domenica 28 dicembre 2025

Elementare

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare


(Pierluigi Cappello)

La poesia indaga

La poesia indaga, gratuitamente, sulla nostra postura esistenziale. Sottolinea l'umano che c'è dentro di noi e sottolinea ciò che di umano è ancora rimasto nel mondo.


(Pierluigi Cappello)

venerdì 26 dicembre 2025

La speranza

Una verde, una trepida farfalla
nella stanza! Un miracolo la strinse
qui tra le secche pietre di città. 
Si posa e trema sopra cose che 
non sono fiore
non sono ruscello
cose senza né miele né colore. 
- Non muoverti - susurri - o se ne andrà. 
Ma io non temo che svoli. L'essenza
stessa della speranza è di restare.


(Daria Menicanti)

giovedì 25 dicembre 2025

Generoso Natale

Oh, generoso Natale di sempre!
Un mitico bambino
che viene qui nel mondo
e allarga le braccia
per il nostro dolore. 
Non crescere, bambino,
generoso poeta
che un giorno tutti chiameranno Gesù. 
Per ora sei soltanto
un magico bambino
che ride della vita
e non sa mentire.


(Alda Merini)

mercoledì 24 dicembre 2025

Ma Dio volle presto rassicurarmi

Ma Dio volle presto rassicurarmi, ché la tempesta non durò a lungo, e tutti i venti si calmarono (...)


(Chrétien de Troyes; "Ivano")

Signora sulla neve con cagnolino

Prestatemi l'orecchio e il cuore

(...) ascoltate. Prestatemi l'orecchio e il cuore, ché le parole vanno del tutto smarrite se non sono intese anche dal cuore. Vi sono persone che ascoltano una cosa senza comprenderla, eppure la lodano: è come se non possedessero l'udito, dacché il cuore non vi intende nulla; le parole giungono così all'orecchio come il vento che spira, senza farvi né sosta né dimora, anzi si allontanano ben in fretta se il cuore non è desto e pronto ad afferrarle. Ma se, udendole, esso può prenderle e rinchiuderle e trattenerle, allora l'orecchio è il condotto e il cammino per i quali la voce giunge (...)


(Chrétien de Troyes; "Ivano")

Non voglio essere affrancato dall'amore

Non voglio essere affrancato dall'amore e voglio consacrarmi ad esso ogni giorno.


(Chrétien de Troyes; "Cligès")

