lunedì 12 ottobre 2015

Le fonti

Un giorno romperò tutti i ponti
Che legano il mio essere vivo e totale,
All'agitazione del mondo irreale,
E calma salirò sino alle fonti.

Andrò sino alle fonti dove risiede
La pienezza, il limpido splendore
Che mi fu promesso ad ogni ora,
E nel volto incompleto dell'amore.

Andrò a bere la luce e l'aurora,
Andrò a bere la voce di questa promessa
Che a volte come un volo mi attraversa,
E in essa realizzerò tutto il mio essere.

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Um dia quebrarei todas as pontes
Que ligam o meu ser vivo e total,
Á agitação do mundo do irreal,
E calma subirei até às fontes.

Irei até às fontes onde mora
A plenitude, o límpido esplendor
Que me foi prometido em cada hora,
E na face incompleta do amor.

Irei beber a luz e o amanhecer,
Irei beber a voz dessa promessa
Que às vezes como um voo me atravessa,
E nela cumprirei todo o meu ser.


(Sophia de Mello Breyner Andresen)

mercoledì 7 ottobre 2015

Sentire tutto in tutte le maniere

Sentire tutto in tutte le maniere,
Vivere tutto da tutte le parti,
Essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo
Realizzare in sé tutta l'umanità di tutti i momenti
In un solo momento diffuso, profuso, completo e distante.

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Sentir tudo de todas as maneiras,
Viver tudo de todos os lados,
Ser a mesma coisa de todos os modos possíveis ao mesmo tempo,
Realizar em si toda a humanidade de todos os momentos
Num só momento difuso, profuso, completo e longínquo.


(Fernando Pessoa)

Apri a chi non bussa alla tua porta

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
Dicendo che è un mio emissario,
Non credergli, anche se sono io;
Ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
Neanche che si bussi
Alla porta irreale del cielo.
Ma se, naturalmente, senza che tu senta
Bussare, vai ad aprire la porta
E trovi qualcuno come in attesa
Di bussare, medita un poco. Quello è
Il mio emissario e me e ciò che
Di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

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Se alguém bater um dia à tua porta,
Dizendo que é um emissário meu,
Não acredites, nem que seja eu;
Que o meu vaidoso orgulho não comporta
Bater sequer à porta irreal do céu. 
Mas se, naturalmente, e sem ouvir
Alguém bater, fores à porta abrir
E encontrares alguém como que à espera
De ousar bater, medita um pouco. Esse era
Meu emissário e eu e o que comporta
O meu orgulho do que desespera.
Abre a quem nao bater à tua porta.



(Fernando Pessoa)

domenica 4 ottobre 2015

Se un contemplativo si getta in acqua

Un giorno, a vent'anni, gli venne una brusca illuminazione: si rese conto, finalmente, della sua antivita e che bisognava sperimentare l'altra angolazione, andare a trovare la terra a domicilio e prendere il via dalle cose modeste. Partì. Non era orientare la propria vita, era dilaniarla. Se un contemplativo si getta in acqua, non tenterà di nuotare, tenterà innanzitutto di comprendere l'acqua. E annegherà.


(Henri Michaux)

