sabato 22 febbraio 2025

Forse, anche sul terreno petroso troveremo qualche fiore

- 13 agosto 1934

(...) Forse, anche sul terreno petroso troveremo qualche fiore, qualche piccola felce strana. Perché la terra fiorisce quando due anime si prendono per mano e vanno in alto a guardare il mare...


(Antonia Pozzi; Lettera a Paolo Treves)

...il libro vivo di un'anima non finisce mai

- Milano, 11 gennaio 1933


Tullio caro, 
da S. Martino siamo partiti soltanto ieri e fino all'ultimo momento ho sperato di poterLa rivedere. Mi sembrava di avere ancora tante cose da dirLe: temevo che le mie povere parole non Le avessero fatto comprendere tutta la commozione che i suoi versi mi hanno suscitato nel cuore. Ma qui ho trovato la sua breve lettera e ne ho avuto un'infinita gioia: Lei ha compreso con quanto religioso amore, con quanta pienezza d'anima io ho accolto la rivelazione della sua poesia. E d'esser stata capita mi fa tanto bene. Lei non sa, Tullio, Lei forse non saprà mai che cosa è stata, per il mio spirito affaticato, la "scoperta" meravigliosa di Lei. Io mi rammento ancora del giorno in cui trovai, su un banco di vecchi libri, le poesie di Eurialo de Michelis: era un po' una mattina come questa, tutta d'azzurro pallido, con un sole mite; e tutta d'azzurro mi sentivo l'anima, ritornando con il libro amato; strani ricordi di scuola mi affioravano alla mente: dei vecchi umanisti che, nelle biblioteche dei conventi, scovavano gli antichi testi e poi, agli amici, scrivevano: "Fratello dilettissimo, ieri m'avvenne di ritrovare..." e della loro ricerca nutrivano la vita. Tanto più grande di quella è la mia gioia d'oggi: perché il libro più bello del mondo finisce e dopo l'ultima pagina non si può chiedere che altre ne vengano aggiunte; ma il libro vivo di un'anima non finisce mai. Io spero, Tullio, che a queste prime pagine del Suo Libro che mi sono state mostrate, altre ne potrò aggiungere via via: e la mia vita, creda, mi dorrà meno, se Lei vorrà infiorarla della sua poesia. Perché la poesia, non è vero, ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, come l'immensità della morte è una catarsi della vita. Quando tutto, ove siamo, è buio ed ogni cosa duole e l'anima penosamente sfiorisce, allora veramente ci sembra che ci sia donato da Dio chi sa sciogliere in canto il nodo delle lacrime e sa dire quello che a noi grida, imprigionato, nel cuore. Per chi ai suoi giorni non vede più che un colore di tramonto e sente, attraverso il suo cielo, salire l'estremo pallore; per chi ancora beve, con occhi allucinati, l'incanto delle cose, ma non sa, non può (perché è troppo tardi - perché non c'è più forza - perché tutto è stato bruciato, fino all'ultima stilla) tradurlo più in parole, ah, Tullio, è come rivivere trovare un'anima giovane che sprigiona il nostro stesso canto inespresso.
(...) Ne parleremo ancora a lungo, se Lei non si dimenticherà di me e verrà un giorno a trovarmi. 
Io mi rammento tutte le Sue promesse e sento che se saranno mantenute tanta luce pioverà, dentro la tenebra, a soccorrere la mia vita stanca. 
Mi scriva presto, Tullio: perdoni questa mia lunga trasognata lettera. E quello che le mie pallide parole non sanno dirLe di buono, di grande, lo intenda, lo comprenda Lei, al di là d'ogni voce, nella Sua grande anima. 
Con infinita gratitudine

la Sua Antonia Pozzi


(Antonia Pozzi; Lettera a Tullio Gadenz)

