lunedì 9 aprile 2018

"Ospedale dell'Anima"

C'era un nuovo progetto, che mi tenne occupato a lungo e mi ci tiene tuttora: l'Odeon, una biblioteca modello, munita di sale per lezioni e conferenze, destinata a costituire un centro di cultura greca a Roma. Non vi prodigai tanti tesori quanti ne profusi nella nuova biblioteca di Efeso, costruita tre o quattro anni prima, né la colmai dell'eleganza accogliente di quella di Atene. Di questa mia fondazione vorrei fare l'emula, se non l'eguale, del Museo d'Alessandria (...) Nell'occuparmene, penso spesso alla bella iscrizione che Plotina aveva fatto apporre sulla soglia della biblioteca istituita a sua cura in pieno Foro Traiano: "Ospedale dell'Anima".
 
 
(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

...il più bello dei miei viaggi

Sin dalle notti della mia infanzia, quando col braccio levato Marullino m'indicava le costellazioni, l'interesse per le cose del cielo non mi ha mai abbandonato. Al campo, durante le veglie forzate, ho contemplato la luna che corre tra le nubi dei cieli barbari; più tardi, nelle limpide notti dell'Attica, ho ascoltato l'astronomo Terone di Rodi spiegarmi il suo sistema del mondo; disteso sul ponte d'una nave, in pieno Egeo, osservavo il lento moto oscillante dell'albero maestro spostarsi tra le stelle, andare dall'occhio acceso del Toro al pianto delle Pleiadi, dal Pegaso al Cigno; e ho risposto come meglio sapevo alle domande serie e ingenue del giovinetto che contemplava quello stesso cielo con me. Qui, in Villa, ho fatto costruire un vero osservatorio, ma oggi il mio male m'impedisce di ascenderne i gradini. Una volta, nella mia vita, ho fatto di più: ho offerto il sacrificio d'una intera notte alle costellazioni. Ciò avvenne dopo la mia visita a Osroe, durante la traversata del deserto siriaco. Disteso supino, gli occhi bene aperti, tralasciando per qualche ora ogni pensiero umano, mi sono abbandonato dal tramonto all'aurora a quel mondo di cristallo e di fiamma. È stato il più bello dei miei viaggi. Il grande astro della Lira, stella polare degli uomini che vivranno quando noi da dozzine di migliaia d'anni non saremo più, splendeva sul mio capo. I Gemelli rilucevano d'una luce tenue negli estremi bagliori del tramonto; il Serpente precedeva il Sagittario; l'Aquila saliva allo zenit, le ali aperte, e ai suoi piedi splendeva quella costellazione non ancora designata dagli astronomi alla quale in seguito ho dato il più caro dei nomi. La notte, che non è mai così totale come credono coloro che vivono e dormono nelle stanze, si fece più cupa, poi si rischiarò. Si spensero i fuochi, che s'erano lasciati accesi per fugare gli sciacalli; quel mucchio di brace ardente mi rammentò il nonno, in piedi nella sua vigna, le sue profezie che ormai erano il presente, e che sarebbero state ben presto il passato. Ho cercato di aderire al divino sotto molte forme; e ho conosciuto molte estasi. Ve ne sono di atroci; altre, d'una dolcezza struggente. Quella della notte siriaca fu singolarmente lucida. Mi tracciò i movimenti celesti con una precisione che nessuna osservazione parziale mi avrebbe mai consentito di raggiungere. Nel momento in cui scrivo, io so esattamente quali stelle passano qui, a Tivoli, sopra questo soffitto ornato di stucchi e di pitture preziose, e altrove, laggiù, su un sepolcro. Qualche anno dopo, la morte doveva diventare l'oggetto delle mie meditazioni costanti, il pensiero al quale ho dedicato tutte quelle forze del mio spirito che lo Stato non assorbiva. E chi dice morte esprime anche quel mondo misterioso al quale forse per suo mezzo si accede. Dopo tante riflessioni ed esperienze, talvolta condannabili, ignoro ancora quello che accade dietro quella buia cortina. Ma la notte siriaca rappresenta la mia parte consapevole d'immortalità.
 
 
(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

martedì 27 marzo 2018

La sostanza dove io manco

La sostanza dove io manco è tutta avvolta nella coperta
di lana. Di quelli che più volte ho toccato ricordo le
mani le facce le pance le voci le pettinature. Mi stanno
aiutando.
 
