venerdì 30 giugno 2023

...immaginare la nostra vita come un fiume

Quando siamo malati e demotivati può essere incoraggiante immaginare la nostra vita come un fiume che sta per straripare oltre la diga, perché così si ha l'impressione che non vi sia una vera perdita, e che ciò che viene perso lo si riguadagni in forza. Ed ecco che all'improvviso, inspiegabilmente, mentre camminiamo nel bosco, o ce ne stiamo seduti in camera nostra, dopo due settimane inutili, smettiamo di sentirci insignificanti e vuoti.


(Henry David Thoreau; "Io cammino da solo")

Quanto ad essere felici

Quanto ad essere felici, questo è
il terribilmente difficile, estenuante. 

Come portare in bilico
sulla testa una preziosa pagoda,
tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli
e di fragili fiamme accese;
e continuare a compiere ora per ora i mille
oscuri e pesanti movimenti della giornata
senza che un lumicino si spenga, che
un campanello dia una nota turbata. 


(Cristina Campo)

martedì 27 giugno 2023

Solo resiste al tempo

Solo resiste al tempo
quel che si fa
col tempo.
E quello che si fa
con l’eternità?
La poesia viene
quando restiamo
nell’inesauribile
compagnia della solitudine.
Viene come un sùbito
taglio, dove si mischiano
con fredda febbre,
sangue con sangue,
due separati
mondi.


(Cristina Campo)

La neve era sospesa tra la notte e le strade

La neve era sospesa tra la notte e le strade 
come il destino tra la mano e il fiore. 

In un suono soave
di campane diletto sei venuto...
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
notturna, volto umano!

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).


(Cristina Campo)

giovedì 15 giugno 2023

E debbo dire come passa il giorno?

E debbo dire come passa il giorno?
Vado presto per viali radiosi
nei palazzi a gloriarmi; mi confondo 
nell'arioso piazzale al bruno popolo 
dove più ferve e grida la sua vita.

Poi prego nella mia pinacoteca, 
chiare sono le Vergini e soavi.
Esco più tardi dalla Cattedrale,
il crepuscolo è sceso sopra l'Arno
mi sento lieve, a poco a poco stanco, 
e mi dipingo Dio sull'oro...


(Rainer Maria Rilke - Firenze, 18 aprile 1898)

Maggio 1898

Si tratta solo di istanti, ma in simili istanti io vedo nel profondo della terra. E vedo le cause prime di tutte le cose come radici di grandi alberi stormenti. Vedo come ognuna si abbarbica all'altra e tutte si considerano sorelle. Come tutte bevono da una sola fonte.

Si tratta solo d'stanti, ma in simili istanti io vedo nel profondo del cielo. Vedo le stelle come quieti fiori sorridenti di quegli alberi che stormiscono. Esse ondeggiano ammiccando una all'altra, consapevoli che da una sola profondità derivano loro profumo e dolcezza. 

Si tratta solo d'istanti, ma in simili istanti io vedo lontano, oltre la terra. Vedo che gli uomini sono tronchi saldi e solitari che come vasti ponti portano dalle radici ai fiori, levando calmi e sereni i loro succhi verso il sole.


(Rainer Maria Rilke; "Diario fiorentino")

Kore

domenica 4 giugno 2023

San Francesco che getta i propri abiti al padre?

Esiste una vita - nel secolo, non nella solitudine - pura, bella e completa come una statua greca? O una sola azione che sia tale?
Il comportamento di Socrate davanti ai tribunali?
(...) San Francesco che getta i propri abiti al padre?