Ed ecco che l'altro mondo svaniva

Più di tutto, forse, gli piaceva star accanto al fuoco, accovacciato sulle zampe posteriori e con quelle anteriori stese avanti, la testa alta e lo sguardo assorto sulle fiamme. A volte pensava alla grande casa del giudice Miller nella vallata di Santa Chiara baciata dal sole, e alla grande vasca di cemento, e a Ysabel, la messicana senza pelo, e a Toots, il cagnolino giapponese; ma più spesso ricordava l'uomo dalla maglia rossa, la morte di Curly, la gran lotta con Spitz e le buone cose che aveva mangiato o desiderava mangiare. Non soffriva di nostalgia. La Terra del Sole svaniva nella lontananza, e quei ricordi non avevano potere su di lui. Molto più potenti erano i ricordi ereditari che gli facevano apparire famigliari cose mai viste. Gli istinti (che erano solo reminiscenze dei suoi antenati, divenute abitudini), indeboliti negli ultimi tempi, si risvegliarono adesso in lui e divenivano nuovamente vivi. 
A volte, quando se ne stava così accovacciato con lo sguardo assorto nelle fiamme, gli sembrava che esse appartenessero a un altro fuoco, e accanto a questo fuoco vedeva un uomo assai diverso dal cuciniere mezzosangue che gli stava davanti. Era uomo corto di gambe e dalle braccia lunghe, con muscoli fibrosi e nocchiuti piuttosto che tondeggianti. I suoi capelli erano lunghi e arruffati, e la fronte sfuggiva sotto di essi. Pronunciava strani suoni e sembrava temere le tenebre entro le quali stava continuamente spiando, mentre la sua mano che pendeva fino a metà gamba tra il ginocchio e il piede, stringeva un bastone alla cui estremità era legata una pesante pietra. Era quasi completamente nudo; una pelle lacera e bruciacchiata gli scendeva giù dalle reni, e il suo corpo era villoso: in alcuni punti, anzi, sul petto e sulle spalle e sulla parte esteriore delle braccia e delle cosce, coperto da una vera pelliccia. Non si teneva eretto, ma con il tronco inclinato in avanti dai fianchi in su; e le ginocchia erano un po' piegate. Vi era nel suo corpo una particolare agilità, un'elasticità quasi felina e la vigile attenzione di un essere abituato a vivere nel continuo timore di cose visibili e invisibili. Altre volte quell'uomo villoso si rannicchiava accanto al fuoco con la testa fra le gambe e dormiva. Allora i suoi gomiti poggiavano sulle ginocchia, e le mani si univano sul capo come per proteggerlo dalla pioggia con le braccia pelose. E al di là di quel fuoco, nell'oscurità tutt'attorno, Buck vedeva tanti carboni ardenti, riuniti a due a due, sempre a due a due, e sapeva che erano gli occhi di grandi bestie da preda. E poteva udire il rumore dei loro corpi fra i cespugli e le loro grida nella notte. E sognando così sulle rive dell'Yukon, con i pigri occhi assorti nel fuoco, quei suoni e quei sospiri di un altro mondo gli facevano ergere il pelo sulla schiena, sulle spalle e sul collo, finché dava un gemito basso e soffocato o un fioco mugolio, e il cuoco mezzosangue gli gridava: "Ehi Buck, svegliati!". Ed ecco che l'altro mondo svaniva, e gli tornava negli occhi il mondo reale; ed egli si alzava e sbadigliava e si stirava come se avesse dormito.


(Jack London; "Il richiamo della foresta")

Non pensi che questo sia di buon auspicio?

(...) spero che qualche Essere Supremo mi aiuti mentre scalo questa piccola altura e ancor più quando affronterò sforzi più significativi. Mi ricordo che dicevi di avere la sensazione che uno spirito benigno fosse il tuo custode... anche a me è venuto lo stesso pensiero di recente, perché certe cose che faccio quasi a caso poi mi sembrano azzeccate in dieci modi diversi. È troppo presuntuoso pensare che sia Shakespeare questo custode? Quando ero sull'Isola di Wight, nel corridoio della casa in cui alloggiavo mi sono imbattuto in un ritratto di Shakespeare, più vicino a come me lo raffiguro di quanti ne abbia mai visti. Sono rimasto là solo una settimana, eppure - nonostante me ne sia andato in fretta e furia - la vecchia padrona di casa me l'ha fatto portare via con me. Non pensi che questo sia di buon auspicio? Sono contento di sentirti dire che tutti gli uomini che nutrono grandi idee a volte patiscono gli stessi miei tormenti.


