martedì 30 luglio 2013

Sono rimasta a lungo alla finestra

Oggi la neve s’è disciolta, oggi.
Sono rimasta a lungo alla finestra.
L’occhio è tornato alla realtà; più libero,
rasserenato nuovamente è il petto.
Il perché non lo so. Può darsi che
l’anima sia semplicemente stanca,
e in qualche modo non ho avuto voglia
di metter mano a un lapis irrequieto.
Così sono rimasta — nella nebbia —
lontana sia dal bene che dal male,
tamburellando calma con le dita
sul vetro, che ne tintinnava appena.
non fa nessuna differenza, l’anima,
su ciò che incontra per la prima volta:
sia una pozzanghera di madreperla,
dove s’è arrovesciato il firmamento,
o un uccello che sfreccia su nell’aria,
o un cane che, semplicemente, corre:
perfino il canto d’una mendicante
non m’ha portato mai fino alle lacrime.
L’arte gentile del dimenticare
l’anima mia l’aveva già imparata.
Oggi non so che immensa sensazione
mi si è sciolta nell’anima.



(Marina Cvetaeva)

lunedì 22 luglio 2013

C'è un'altra Solitudine

C'è un'altra Solitudine
che molti muoiono senza aver conosciuto.
Non è una mancanza di amici a causarla,
o la sorte di Lot.

Ma la natura, a volte, a volte il pensiero
e chiunque ne è colpito,
è più ricco di quanto possano rivelare
i numeri mortali.


(Emily Dickinson)

I trentatré nomi di Dio

 1. Mare al mattino
2. Rumore dalla
sorgente nelle
rocce sulle pareti di
pietra
3. Vento di mare
a notte
su un’isola
4. Ape
5. Volo triangolare
dei cigni
6. Agnello appena nato
bell’ariete
pecora.
7. Il tenero muso
della vacca
il muso selvaggio
del toro
8. Il muso
paziente
del bue
9. La fiamma rossa
nel focolare.
10. Il cammello
zoppo
che attraversò
la grande città
affollata
andando verso la morte.
11. L’erba
L’odore dell’erba.
12. (disegno suo, come tanti asterischi, stelline)
13. La buona terra
La sabbia e
la cenere
14. L’airone che ha
atteso tutta
la notte, intirizzito,
e che trova
di che placare la sua
fame all’aurora
15. Il piccolo pesce
che agonizza nella gola dell’
airone
16. La mano
che entra in
contatto
con le cose
17. La pelle – tutta la superficie del corpo
18. Lo sguardo
e quello che guarda
19. Le nove porte
della
percezione
20. Il torso
umano
21. Il suono di una viola o di un lauto indigeno
22. Un sorso
di una bevanda
fredda
o calda
23. Il pane
24. I fiori
che spuntano
dalla terra
a primavera
25. Sonno in un letto
26. Un cieco che canta
e un bambino invalido
27. Cavallo che
corre
libero
28. La donna
– dei –
cani
29. I cammelli
che si abbeverano
con i loro piccoli
nel difficile wadi
30. Sole nascente
sopra un lago
ancora mezzo
ghiacciato
31. Il lampo
silenzioso
Il tuono
fragoroso
32. Il silenzio
fra due amici
33. La voce che viene
da est,
entra dall’orecchio
destro
e insegna una canto.


(Marguerite Yourcenar)

domenica 21 luglio 2013

A uno sconosciuto

Sconosciuto che passi! tu non sai con che desiderio ti
guardo,
Devi essere colui che cercavo, o colei che cercavo (mi
arriva come un sogno),
Sicuramente ho vissuto con te in qualche luogo una vita
di gioia,
Tutto ritorna, fluido, affettuoso, casto, maturo, mentre
passiamo veloci uno vicino all'altro,
Sei cresciuto con me, con me sei stato ragazzo
o giovanetta,
Ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più
solo tuo né ha lasciato il mio corpo solo mio,
Mi dai il piacere dei tuoi occhi, del tuo viso, della tua
carne, passando, in cambio prendi la mia barba, il
mio petto, le mie mani,
Non devo parlarti, devo pensare a te quando siedo in
disparte o mi sveglio di notte, tutto solo,
Devo aspettare, perché t'incontrerò di nuovo, non ho
dubbi,
Devo vedere come non perderti
più 


(Walt Whitman)

Ogni giorno

Ogni giorno
scopro qualcosa
che ancora non avevo visto.