Poi incoronarono Enide

A terza, il giorno di Natale, tutti si trovarono riuniti nella sala. Il cuore di Erec era sopraffatto dalla grande gioia che si stava preparando per lui. Nessuna lingua o bocca d'uomo potrebbe narrare, per quanto bene ne conoscesse l'arte, né un terzo né un quarto e nemmeno un quinto della magnificenza di quell'incoronazione. Pure io voglio accingermi a così grande follia, e sforzarmi di descrivere la cerimonia. E poiché devo, e reputo di poterlo fare, non trascurerò di dirne almeno una parte, nella misura in cui me lo concederà il mio ingegno.
Nella sala erano stati posti due bianchi troni d'avorio, di squisita fattura e di colori sfumati, uguali per lavorazione e dimensioni. Colui che ne era stato l'artefice era invero ingegnoso e sagace, poiché li aveva fabbricati della stessa altezza e lunghezza, e forniti dei medesimi ornamenti sì che, anche a riguardarli da ogni parte, non si sarebbe potuto discernere in uno un particolare che non si trovasse anche nell'altro. Nemmeno un dettaglio era fatto di legno: tutto era d'avorio e di oro fino, e quei troni erano intagliati con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi e le altre due di coccodrilli. Ne aveva fatto omaggio e dono a re Artù e alla regina un cavaliere di nome Bruianz delle Isole. Artù sedette su un trono e fece sedere sull'altro Erec, abbigliato di una veste di seta marezzata. Leggendo nella storia, troviamo la descrizione di quell'abito, e ne prendo a garante Macrobio, che mise ogni cura a scrivere tale racconto e, a dire il vero, lo conosceva bene. Macrobio mi insegnò a descrivere la lavorazione e i disegni di quella veste, così come l'ho trovata nel suo libro.
Quattro fate l'avevano foggiata con grande abilità e arte. L'una vi aveva ritratta Geometria: com'essa osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l'alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Questa era stata l'opera della prima fata.
La seconda si era adoprata a ritrarre Aritmetica, e si era data la pena di mostrare appieno con quale saggezza essa conti i giorni e le ore del tempo e, a goccia a goccia, l'acqua del mare, e poi ogni granello di sabbia, tutte le stelle a una a una, e quante foglie vi sono in un bosco, sì che sa ben dirne tutto il vero: mai un numero la trasse in inganno né mai essa mentirà, poiché vuole bene comprendere ogni cosa. Tale era l'opera di Aritmetica.
La terza figura rappresentava Musica, in cui si accorda ogni diletto: canto e discanto e, senza discordanze, melodie di arpa, di rotta e di viella. Era una creazione di suprema bellezza e, davanti a Musica erano raffigurati tutti gli strumenti e ogni piacere.
La quarta fata, che vi aveva posto mano per ultima, aveva foggiata un'opera mirabile: vi aveva rappresentata la migliore delle arti, Astronomia, che tanti prodigi compie ispirandosi alle stelle, alla luna e al sole; non ricorre a null'altro in ogni contingenza; il cielo le è sì buon consigliere, qualunque cosa gli richieda, che essa può sapere con certezza, senza menzogna né inganno, ciò che fu e ciò che sarà.
Quanto ho descritto era tessuto e ricamato a fili d'oro nella stoffa dell'abito di Erec.
(...) Enide intanto non era ancora giunta a palazzo. Quando il re vide che tardava, ordinò a Galvano che andasse a prenderla. Galvano non esitò a eseguire il comando, e subito si avviò accompagnato dal re Cadualanz e dal generoso sovrano del Galloway. Facevano loro scorta anche Guivret il Piccolo e, dietro, Idiero figlio di Nut. Altri baroni accorsero per accompagnare la dama, tanti che avrebbero potuto sconfiggere un esercito, poiché erano più di un migliaio.
Il cortese Galvano da una parte, e dall'altra il generoso re del Galloway, che l'aveva molto cara perché Erec era suo nipote, condussero a palazzo Enide, che la regina si era adoprata ad agghindare meglio che aveva potuto. Al loro arrivo, subito re Artù corse loro incontro e, con cortesia, fece sedere Enide accanto a Erec, poiché voleva renderle ogni onore. Poi ordinò che fossero tratte dal proprio tesoro due corone d'oro fino e massiccio.
L'ha appena comandato, che subito gli vengono recate le corone, scintillanti dei carbonchi che vi erano incastonati in numero di quattro per ciascuna. Il chiarore della luna è nulla rispetto allo splendore che emanava la più piccola di quelle gemme. Quanti erano nel palazzo rimasero talmente abbagliati dalla luce che ne scaturiva che, per un momento non videro nulla. Anche il re fu accecato, ma non per questo mancò di rallegrarsi per le loro bellezza e luminosità.
Fece prendere una corona da due pulzelle e dette l'altra a due baroni. Poi ordinò che venissero avanti i vescovi, i priori e gli abati, e che ungessero il nuovo re secondo la legge cristiana. 
Ora tutti i prelati, giovani e canuti, si presentarono al re; nella corte vi sono chierici, vescovi e abati in gran numero. Il vescovo di Nantes in persona, ch'era uomo molto pio e di grande valore, consacra santamente e secondo la regola il nuovo re, e gli pone in capo la corona.
Poi Artù fa portare uno scettro che riscuote grande ammirazione. Sentite com'era fatto: splendeva più di un cristallo, ed era ricavato in un solo pezzo da uno smeraldo più grosso di un pugno. Oso dire invero che in tutto il mondo non vi è specie di pesce, di animale selvaggio, di uomo o di uccello alato che non vi fosse intagliato o scolpito, ciascuno secondo la propria vera immagine.
Lo scettro fu consegnato al re, che lo guardò ammirato e poi, senza tardare oltre, lo pose nella mano destra di Erec: ora egli è re come gli aspettava. Poi incoronano Enide.


(Chrétien de Troyes; "Erec e Enide")

martedì 16 dicembre 2025

Se mi puoi sentire

Il potere ancor puro delle tue mani
proprio ora è ciò che più mi commuove
scoprono a poco a poco un destino che passa
e non passa di qui

al tavolino del caffè scambiamo parole
cariche d’armonie
tante volte negate:
cose che neppure al vento
confessiamo

ma se oggi tu mi puoi sentire
ricomincia, progetta un lungo viaggio
o un amore
forse il più bello

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O poder ainda puro das tuas mãos
é mesmo agora o que mais me comove
descobrem devagar um destino que passa
e não passa por aqui

à mesa do café trocamos palavras
que trazem harmonias
tantas vezes negadas:
aquilo que nem ao vento sequer
segredamos

mas se hoje me puderes ouvir
recomeça, medita numa viagem longa
ou num amor
talvez o mais belo


(José Tolentino de Mendonça)

...il mondo si svegliava

Era l'alba, fresca e grigia; un senso beato di pace e di riposo pervadeva la calma profonda e il silenzio dei boschi. Neppure una foglia muoveva, neppure un suono veniva a turbare la solenne meditazione della natura. Grosse gocce di rugiada pendevano luminose come diamanti dalle foglie e dai fili d'erba; un velo di ceneri bianche copriva il fuoco; un filo sottile di fumo blu divagava leggero per l'aria. Joe e Huck dormivano ancora. Lontano, nei boschi, un uccello lanciò il primo richiamo, un altro gli rispose, poco dopo si udì il martelletto di un picchio. Lentamente il freddo grigiore del mattino s'inalbò, a poco a poco i suoni si moltiplicarono: il mondo si svegliava. Alla rapita attenzione del ragazzo si spiegò allora in tutto il suo incanto la meraviglia della natura che si scuote di dosso il sonno e riprende a vivere.