(John Keats; Lettera a Benjamin Haydon, 1817)

Tu che hai sentito il vento dell'inverno

(...) Non ho letto nessun libro... il mattino mi diceva: "Fai bene". Non pensavo ad altro che al mattino, e il tordo mi diceva: "Fai bene"... e sembrava dire: 

Tu che hai sentito il vento dell'inverno
e hai visto cupe nubi tra la nebbia
e cime di olmi tra le stelle fredde
potrai mietere il grano in primavera. 
Tu che hai avuto per libro solo il lume
del buio più profondo, che hai assorbito 
di notte in notte, quando Febo è assente, 
vedrai un triplice albore in primavera. 
Non badare al sapere: io non so nulla, 
ma con il caldo il canto esce istintivo.
Non badare al sapere: io non so nulla,
ma la sera mi ascolta. Chi si strugge 
pensando di esser pigro non è pigro, 
ed è sveglio chi pensa di dormire.

Saluti affettuosi dal tuo amico
John Keats


(John Keats; Lettera a John Hamilton Reynolds, 1818)

...chi riceve e chi dà ottiene gli stessi vantaggi

L'uomo non dovrebbe contraddire o fare delle affermazioni, ma sussurrare le proprie scoperte nell'orecchio del suo simile, così che ogni germoglio spirituale possa trarre la linfa dal suolo etereo e ogni essere umano abbia la possibilità di diventare grande. In tal modo l'umanità, invece di essere un'ampia brughiera piena di rovi e ginestre spinose, con qua e là una quercia o un pino isolato, diventerebbe una grandiosa democrazia di alberi da bosco. Per spronarci è stato spesso usato un paragone: quello dell'alveare. Tuttavia a me sembra che sarebbe meglio essere il fiore che l'ape, perché è sbagliato pensare che si guadagni più nel ricevere che nel dare: no, chi riceve e chi dà ottiene gli stessi vantaggi. Il fiore senza dubbio riceve un lauto compenso dall'ape: i suoi petali avranno un colore più vivace la primavera successiva.


(John Keats; Lettera a John Hamilton Reynolds, 1818)

giovedì 6 febbraio 2025

Perché sforzarsi a scrivere un poema?

(...) e la gente si chiede: "Perché sforzarsi a scrivere un poema?". E io rispondo: "Agli amanti della poesia non piace forse avere una piccola contrada in cui andare a zonzo, dove poter piluccare qua e là, dove ci sono così tante immagini che molte vengono dimenticate e poi riscoperte a una seconda lettura, tanto da fornire nutrimento per una settimana mentre si va a passeggio d'estate? (...)". E poi il poema mette alla prova la capacità creativa, che secondo me è la stella polare della poesia, così come la fantasia è la velatura e l'immaginazione il timone.


(John Keats; Lettera a Benjamin Bailey, 1817)

Lectio magistralis

Se mi vedessero stare in piedi
immobile, in mezzo
ai miei fiori, come
in questo istante,
penserebbero che
sto tenendo loro una lezione. Invece
sono io che ascolto
e loro che parlano.

Lì, in mezzo a loro,
mi insegnano la luce.


(Nikifòros Vrettàkos)

Rooftops at Sunset from the Pincio, Rome

domenica 26 gennaio 2025

Ah, vorrei tanto che tutte le tue ansie scomparissero

Ah, vorrei tanto che tutte le tue ansie scomparissero come la tua sorpresa passeggera di fronte al fatto che l'immaginazione è qualcosa di autentico! Non sono certo di nulla al di fuori di questo: che gli affetti del cuore sono sacri e l'immaginazione è reale. Ciò che l'immaginazione coglie come qualcosa di bello deve essere vero, che sia esistito o meno.