(Claude Monet)

sabato 20 luglio 2013

Conoscenza della notte

Io sono uno che ha conosciuto la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l’ultima luce della città.

Io sono andato in fondo al vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.

Io ho trattenuto il passo e il mio respiro
quando da molto lontano un grido strozzato
giungeva oltre le case da un’altra strada,

ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
e ancor più lontano, a un’incredibile altezza,
nel cielo un orologio illuminato

proclamava che il tempo non era giusto, né errato.
Io sono uno che ha conosciuto la notte.


(Robert Frost)

La necessità di un istante

Esiste soltanto un mondo spirituale:
ciò che definiamo mondo dei sensi
non è che il male presente nel mondo dello spirito
e ciò che definiamo male
è soltanto la necessità di un istante
nel corso del nostro sviluppo.


(Franz Kafka)

mercoledì 10 luglio 2013

Luglio 1950

Forse non sarò mai felice,
ma stasera sono contenta.
Mi basta la casa vuota,
un caldo, vago senso di stanchezza fisica
per aver lavorato tutto il giorno al sole
a piantare fragole rampicanti,
un bicchiere di latte freddo zuccherato,
una ciotola di mirtilli affogati nella panna.
(...)
Quando uno è così stanco,
alla fine della giornata ha bisogno di dormire
e il mattino dopo,
all'alba,
lo spettano altre fragole da piantare,
e così si va avanti a vivere,
vicino alla terra.
In momenti come questi
sarei una stupida
a chiedere di più...


(Sylvia Plath)

Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé.

Egregio signore,
la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa.
Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso.
Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi,
poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me.
Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico:
se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi.
Le cose non si possono tutte afferrare e dire
come d’abitudine ci vorrebbero far credere;
la maggior parte degli eventi sono indicibili,
si compiono in uno spazio inaccesso alla parola,
e più indicibili di tutto sono le opere d’arte,
esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.
(...)
Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me.
Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste.
Li confronta con altre poesie,
e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove.
Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla,
le chiedo di rinunciare a tutto questo.
Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.
Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno.
Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé.
Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere;
verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore;
confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?
Questo soprattutto:
si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere?
Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta.
E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare
con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda,
allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.
La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera,
deve farsi insegna e testimone di questa urgenza.
Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo,
di dire ciò che vede e vive e ama e perde.
Non scriva poesie d’amore;
eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni:
sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura
per dare un proprio contributo
dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime.
Perciò rifugga dai motivi più diffusi
verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano;
descriva le sue tristezze e aspirazioni,
i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque;
descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità,
e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno,
le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo.
Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso,
si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze;
poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri.
E se anche si trovasse in una prigione;
le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo,
non le rimarrebbe forse la sua infanzia,
quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi?
Rivolga lì la sua attenzione.
Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato;
la sua personalità si rinsalderà,
la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo,
chiusa al lontano rumore degli altri.
E se da questa introversione,
da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi,
allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi.
Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori:
poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso,
una scheggia e un suono della sua vita.
Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità.
È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è.
E dunque, egregio signore,
non avevo da darle altro consiglio che questo:
guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita;
a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare.
La accetti come suona, senza stare a interpretarla.
Si vedrà forse che è chiamato a essere artista.
Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza,
senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno.
Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto,
e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine,
dovrà rinunciare a diventare un poeta.
Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana.
La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie;
e che possano essere buone, ricche e ampie,
questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato;
e poi, in fondo, volevo solo consigliarla
di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo;
non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno,
e dall’esterno aspettando risposta
a domande cui solo il sentimento suo più intimo,
nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
(...)
 Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare.
E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia,
di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede,
ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke
Parigi, 17 febbraio 1903