(Mark Twain; "Le avventure di Tom Sawyer")

Poco dopo Tom s'imbatté in Huckleberry Finn

Poco dopo Tom s'imbatté in Huckleberry Finn, giovane paria locale, figlio dell'ubriacone ufficiale del paese. Huckleberry era cordialmente detestato e temuto da tutte le madri, perché era un fannullone, un senza-legge, uno screanzato, e perché tutti i loro figli lo ammiravano senza riserve, si dilettavano della sua compagnia, severamente proibita, e avrebbero voluto avere il coraggio di vivere come lui. Anche Tom si trovava nella situazione degli altri ragazzi perbene, perché invidiava a Huckleberry la sua splendida professione di reietto, e aveva ricevuto severissimi ordini di non giocare mai con lui. Così che giocava con lui tutte le volte che poteva. Huckleberry indossava sempre abiti smessi di persone adulte e si presentava in una fantasiosa fioritura di stracci. Il suo cappello era un'irreparabile rovina, con un'ampia mezzaluna ritagliata nella falda: la giacca, quando ne portava una, gli giungeva quasi ai tacchi e aveva i bottoni posteriori molto bassi; i calzoni, tenuti su da una bretella sola, lasciavan ciondolare il fondo, che non conteneva nulla, e, quando non erano ripetutamente rimboccati, strascicavano nella polvere.
Huckleberry poteva andare e venire, secondo gli garbava. Quando faceva bello dormiva sugli scalini di qualche casa; quando pioveva  in qualche botte vuota. Non era costretto ad andare a scuola o in chiesa, non aveva padroni, non doveva obbedire a nessuno.


(Mark Twain; "Le avventure di Tom Sawyer")

domenica 30 novembre 2025

Il giardino

Mille anni e poi mille
non possono bastare
per dire
la microeternità
di quando m'hai baciato
di quando t'ho baciata
un mattino nella luce dell'inverno
al Parc Montsouris a Parigi
a Parigi
sulla terra
sulla terra che è un astro.

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Des milliers et des milliers d'années
ne sauraient suffire
pour dire
la petite seconde d'éternité
où tu m'as embrassé
où je t'ai embrassée
un matin dans la lumière de l'hiver
au parc Montsouris à Paris
à Paris 
sur la terre
la terre qui est un astre.


(Jacques Prévert)

Tu sai come ti voglio bene

Mio Tugnin, tanto e sempre caro,
non voglio che ti manchi almeno la mia nuda parola d'augurio per la tua festa, né che mi senta lontana, troppo diversa dagli anni passati. Perché io ti penso con la stessa tenerezza d'un tempo e vorrei, questa sera, poterti ripetere al telefono, come un tempo le nostre consuete parole: "buona notte, sorellina". Tu le devi sentire nel cuore, Antonia, come, nel cuore, io le dirò, domani a sera, per te. Ora che una tappa, comunque, è finita, nel tuo cammino, ora che una meta è raggiunta, pur come semplice segno concreto di una realtà interiore assai più varia e vasta, per la nuova strada che s'apre, antica e nuova, io voglio dirti il mio augurio di bene. Forse la sorgente più fonda della nostra pace è la fede: pace che non è ozio o pigro ristagno di vita, ma equilibrio, saldezza interiore, compenetrazione dell'ideale con la realtà, condizione unica e necessaria perché le energie dell'anima non si disperdano vanamente, ma producano e segnino frutti concreti per il potenziamento sempre maggiore di noi; fede che forse è più che l'amore, che è, dell'amore, la realtà più piena. Per questa fede e sulle tracce di questa pace io sono qui ora, tu lo sai. Perché ho udito la parole di Colui che disse, ai discepoli che non s'eran turbati per la sua morte: "Io vi do la 'mia' pace". Si riveli anche a te, mia sorella, un segno cui tendere in dedizione ferma e sicura, una realtà in cui credere e per cui operare, nella pace, qualcosa che, trascendendo le mobili vibrazioni dell'anima, ti radichi con sé nella realtà, perché tu possa produrre frutti concreti di vita.
Ti devo ringraziare del tuo saluto da Misurina, del tuo ricordo dai monti bellissimi. Vorrei dirti tante cose di me, della mia esperienza nuova; vorrei sapere di te, che cosa fai, a che cosa tendi. È tempo di agire, di unificare. Mandami le parole tue nuove, se la signorina Musa si è risvegliata... Fatti un programma, cui disciplinarti, contro ogni possibile dispersione. Qui ci sono tante cose belle, oltre che buone e vere, e mi danno una dolcezza grande che aiuta a superare ogni ombra. Ci sono testine chiare di bambine e mani, fatte materne nel nome di Dio, chinate a ravviarle, ogni alba. Ci sono, nel giardino, due piante altissime e una moltitudine di uccelli che via ne svola, quando apro le imposte, per il giorno nuovo. E la carità fraterna ti serra intorno vincoli casti, che sai tuttavia imperituri, nella legge del Signore nostro.
Ti faccio una bella carezza, Tugnin; anche a te, sui capelli, come alle bimbe che incontro ogni giorno nel corridoio. Tu sai come ti voglio bene