...e restarmene così, senza dir niente

- Agliè (Il Meleto), 23 ottobre 1907

Mia cara buona Amica,
vorrei essere ancora nel vostro salotto e avere, per medicina, le vostre mani nelle mie mani e restarmene così, senza dir niente, guardandovi: Voi sapete guardare molto bene: tanto che, dei nostri convegni, mi restano più impressi i silenzi, quasi, che le parole. Ed è naturale: fra noi due è quasi impossibile dire a voce cose serie e profonde: tanto io che Voi abbiamo l’animo troppo corroso dall'ironia, per sostenere seriamente un lungo discorso posato. Per questo - e anche per la mia accasciatezza fisica - il nostro ultimo colloquio è stato piuttosto vano, fatto di frivolezze e di maldicenze frequenti, come un comune convegno di persone comuni. E noi non siamo persone comuni! Mai come quando sono accanto a Voi, sento la mia anima diversa e lontana dalla "mandra pasciuta di vento" che forma il meglio della nostra società. Voi siete per me un elemento animatore, per eccellenza. Peccato che non siate uomo! Ci saremmo dati subito del tu, vivremmo insieme quasi di continuo, attraversando la città liberamente, a braccetto o con la mano l’uno sulla spalla dell’altro... La nostra fraternità, amica mia, ha invece molti ostacoli, per quanto voi vi siate generosamente adoperata a debellare le convenienze... La vostra bellezza! La temevo molto! Quel giorno, al Meleto, ne rimasi annichilito: la giudicai una terribile nemica alla serietà della nostra amicizia. Ancora l’altro giorno cercavo di demolirla, a furia di analisi e di sofismi, ma in vano! Voi eravate seduta accanto a me fra i cortinaggi della finestra, sotto uno sprazzo di luce violentissima: in condizioni poco propizie e molto rivelatrici: io indagavo i minimi particolari del vostro volto con lo zelo di un'amica malevola: ma dovevo convenire che la luce violenta non vi nuoceva per nulla! È male! Le donne d’un fascino spirituale come Voi non hanno il diritto di essere belle. Sovente, quando parlate, io dimentico e non seguo le vostre parole, per il gioco attirante delle vostre labbra sane o per la carezza lenta delle vostre ciglia sulle vostre gote... E questo è male. Ma mi avvezzerò, sento che mi avvezzerò: e sento che non vi farò la corte, come per qualche tempo ho temuto. Come siete stata buona e dolce con me, l’altro giorno! Di tutto il nostro colloquio - quattro ore - una cosa mi sono portata via più cara di tutte: quel lungo silenzio che abbiamo avuto, in piedi, avvicinandosi il commiato, con le mani intrecciate nelle mani; mi sono smarrito anche un poco, ricordate?


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

sabato 3 ottobre 2015

Lampi

Stanotte un sussultante cielo
malato di nuvole nere
acuisce a sprazzi vividi
il mio desiderio insonne
e lo fa duro e lucente
come una lama d'acciaio.


(Antonia Pozzi)

Quei piaceri d'amor che abbiamo gustato insieme

Quei piaceri d'amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione. Anche quando dormo mi perseguitano le loro illusioni; perfino nei momenti solenni della messa, quando la preghiera deve essere più pura, le immagini oscene di questi piaceri si impadroniscono talmente della mia povera anima che mi abbandono più a queste turpitudini che alla preghiera. Io, che dovrei piangere su quello che ho fatto, sospiro invece per ciò che ho perduto, e non solo quello che abbiamo fatto insieme, ma i luoghi, i momenti in cui l'abbiamo fatto sono talmente impressi nel mio cuore che li rivedo con te in tutti i particolari e non me ne libero nemmeno durante il sonno. Talvolta anche i movimenti del corpo rivelano i pensieri dell'anima ed esse si tradiscono con parole involontarie. Come sono infelice e come ho diritto di ripetere quel lamento di un'anima gemente: "Me sventurata chi mi libererà da questo corpo di morte?".


(Lettera di Eloisa per Abelardo)

Un'altra notte

In quest'oscuro
colle mani
gelate
distinguo
il mio viso

Mi vedo
abbandonato nell'infinito


(Giuseppe Ungaretti - 20 Aprile 1917)

mercoledì 30 settembre 2015

Ogni forma di silenzio è essenziale

Fatto degno di nota: non c’è silenzio frivolo, silenzio superficiale. Ogni forma di silenzio è essenziale. Quando lo si assapora, si conosce automaticamente una sorta di supremazia, una strana sovranità. È possibile che ciò che si designa con interiorità non sia nient’altro che un’attesa muta. Perciò, non c’è "vita vera" o, semplicemente, vita spirituale che non implichi la morte dell’immagine e della parola, la distruzione - nel più profondo dell’essere - di questo mondo e di tutti i mondi. L’esperienza mistica, al suo limite estremo, si identifica con la beatitudine di un supremo rifiuto.


