E resterei male, ugualmente. Al 1° di Dicembre v’ho detto, sono a Genova, ai 25 c.m. sono a Torino. Nell’intervallo mi concedete di venire a prendere il viatico dalle vostre mani sotto le specie di una tazza di the?
Addio.


Guido vostro affezionatissimo


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

sabato 31 marzo 2012

Gli occhi

Gli occhi sono i tuoi talismani
 occhi chiari come il cielo
 profondi quanto l’oceano
 vasti e illusori alla par di un deserto
 occhi che danno un senso all’etereo regno della bellezza
 occhi percorsi da nubi lampeggianti
 occhi da cui distogli lo sguardo in ricerca di un neo,
 un chicco di splendore,
 occhi vicini e tondi,
 a mandorla, allungati,
 infossati nelle orbite dall’aver troppo guardato
 occhi che si curvano, pigri, lentamente
 sul deporsi sottile della palpebra
 come uno stormo di bianchissimi uccelli
 che sorvola i laghi del nord.
 Altri occhi emanano raggi di verde fiammata,
 attraggono come uncini il cuore che gli guarda
 e ci sono poi altri,
 ed altri ancora…

Occhi sensibili, pensierosi
 occhi lieti
 occhi che cantano
 che scintillano al ritmo dell’odio e dell’ira
 che conformano voragini ed arcani!

Gli occhi e i loro segreti.
 Occhi che celano pensieri,
 o che li svelano.
 Occhi gravati dal velo del torpore
 dalle pupille dilatate dall’amore,
 o contratte dall’odio.
 Occhi che chiedono incessanti “chi sei”
 e tornano a chiederlo ad ogni tua risposta
 occhi che decidono in un lampo “tu sei mio schiavo”
 o che implorano “ho bisogno di soffrire, chi saprà torturarmi?”
 occhi che dicono “voglio opprimere, dov’è la mia vittima?”
 occhi che sorridono e che supplicano
 occhi in cui risplende l’incanto della preghiera e l’estasi dell’implorante
 occhi che indagano nei tuoi segreti e dicono “non mi riconosci?”
 occhi che alternano domande e seduzioni,
 dinieghi e affermazioni.

Occhi, gli occhi,
 forse non ti impauriscono, gli occhi?

E tu, qual è il colore dei tuoi occhi,
 cosa esprimono,
 a che mondo visibile o invisibile si rivolgono?
 Vai allo specchio
 osserva i tuoi talismani fatati,
 li avevi mai studiati prima d’ora?
 Osservali in fondo al loro abisso,
 troverai la voglia di sapere,
 quella che spia il movimento del creato,
 che degli astri insegue eterno moto
 nel suo abisso profondo scorgerai
 ogni luogo, ogni viso, ogni singola cosa…

E se vorrai conoscere me,
 l’ignoto,
 scruta le tue pupille,
 il tuo sguardo mi troverà in se stesso,
 tuo malgrado.


(May Ziadeh; Nazareth)