Lucia


(Lucia Bozzi; lettera ad Antonia Pozzi - 1936)

domenica 16 novembre 2025

Una cosa innocente

Ho teso la mano per qualcosa d'innocente
una pietra, un filo d’erba, un miracolo
ho bisogno che tu mi dica ora
una cosa innocente

Non usare parole
qualunque parola tu mi dica mi farà male
per almeno mille anni
non prepararti, non mirare ai dettagli
ho bisogno che dolcemente il vento
quello distante e quello più vicino
diffonda l'amore che non teme

Non usare parole
se mi confidi
quello che nel profondo delle nostre menzogne
è diventato una verità sublime

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Estendi a mão por qualquer coisa inocente
uma pedra, um fio de erva, um milagre
preciso que me digas agora
uma coisa inocente

Não uses palavras
qualquer palavra que me digas há-de doer
pelo menos mil anos
não te prepares, não desejes os detalhes
preciso que docemente o vento
o longínquo e o próximo
espalhe o amor que não teme

Não uses palavras
se me segredas
aquilo que no fundo das nossas mentiras
se tornou uma verdade sublime


(José Tolentino de Mendonça)

sabato 15 novembre 2025

Al canzonatore niente va bene

So che l'usignolo non biasima il verso del cuculo,
ma tu, se io non canto come te, ti ridi di me.

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Jch weiß die Nachtigal strafft nicht des GukGuks thon:
Du aber
sing ich nicht wie du
sprichst meinem Hohn.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

Virgo Lactans

Vie secondarie

Non è affatto un segreto
raccontano la propria storia
pur passando per vie secondarie
anche le cose insignificanti di una vita

come il frammento che riconosco
dopo tanto tempo
scritto in un quaderno

"...ritroverò ancora il vento di questa spiaggia
da cui prendo commiato
sugli scogli di fronte al mare
il sentiero abbandonato..."

ritroverò ancora
quell'espressione distratta che mi lasciò
a un passo da ciò che neanche oggi conosco?

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Não constitui segredo
contam a sua história
mesmo se por atalhos
as coisas insignificantes de uma vida

assim o fragmento que reconheço
tanto tempo depois
escrito num caderno

"...reencontrarei ainda o vento dessa praia
de que me despeço
nos penhascos frente ao mar
o caminho abandonado..."

reencontrarei ainda
a expressão distraída que me deixava
a um passo daquilo que nem hoje sei?


(José Tolentino de Mendonça)

Questo è il segreto dell'azione che può compiere l'arte

Ogni relazione con l'archetipo, vissuta o semplicemente espressa, è "commovente", cioè essa agisce poiché sprigiona in noi una voce più potente della nostra. Colui che parla con immagini primordiali è come se parlasse con mille voci; egli afferra e domina, e al tempo stesso eleva, ciò che ha designato dallo stato di precarietà e di caducità alla sfera delle cose eterne; egli innalza il destino personale a destino dell'umanità e al tempo stesso libera in noi tutte quelle forze soccorritrici che  sempre hanno reso possibile all'umanità di sfuggire ad ogni pericolo e di sopravvivere persino alle notti più lunghe.
Questo è il segreto dell'azione che può compiere l'arte. Il processo creatore, per quanto possiamo seguirlo, consiste un un'animazione inconscia dell'archetipo, nel suo sviluppo e nella sua formazione fino alla realizzazione dell'opera perfetta. Il dare forma all'immagine primordiale è in certo modo un tradurla nella lingua di oggi, ed è per mezzo di questa traduzione che ognuno può ritrovare l'accesso alle fonti più profonde della vita, accesso che fino a quel momento gli era stato interdetto.


(Carl Gustav Jung; "Psicologia e poesia")

sabato 1 novembre 2025

Intanto si è fatto prematuramente autunno

Intanto si è fatto prematuramente autunno. Per due sere abbiamo acceso il fuoco, e stiamo a finestre chiuse. La casa va avanti come sempre: solo mancano i ciclamini, perché non ci sei tu a coglierli...