(Emil Cioran)

Come capisco Michelangelo

Come capisco Michelangelo quando dice: "Io vivo di ciò di cui muoiono gli altri"! Non c'è altro da aggiungere sulla solitudine...


(Emil Cioran)

domenica 27 settembre 2015

Della frescura

della frescura
faccio la mia casa,
e qui riposo

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suzushisa wo
waga yado ni shite
nemuru nari


(Matsuo Basho)

Diogene


S.Giuliano d'Albaro, 10 giugno 1907, notte

(...) da molto tempo sapevo di esservi antipatico: forse prima ancora che lo sapeste Voi... (...) io ho un intuito rapido e infallibile per presentire il giudizio delle donne a mio riguardo.  Aggiungete che una sera mi avete, anche, fatta una cosa cattiva. D’incarico della direzione, io giravo per la 'Cultura', invitando i soci ad apporre le firme per un acquisto. Venne il turno vostro e di vostra sorella; mi avvicinai urbanamente; urbanamente mi scusai di distogliervi dalla lettura, vi porsi la penna: Voi apponeste la firma. Poi, come io mi credetti in dovere di dirvi il mio nome, Voi scattaste in piedi con un tale atteggiamento di sorpresa sdegnata che non seppi e non saprei definire: un atteggiamento che mi ricorda la fierezza ribelle di certi vostri sonetti. E - più cattiva - faceste questo, per non tendermi le mani: ne tratteneste una dietro le spalle, a far volteggiare la sedia, e imprigionaste l’altra, accerchiandola tre volte nel boa, un gran boa di piuma nera, mi pare. Vi ero antipatico: non mi stupisco. Tutte le donne mi trovano così prima di conoscermi. (Non parliamo degli uomini: mi detestano e li detesto; non ho amici. E anche i miei amici più cari sono fra le donne). Tutte mi trovano così; ma poi mi vogliono bene. Mi vorrete bene anche Voi. E Voi? Credete di essermi molto simpatica Voi? Avete invece, agli occhi miei, delle qualità allontananti. Prima di tutto siete bella. E precisamente di quella bellezza che piace a me. Vi ho veduta poco, ma osservata molto: siete proprio bella (vi giuro che ho dispetto, quasi, di doverne così stupidamente convenire!). Vi ho studiata molto. Non ho mai potuto capire, ad esempio, se, sotto i grandi caschi piumati, alla Rembrandt, che voi prediligete, i vostri capelli siano spartiti alla foggia antica o no; ma ho benissimo impresse le ondulature che hanno alle tempia e la mollezza con che si raccolgono in nodo, dietro la nuca. Ho presente anche questo: che avete bei denti e una bella bocca, piuttosto grande e fresca e attirante come poche, e che avete due begli occhi (anche di questo devo convenire, e quasi con dispetto) due occhi d’una dolcezza servile: gli occhi di colei che s'inchina al despota Signore e gli tende i polsi febbrili e li vede cerchiare di catene, quasi godendone; avete anche il profilo che piace a me, vestite come piace a me e camminate come piace a me - con l’eleganza un po' stracca e un po' trasognata della nostra massima attrice... Vedete che c'era di che rifuggire la vostra conoscenza. (...) Una volta... ma no! non posso dirvi: guai se io m’abbandono alla sincerità fraterna: divento villano… Volete assolutamente sapere? E sia! Ma badate che non mi prendo responsabilità e vi ricostruisco il dialogo testualmente. Una volta, l’anno scorso, noi - Vallini Bassi Vugliano ed altri -  eravamo nella sala dei giornali, voi - sola - in quella delle riviste, in piedi, eretta, sfogliando col braccio proteso le rassegne sul tavolo. E fra di noi si dicevano più o meno queste cose:
– È bella.
– Sì, è bella!
– Ma scrive.
– E non male.
(...)
– Che peccato!
– Che cosa?
– Che sia Signorina.
– E che sia per bene.
– Che peccato: è proprio bella!
– Fosse almeno analfabeta.