(John Keats; Lettera a Benjamin Bailey, 1817)

Ma a chi ama l'alloro a volte avviene

(...)
Ma a chi ama l'alloro a volte avviene
di riuscire a scordare le sue pene: 
abbagliato, non pensa che ci sia -
nell'acqua, in terra, in aria - che poesia. 
Si dice, George - lo credo anch'io, del resto
(Spenser disse a Libertas proprio questo) -,
che il poeta, estasiato, può vedere
volteggiare nell'aria bianche schiere
di corsieri montati da eleganti 
cavalieri che giostrano festanti; 
che il lampo non sia altro che il segnale
dell'aprirsi del loro ampio portale; 
che se il guardiano squilla la sua tromba,
solo per il poeta qui rimbomba;
e che se si apre quell'ardente breccia,
ogni corsiero subito vi sfreccia. 
Col suo sguardo il poeta può osservare
le loro sale d'oro e il festeggiare:
dame di uno splendore più divino
dei bagliori che sogna un serafino,
calici che traboccano impetuosi,
come nel sole i getti luminosi, 
vino che scende giù con il fulgore
di una stella cadente. Nel chiarore
più lontano si scorge un pergolato, 
ma di mirarne i fiori non è dato 
ai mortali - così il dio Apollo impose -, 
o il poeta odierebbe anche le rose. 
Presso quel sito ameno si distendono 
chiare fontane, da cui snelli scendono, 
scambiando baci, i loro getti fini
come i rivoli argentei sui delfini
che, riemersi dalle acque più profonde,
scherzano con la coda in mezzo alle onde.
Queste e molte altre meraviglie spia
colui che si è imbevuto di poesia.
Se a capo nudo esce a passeggiare
di sera, potrà forse contemplare 
solo le cupe volte silenziose
e il tremolio di gemme luminose,
o la luna che, casta, si contorna
di bianche nubi e il suo bel viso adorna,
salendo passo dopo passo in cielo 
come una dolce suora nel suo velo?
Certo che no! Vedrà, tra le altre cose, 
quelle feste notturne misteriose.
Se mai potrò ammirare tali incanti,
ti stupirò con storie strabilianti.


(John Keats)

Allegria

Faceva freddo. Il vento
Mi tagliava le dita.
Ero senza fiato. Non ero
stato mai più contento.


(Giorgio Caproni)

lunedì 20 gennaio 2025

Sento di non poter esistere senza poesia

Quando mi scrivi, di' due parole su qualche brano di Shakespeare che ti è apparso in una nuova luce, cosa che accade di continuo pur rileggendo lo stesso dramma quaranta volte... Per esempio, i seguenti versi della Tempesta non mi hanno mai colpito così tanto quanto in questo momento:

"...i folletti,
durante l'ampia notte in cui essi agiscono,
avranno tutti effetto su di te..."

E come posso non portare alla tua attenzione questo verso:

"dentro l'abisso oscuro del passato..."

Sento di non poter esistere senza poesia... senza la poesia eterna... mezza giornata non mi basta... o l'intera giornata.


(John Keats; Lettera a John Hamilton Reynolds, 1817)

"ecco il mio conforto"

Stamattina a colazione mi sentivo piuttosto solo, perciò ho tirato fuori dalla cassa un libro di Shakespeare... "ecco il mio conforto".


(John Keats; Lettera a George e Tom Keats, 1817)

domenica 19 gennaio 2025

...come un fardello d'immortalità

Stamattina è stata la poesia a trionfare... sono ricaduto in quei pensieri astratti che sono la mia unica vita. Sento di essere sfuggito a un nuovo dolore, strano e minaccioso. E ne sono lieto. Sento un terribile calore intorno al cuore, come un fardello d'immortalità. 


(John Keats; Lettera a John Hamilton Reynolds, 1818)

Oggi sto avendo una giornata tranquilla...