(Roberto Pozzi; lettera ad Antonia Pozzi - 1931)

La rosa

La rosa che il tuo occhio esteriore vede qui,
è fiorita in Dio dall'eternità.

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Die rose
welche hier dein äußres Auge siht
Die hat von Ewigkeit in Gott also geblüt.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

Ti dischiudi come la rosa

Il tuo cuore riceve Dio con ogni suo bene, 
se a lui si dischiude come una rosa.

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Dein Hertz empfähet Gott mit alle seinem Gutt
Wann es sich gegen jhm wie eine Ros' aufthut.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

Per Dio tutto è uguale

Dio presta la stessa attenzione al gracidio della rana
e al trillo che gli invia l'allodola.

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Gott giebet so genau auf das koaxen acht
Als auf das direlirn
das jhm die Lerche macht.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

mercoledì 1 ottobre 2025

Su questa terra

Su questa terra c'è ciò che merita la vita:
il ricorrere di aprile,
l'aroma del pane fresco all'alba,
le opinioni di una donna sugli uomini,
gli scritti di Eschilo,
il primo amore, l'erba su una pietra,
madri in piedi sulle note di un flauto,
e la paura dal ricordo degli invasori.

Su questa terra c'è ciò che merita la vita:
la fine di settembre,
una donna che saluta la quarantina con tutte le sue bellezze,
l'ora d'aria in prigione,
delle nuvole che imitano uno stormo di creature,
gli applausi di un popolo
per chi ascende alla morte sorridendo,
e la paura degli oppressori per le canzoni.


Su questa terra c'è ciò che merita la vita,
su questa Terra, la Signora della terra,
madre degli inizi e madre delle fini.
Si chiamava Palestina.
Continua a chiamarsi Palestina.
Mia Signora:
merito, perché sei la mia Signora,
merito anch’io la vita.


(Mahmoud Darwish)

Luna congelata

Con questa solitudine
infida
e tranquilla

con questa solitudine
di crepe consacrate
di ululati lontani
di mostri di silenzio
di forti ricordi
di luna congelata
di notte per gli altri
di occhi spalancati

con questa solitudine
inutile
e vuota

si può
a volte
capire l'amore.


(Mario Benedetti)

Ma il dolce viso...

Ma il dolce viso che s'inombra, gli occhi
sbiancati, la parola che vacilla
e sprofonda nel cuore, e quel fuggire
lungo, sparso, di tutto il sangue; il punto
in cui non c'è che una vita, la vita
col suo morire e ricrearsi eterno:
quello è pur nostro bene, palpitante
amicizia dei sensi, fuggitiva
luce di gioia, nostra disperatamente
breve ora d'immortalità.


(Diego Valeri)

Destarmi accanto a te

Destarmi accanto a te, nella prima
luce, e vederti dormire, 
così bianca, così fragile e fina
da sentirmi volontà di morire.

Baciare le tue palpebre molli,
bianche farfalle che volano via,
scoprendo due fiori divini
di nerazzurra malinconia.

Baciare il tuo viso mattutino
ancora bagnato di sonno, 
il tuo viso esiguo di bambino,
tutto bianco e tenero e biondo.

Baciare su le tue labbra il profumo
della tua profonda primavera, 
e tutta respirarti, con l'oscuro
mio cuore, bianca anima leggera.


(Diego Valeri)

Ma ora voglio tornare sulle alte rupi

Mio caro Tullio, grazie. Delle sue parole da Firenze, del libro di poesie. È stato così bello che, ritornando dal sole e dal mare e dalla rossa terra del Carso, io trovassi qui un po' della Sua anima, in attesa della mia, rinnovata lassù, sulla spianata dell'Acropoli. Rinnovata, ricostruita: o meglio, ritemprata nella volontà nuova di ricostruirsi. Quando lei venne qui, a marzo, io stavo vivendo giorni torbidi e tristi, perduta per le vie dure della realtà che non amo. Lei forse non se ne accorse: ma io mi sentivo così arida e atona, così diversa da quella lontana sera d'ottobre, in cui Lei venne per la prima volta nella mia casa chiusa - ricorda? Allora Lei ebbe poi a scrivermi che nella mia stanza era stato come se fossimo soli in cima a un'alta rupe, ed anche a me era parso che fosse proprio così, quella sera, tanto pure e vive erano le nostre anime, tanto concreto e nitido era il senso delle cose irreali a cui ci volgevamo, come un lembo di cielo nel sole. 
Ma poi io scesi molto in basso e traversai tanta palude: e mentre pensavo a nuovi problemi di cui ignoravo fin lì l'esistenza (la società, la politica, l'individualismo ed il collettivismo) perdevo il mio vero essere, il tono e l'equilibrio della mia personalità: crollato il regno dei sogni e delle poesie, dimenticato il mondo dove si parla di sempre e di mai, dove si commisura all'eterno il valore di ogni atto compiuto, io allentavo il freno della mia volontà, non m'impedivo il male, chiudevo gli occhi al domani, dicendo che esiste solo l'oggi ed il bene presente... Ho traversato tanta palude, Tullio. Forse bisognava che questo accadesse, perché io capissi, sentissi in me stessa, nel mio spirito e nella carne la tragedia dell'esser uomini, la sacra tragedia di vivere. Ma ora voglio tornare sulle alte rupi, dissetare alle sorgenti la bocca in cui è rimasto tanto amaro: la mia nuova salita spirituale è cominciata davanti alle dune di Tripoli, e poi accanto al marmo diafano dell'Eretteo: continua ora, come se in un mattino ancora incerto io camminassi fra i rododendri, con questi Suoi versi tra le mani, mio caro e fedele amico. (...)