– Ma scrive!
– Detestabili le donne che scrivono! Se scrivono male ci irritano.
– Se scrivono bene ci umiliano.
– Tacete! È qui che viene!
E voi, Amica mia, passaste fra di noi, altera dignitosa tranquilla. Ma certo sentiste sul vostro passaggio qualche cosa che vi spiacque; come un’ostilità - (no: un’ostilità è troppo) - ma una freddezza indefinibile; e sentiste ancora nell'aria un non so che di avverso, d'ironicamente piccolo e volgare (come piccoli e volgari siamo tutti noi uomini, nell'intimo. Tutti: non vi fate illusione). Vi ho dialogato questo ricordo, amica mia, per definire quel non definibile senso che ci separava e che voi sentivate e che io sentivo: era l’ambiente, l’ironia volgare dell’ambiente. Ora invece lontani - io seriamente ammalato ed esiliato dalla città per due, tre anni: forse più - possiamo benissimo essere amici. Voi mi avete parlato di corrisponderci. Immaginate! Ma voglio essere leale fin dagl'inizii, come si usa fra i mercatanti: io non sono un amico spirituale: sono tutt'al più un mediocre interlocutore cerebrale... Non credo nella psiche e ho un profondo disprezzo per la mia e per la vostra anima, alle quali non attribuisco maggior valore dell’energia che muove un lombrico e della clorofilla che colorisce uno stelo d’erba: e lo stesso vostro canto, così sdegnoso pur nella passione, così alto e puro e casto non è che il grido del vostro pudore convulso, contratto sotto la sferza dell’istinto, dell'istinto che provvede all'eternità della specie... Accettate per amico un uomo che vi dice questo? Badate che il mio modo di pensare mi condurrà qualche volta a scrivervi cose di una rudezza tale da confinare con la sconvenienza... Sarete tanto superiore da perdonarmi? E cominciate a perdonarmi la prolissità di questa lettera - siamo al terzo foglio, mi pare! - Quest’oggi, come sovente, furono qui i miei amici di Genova, giornalisti e poeti tutte anime fraterne e malate del nostro stesso male, mia buona Amica. Si fu in barca, al solito, si dissero dei versi, al solito, e si fece anche, delizia inconsueta, una scorpacciata di banane e di nespole. Ci lasciammo andare alla deriva tutto il giorno, fino al crepuscolo, sopra un mare color di niente, tanto che pareva di volare. (...) Amica mia, sono esausto! Ho logorata la vostra bontà, ho logorata la mia energia, e ho logorato anche il pennino! Non rileggo il fascicolo: temo di avervi dette cose brutte. Fate voi: vagliate e perdonate. Vi bacio la mano, come s'usa, e poi ve la stringo forte forte, come piace a me.

Gozzano vostro


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

Qual è il tuo tormento?

Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell'ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi paralizzato dalla più dolorosa ferita: "Qual è il tuo tormento?". La pienezza dell'amore del prossimo sta semplicemente nell'essere capace di domandargli: "Qual è il tuo tormento?", nel sapere che lo sventurato esiste, non come uno fra i tanti, non come esemplare della categoria sociale ben definita degli "sventurati", ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo.


(Simone Weil)

sabato 26 settembre 2015

Ritornerò

Io ritornerò alla poesia come alla patria alla casa
Come all'antica infanzia che persi per trascuratezza
Per cercare ostinata la sostanza di tutto
E gridare di passione sotto mille luci accese.

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Eu regressarei ao poema como à pátria à casa
Como à antiga infância que perdi por descuido
Para buscar obstinada a substância de tudo
E gritar de paixão sob mil luzes acesas.


(Sophia de Mello Breyner Andresen)