(Simone Weil; "Quaderni")

Che ci sia luna

che ci sia luna
sul sentiero notturno
di chi porta i fiori

-----

hana wo en 
shisha no yomichi ni
tsuki wo kana


(Takarai Kikaku)

Ognuno di noi può fare solo quello che può

Era il momento più bello, nei palchi le persone come ombre si sistemavano e il maestro già dava quei colpetti magici sul leggio, e questo, lo sapevo, produceva un grande silenzio e da quel silenzio nasceva la sinfonia. Non me ne ero mai accorta, quella Norma era proprio come suor Maria, come lei vestita di bianco e si inginocchiava davanti all'altare. Che signore serviva quella suor Norma? Un altro signore, perché l'altare era diverso e non parlava a bassa voce ma cantava, anche se la voce era dolce come quella di suor Maria. Dovevo sapere. Non si doveva parlare all'opera, ma non resistetti e domandai ad Ivanoe. Serviva la Luna. Una signora come Gesù Cristo? O era la luna che si vedeva in cielo? Potevo anch'io servire la luna come la Norma. Quella chiesa dove lei si esercitava era molto più grande, c'erano fiori, ma non quell'odore della signorina Jolanda, e la gente non si addormentava come quella signora nel banco davanti a me mentre l'omone brontolava asciugandosi la fronte con un fazzoletto bianco. No, lì nessuno dormiva, stavano tutti tesi, li vedevo ad occhi spalancati: eppure c'era più buio che in quell'altra chiesa dove suor Maria si era esercitata. Quanta pazienza e volontà aveva avuto: io non avrei potuto essere brava come lei, aveva ragione Ivanoe. Ognuno di noi può fare solo quello che può, e per farlo bisogna prima conoscere i propri limiti. "Ti pare Goliarda che io, con questo naso aquilino che sanguina per ogni nonnulla, possa fare il boxeur come Carlo?" Aveva ragione: ma suor Maria era diventata troppo bella esercitandosi in quella chiesa. Sì, io non avevo la stoffa, ma non so perché mi trovai in ginocchio col mento appoggiato al velluto del balconcino del palco: e piangevo. Doveva essere così perché quando misi le mani sotto il mento, il velluto era tutto bagnato. La luce si era accesa all'improvviso e tutti ora applaudivano e buttavano fiori a quella suor Norma che sorrideva proprio come suor Maria inchinandosi. Avrei servito anch'io la Luna con il vestito che Licia ed Olga mi avevano fatto: era uguale a quello di Norma. Levai quel Gesù Cristo e tutti i suoi compagni, e misi al loro posto due grosse pietre di scoglio che Ivanoe mi portò a casa. Avevamo passato tutta la mattina a cercarle all'Ognina. Mi insegnò le parole di Casta Diva, le preghiere dell'Esercito di Norma, "i druidi". E tutti i giorni cantavo quella nuova preghiera davanti all'altare. Arminio mi accompagnava al pianoforte, e quanto applaudirono anche loro, entusiasti, quella volta che feci la mia messa davanti agli amici di Ivanoe, Arminio e Licia: nessuno si addormentò, e anche i fiori mi buttarono. Quella era la signora che io avrei servito. La signora Luna. Anche qui, quando Ivanoe mi spiegò tutto della loro religione mi trovai in un impiccio terribile. Norma, per le regole del suo esercito, non poteva avere figli: trasgredì e ne ebbe due lo stesso, - e così era sempre sul punto di uccidere i suoi due bambini. Anch'io avevo due bambini: avrei dovuto anch'io uccidere Licia e Goliardo per essere degna di quella signora Luna? Avevo saputo che quella signora Luna era proprio la luna e così mi misi ad interrogarla. La fissavo, ma quella non rispondeva. Era orba la luna, e forse non mi vedeva: ma a furia di fissarla, mi rispose, non con la voce: "La luna è orba e muta": mi rispose abbassando la testa. Prima che lei mi rispondesse, credevo di poter fare il sacrificio per servirla: ma quando lei, abbassando la testa senza guardarmi, mi disse: "Sì, li devi uccidere, se vuoi servirmi", capii piangendo che anche quella religione non era per me: anche lì ci voleva una forza che io non avevo. "Ognuno deve sapere i propri limiti". Per essere brigante, avevo troppa paura dei carabinieri. Per essere suor Maria, non avevo abbastanza pazienza. Per essere Norma, volevo troppo bene a Licia e Goliardo. I miei limiti erano tanti.


(Goliarda Sapienza; "Lettera aperta")