Sua Antonia Pozzi


(Antonia Pozzi; lettera a Tullio Gadenz - 1934)

domenica 21 settembre 2025

Spuntarono lacrime negli occhi della soave creatura

Spuntarono lacrime negli occhi della soave creatura mentre queste parole venivano pronunciate; e quando una di quelle lacrime cadde sul fiore verso il quale ella si chinava, brillando entro il calice e rendendo il fiore ancor più bello, parve che il tenero cuore di lei si accomunasse spontaneamente a quanto vi è di più meraviglioso nella natura.


(Charles Dickens; "Oliver Twist")

...ed è la voce dell'umanità che risuona in noi

L'immagine primordiale o archetipo è una figura, demone, uomo o processo, che si ripete nel corso della storia, ogniqualvolta la fantasia creatrice si esercita liberamente. Essa è in prima linea una figura mitologica. Esaminandola da presso, notiamo che essa è in certo qual modo la risultante d'innumerevoli esperienze tipiche di tutte le generazioni passate. Si potrebbero scorgere in essa i residui psichici d'innumerevoli avvenimenti dello stesso tipo. Essa rappresenta una media di milioni di esperienze individuali e dà un'immagine della vita psichica, suddivisa e proiettata nelle forme multiple del pandemonium mitologico. Ma anche le figure mitologiche sono di per sé stesse già dei prodotti elaborati della fantasia creatrice; esse attendono di essere tradotte in un linguaggio concettuale, di cui per ora non abbiamo che dei penosi inizi. Quei concetti, che in maggior parte sono ancora da creare, potrebbero procurarci una conoscenza astratta e scientifica dei processi dell'inconscio, processi che costituiscono la radice delle immagini primordiali. In ciascuna di queste immagini è racchiuso un frammento di psicologia e di destino umano, un frammento dei dolori e delle gioie che si sono succedute infinite volte, secondo un ritmo su per giù sempre uguale, nelle schiere dei nostri antenati. Sembra quasi che nell'anima si sia formato come il letto di un fiume, in cui la vita che prima tentennava nell'incertezza e si spandeva su superfici vaste, ma poco profonde, all'improvviso riesca a fluire con forza, se si è avverato quel particolare concatenarsi di circostanze, che contribuì sempre alla produzione delle immagini primordiali.
Il momento in cui appare la situazione mitologica è sempre contrassegnato da una particolare intensità emotiva, come se in noi fossero toccate corde che ordinariamente non risuonano mai, o come se si scatenassero potenze di cui non supponevamo l'esistenza. La lotta per l'adattamento è assai penosa, poiché abbiamo sempre a che fare con condizioni individuali, cioè, con condizioni atipiche. Perciò non deve stupirci il fatto che, nel momento preciso in cui giungiamo a una situazione tipica, proviamo un improvviso sentimento di liberazione, sentimento del tutto speciale; né deve stupirci di sentirci come trasportati o afferrati da una specie di potenza sovrumana. In tali momenti non siamo più degli esseri particolari, noi siamo la specie, ed è la voce dell'umanità che risuona in noi.


(Carl Gustav Jung; "Psicologia e poesia")

Tonnelle nord-ouest au Parc de Marquayrol

Pasturo, 25 agosto 1935

(...) dovrei andar via, vedere molta gente e molto mondo, sola e responsabile di me.


(Antonia Pozzi; Pasturo - 1935)

giovedì 18 settembre 2025

Mi ricordo di un discorso che mi facesti in treno...