Oggi sto avendo una giornata tranquilla... cosa che non succedeva da molto tempo... e se dovesse continuare così, penso che dovrei ricominciare a scrivere versi... perché se non sono attivo col corpo o con la mente mi sento male... e soffro tantissimo quando vado a qualche festa, dove le regole della società e il mio orgoglio naturale mi costringono a soffocare l'animo e ad avere un'aria da idiota... perché se dovessi abbandonarmi ai miei impulsi sbalordirei tutti quanti. Vivo con un continuo senso di costrizione... da cui trovo sollievo solo quando compongo versi...


(John Keats; Lettera a Fanny Keats, 1818)

Mandami un messaggio con scritto "Buonanotte"

(...) Mandami un messaggio con scritto "Buonanotte" da mettere sotto il cuscino.

Mia adorata Fanny, 
con affetto,
J.K.


(John Keats; Lettera a Fanny Brawne, 1820)

Sante leggi d'amore e di natura

Sante leggi d'amore e di natura;
sacro laccio ch'ordio 
fede sì pura di sì bel desio; 
tenace nodo, e forti e cari stami; 
soave giogo e dilettevol salma, 
che fai l'umana compagnia gradita,
per cui regge due corpi un core, un'alma, 
e per cui sempre si gioisca ed ami
sino a l'amara ed ultima partita;
gioia, conforto e pace
de la vita fugace;
del mal dolce ristoro ed alto oblio; 
chi più di voi ne riconduce a Dio?


(Torquato Tasso; "Aminta")

Ecco, ancora, tutte le paure dimenticate

E adesso ecco anche la malattia che m'ha sempre colpito in modo tanto strano. Sono sicuro che la sottovalutano. Proprio come esagerano l'importanza di altre malattie. Questa malattia non ha caratteri particolari, assume i particolari delle persone che attacca. Con una sicurezza da sonnambula estrae da ciascuno il pericolo più profondo, che sembrava passato, e glielo rimette davanti, vicinissimo, nell'ora successiva. (...) E con quanto ritorna s'alza una ressa di ricordi slegati, aderente come un'umida alga a un oggetto sommerso. Vite di cui non avremmo saputo mai nulla salgono alla superficie e si confondono con quanto è realmente accaduto e allontanano un passato che credevamo di conoscere: perché in quello che sale è una forza nuova, riposata, mentre quello che è lì da sempre è stanco del ricordo troppo frequente.
Sono disteso sul letto, a un quinto piano, e la mia giornata da nulla interrotta è come un quadrante senza sfere. Come una cosa per lungo tempo perduta, una mattina è al suo posto, indenne, buona, più nuova quasi del giorno della perdita, proprio come se fosse stata curata da qualcuno: così, sulla coperta del mio letto sono sparse qua e là cose perdute dell'infanzia, e sono come nuove. Ecco, ancora, tutte le paure dimenticate.
La paura che un piccolo filo di lana uscito dall'orlo della coperta sia duro, duro e acuminato come un ago d'acciaio; la paura che questo piccolo bottone della camicia da notte sia più grande della mia testa, grande e pesante; la paura che questa briciola di pane, sul punto di cadere dal letto, diventi di vetro e si frantumi al suolo, e il pensiero angoscioso che con essa tutto vada in frantumi, tutto e per sempre; la paura che il lembo di una lettera aperta male sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa d'indescrivibilmente prezioso per cui non c'è posto abbastanza sicuro nella camera; la paura d'ingoiare, se mi addormento, il pezzo di carbone che è davanti alla stufa; la paura che nel mio cervello cominci a crescere una cifra qualsiasi, fino a quando in me non trova più spazio; la paura che la cosa su cui giaccio sia granito, grigio granito; la paura di gridare e che accorrano alla mia porta e che alla fine l'abbattano, la paura di tradirmi e di dire tutto quello che mi spaventa, e la paura di non poter dire nulla perché tutto è indicibile - e le altre paure... le paure.


(Rainer Maria Rilke; "I quaderni di Malte Laurids Brigge")