Mio caro Vittorio, ti ringrazio con tutto il cuore della tua buona lettera. Forse, da un mese a questa parte, è stata l'unica gioia vera; mi è parso di ritrovarti di colpo e ho risentito tutto quello che  è ancora la tua amicizia per me, come quel giorno, sulle scale di casa mia, mentre l'Alba era di sopra e non capiva niente, e io piangevo per le tue poesie - meglio: per quel che mi facevano sentire le tue poesie in confronto dell'irrimediabile esteriorità di tutti gli altri miei rapporti - ti ricordi?
(...) Mi ricordo di un discorso che mi facesti in treno, quella famosa domenica dell'inutile gita a Monate: il tuo tormento era proprio questo, il senso di non saper vivere, di aver nelle vene un sangue fittizio e degli arabeschi davanti agli occhi invece che delle creature reali. Sono contenta, tanto tanto contenta di quello che mi scrivi ora. Soprattutto perché è una gioia immensa sentire che al mondo ci sono ancora degli esseri - come te - capaci di freschezza, di fiducia, di rinascita. Guai - io credo - anche per la poesia, se questa facoltà di valicare di quando in quando il distacco, di riaffondare e perdersi nella vita, venisse a mancare! Cristallizzarsi in una posizione unica è rinunciare per sempre alla spinta, al moto: questo nasce solo dall'oscillìo fra due poli contrari. Anche il fuoco non nasce da un sasso solo, ma da due sassi percossi insieme. E quindi è un bene se per un po' di tempo dimentichi di aver scritto poesie: quelle che scriverai domani avranno in sé tutta la forza della vita a cui ti abbandoni oggi.


(Antonia Pozzi; lettera a Vittorio Sereni - 1935)

L'opera d'arte è come un sogno

L'opera d'arte è come un sogno che, nonostante sia manifesto, non si autointerpreta, e che non ha mai un significato solo. Nessun sogno dice "devi" oppure: "questa è la verità"; esso presenta un'immagine come la natura fa crescere una pianta; siamo noi che dobbiamo trarne le conseguenze. Se sogniamo un sogno pauroso vuol dire che abbiamo troppa o troppo poca paura; se sogniamo di un saggio, vuol dire che siamo troppo studiosi o che invece abbiamo bisogno di un maestro. In modo sottile i due significati s'identificano; ce ne accorgiamo soltanto quando lasciamo che l'opera d'arte agisca su di noi come ha agito sul poeta. Per comprenderne il significato, bisogna lasciarsi plasmare da lei come essa ha plasmato il poeta. Allora comprendiamo anche quale sia stata la sua esperienza primigenia: egli ha toccato quella profondità psichica salutare e liberatrice nella quale ancora nessuna coscienza singola si è isolata, per seguire la via degli errori e del dolore, dove tutti ancora sono presi nello stesso ritmo, dove il sentire e l'agire del singolo si ripercuotono ancora sull'umanità intera.


(Carl Gustav Jung; "Psicologia e poesia")

...i suoni sconosciuti spaventano

(...) "Bambino mio!" disse l'anziano gentiluomo, protendendosi al di sopra della scrivania. Oliver trasalì al suono di queste parole. E si può giustificarlo per questo, poiché quelle parole erano state pronunciate con bontà, e i suoni sconosciuti spaventano. Oliver tremò violentemente e scoppiò in lacrime.


(Charles Dickens; "Oliver Twist")

domenica 31 agosto 2025

Fuori sta già venendo sera

(...) ...ti scrivo dal mio vecchio tavolo, dalla mia vecchia cara stanza. Fuori sta già venendo sera. Guardo dalla finestra bassa e larga le cime dei pini contro il cielo pallido: erano tre, qui davanti, fino all'anno passato; ma poi uno si ammalò e gli dovemmo tagliare tutta la punta. Adesso, a vederlo così monco, fa malinconia.
Dunque sono qui, dopo tanti mesi d'inverno, dopo tanta vita. Qui, a questo tavolo che io chiamo il mio porto. (...) Quando dico che qui sono le mie radici non faccio solo un'immagine poetica. Perché ad ogni ritorno fra questi muri, fra queste cose fedeli e uguali, di volta in volta ho deposto e chiarificato a me stessa i miei pensieri, i miei sentimenti più veri. E queste pareti se ne sono fatte custodi, così che, quando rientro qui, tutto il mio passato, tutto quello che sono stata, per cui sono - oggi - quella che sono, mi balza incontro ed io ritrovo la più completa me stessa. Qui non sono solo raccolte tangibilmente tutte le immagini delle persone care, dei luoghi amati e non più veduti, delle cose d'arte predilette, ma l'aria stessa è come se conservasse l'eco delle voci, l'ombra dei volti, il senso delle ore vissute.
Ho tanta voglia che anche tu venga qui. Sempre, tutte le persone a cui ho voluto più bene, ho desiderato che venissero qui; perché vederle qui è come una consacrazione, una benedizione dell'affetto che mi lega a loro e mi sembra che poi non potrò mai veramente perderle, che qui potrò sempre ritrovarle vive, anche quando saranno lontane e mi avranno dimenticata.
Oggi ho fatto una brave passeggiata fino a un bosco vicino. Fa ancora freddo, gli alberi sono completamente nudi. Ma nei prati ci sono moltissimi fiori: le viole, le primule, i giacinti, l'erica rossa sotto i castani. Le miosotidi sono piccole e chiuse: in maggio diventano alte, i prati sono tutti azzurri. Quando verrai, ci saranno più fiori che erba. A pensare che tu vedrai questo mio paese, queste cose umili, tutto mi sembra così angusto, misero, brullo: vorrei raccomandare alle cose di farsi il meno brutte possibile, all'aria d'essere dolce, al sole d'essere chiaro, sapendo che tu vieni. 
Stamattina un uomo del paese, un vecchio, s'è fermato al cancello: ha voluto che portassi alla mamma un pezzo del ramo d'ulivo che aveva preso in chiesa. Mi ha tanto commosso. Qui non c'è che gente taciturna, rozza: ma io penso che se un giorno resterò sola e verrò a vivere qui, il saluto di questi vecchi baffuti, di queste donne sdentate, il sorriso dei bambini sudici che mi vengono nelle gambe, mi consolerà molto...


(Antonia Pozzi; lettera a Remo Cantoni - 1935)

I colori veri sono delicati

Oliver si destò, la mattina dopo, di umore migliore, e si dedicò alle consuete occupazioni del primo mattino con più speranza e più piacere di quanto gli fosse accaduto da molti giorni. Gli uccelli si trovavano, una volta di più, nei loro nascondigli e cantavano; e i più soavi fiori selvatici che esistessero vennero colti, una volta di più, per allietare Rose con la loro bellezza e la loro fragranza. La malinconia che agli occhi tristi e ansiosi del bambino era parsa gravare su ogni cosa, per quanto bella, si dileguò come per magia. La rugiada sembrava scintillare più luminosa sulle foglie verdi; l'aria sembrava frusciare tra esse con una musica più soave, e il cielo stesso era più azzurro e luminoso. Gli uomini che osservano la natura e i loro simili e dichiarano che tutto è cupo e tenebroso, non si sbagliano, ma i colori cupi sono un riflesso dei loro occhi e dei loro cuori ostili. I colori veri sono delicati e richiedono che li si osservi con occhi più limpidi.


(Charles Dickens; "Oliver Twist")

giovedì 24 luglio 2025

Le mando una corolla di papavero...

(...) Le mando una corolla di papavero: l'ho colta all'alba del 20 aprile, sulla spianata dell'Acropoli, intanto che il sole lievemente saliva di fronte ai Propilei e pareva penetrare le vene dei marmi come una linfa d'oro. Tornai lassù al tramonto: allora la luce non pareva più trapelare dall'interno delle colonne diafane, come dal cuore di una lampada d'alabastro, ma la luce nasceva ai piedi dei templi come un cespite di fiamme ed arrossava le scanalature, intiepidiva le volute aeree, così che ciascun tempio era una mano viva alzata con le sue dita rosee sopra il mare celeste di Salamina... 
Le mando anche un povero piccolo fiore arido: l'ho colto camminando verso le dune, alla soglia della tenda di un vecchio beduino che mi ospitò e mi offerse il tè forte verde degli arabi, intanto che il vento correva, a ondate lunghe, sulla pianura deserta, portando i profumi delle acacie e il respiro del mare...
Le racconterò tante cose, Tullio, quando verrà. 
E mi dica: posso tenere fino ad allora le Sue poesie, oppure le occorrono prima?


(Antonia Pozzi; lettera a Tullio Gadenz - 1934)

Formazioni

Una parola circonda la nera nudità
dei laghi sprofondati nella nebbia.

Quella parola si leva attorno
alle acque, le infiamma, rischiara

e ne estrae un'irradiazione
di daghe, un sudore forgiato di maschere.

Laghi. Una parola. Ma quale,
in che dimensione del potere enunciativo?

Lux, Weltanschauung o becoming,
forse oltre a "goccia", "luminescenza"...

I laghi si spiegarono con una forza
di mormorio, sulla pagina della nebbia.

La parola della voce diventò
un ruscello testuale. E formò nuovi laghi.

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Una palabra rodea la negra desnudez
de los lagos hundidos en la niebla.

Esa palabra se levanta alrededor
de las aguas, las enciende, aclara

y saca de ellas una irradiación
de dagas, un sudor labrado de máscaras.

Lagos. Una palabra. Pero ¿cuál,
en qué dimensión del poder enunciativo?

Lux, Weltanschauung o becoming,
acaso nada más "gota", "luminiscencia"...

Los lagos se desdoblaron con una fuerza
de murmullo, sobre la página de la niebla.

La palabra de la voz se volvió
un arroyo textual. Y formó nuevos lagos.


(David Huerta)