(Enigma: io sono la mancanza - la mancanza che sono
- sono ciò da cui manco - sono tutta mancanza - e non
c'è nostalgia - neppure lontananza - essendo ciò che
manca - adesso e sempre - io)
 
 
(Mariangela Gualtieri)

Sto lì a guardare e ammiro ciò che la natura sa fare

Quando mi si dice che sono un sapiente, o un saggio, mi rifiuto di crederlo. Un uomo una volta immerse un cappello in un fiume e lo ritrasse colmo d'acqua. Che vuol dire? Non sono quel fiume. Sono in riva al fiume, ma non faccio nulla. Altri si trovano sulla riva dello stesso fiume, ma molti di loro pensano di doverlo fare essi stessi. Io non faccio nulla. Non penso mai di essere colui che si debba preoccupare che le ciliegie abbiano gambi. Sto lì a guardare e ammiro ciò che la natura sa fare. C'è una bella antica leggenda di un rabbino. Uno studente andò da lui e disse: "Nei tempi passati vi furono uomini che videro Dio in faccia. Perché questo non accade più?". Il rabbino rispose: "Perché oggi nessuno sa chinarsi tanto". Bisogna chinarsi un poco, per attingere l'acqua del fiume. La differenza fra me e la maggior parte degli altri uomini è che per me i "muri divisori" sono trasparenti. È questa la mia caratteristica. Altri ritengono i muri così spessi, che al di là di quelli non vedono nulla, e perciò credono che non vi sia nulla. In un certo qual modo io percepisco i processi che si verificano nel profondo, e da ciò deriva la mia certezza interiore. Chi non vede nulla non ha nessuna certezza, e non può pervenire a nessuna conclusione, o non può fidarsi delle sue conclusioni. Non so che cosa mi abbia consentito di percepire la corrente della vita. Probabilmente l'inconscio stesso, o forse i miei primi sogni. Essi hanno deciso il mio cammino fin dall'inizio.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

giovedì 15 marzo 2018

...possedevo tutto ciò che ero, e solo questo

(...) accadde una cosa strana: ebbi la sensazione che tutto il passato mi fosse all'improvviso tolto violentemente. Tutto ciò che mi proponevo, o che avevo desiderato, o pensato, tutta la fantasmagoria dell'esistenza terrena, svanì, o mi fu sottratto: un processo estremamente doloroso. Nondimeno qualcosa rimase: era come se adesso avessi con me tutto ciò che avevo vissuto e fatto, tutto ciò che mi era accaduto intorno. Potrei anche dire: era tutto con me, e io ero tutto ciò. Consistevo di tutte quelle cose, per così dire; consistevo della mia storia personale, e avvertivo con sicurezza: questo è ciò che sono. "Sono questo fascio di cose che sono state e che si sono compiute." Questa esperienza mi dava la sensazione di un'estrema miseria, e, al tempo stesso, di grande appagamento. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Esistevo, per così dire, oggettivamente; ero ciò che ero stato e che avevo vissuto. Dapprima certamente prevalse il senso dell'annientamento, di essere stato spogliato, saccheggiato; ma poi tutto ciò perse importanza. Ogni cosa parve passato, rimase fait accompli, senza più alcun legame con ciò che era stato. Non sussisteva più il rimpianto che qualcosa fosse scomparsa o fosse stata sottratta. Al contrario, possedevo tutto ciò che ero, e solo questo.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

Giornata piovosa


mercoledì 14 marzo 2018

Se una volta tanto si facesse

Se una volta tanto si facesse
tutto così completamente silenzioso!
Se la casualità e l'imprecisione
ammutolissero, e il riso di chi mi sta vicino,
se il clamore che producono i miei sensi
non mi impedisse così tanto nella veglia - :
 
potrei, allora, in un pensiero dalle mille forme,
pensarti fino al tuo confine,
e possederti (come il tempo appena di sorridere)
per donarti poi a ogni vita
come un grazie.
 
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Wenn es nur einmal so ganz stille ware.
Wenn das Zufallige und Ungefahre
verstummte und das nachbarliche Lachen,
wenn das Gerausch, das meine Sinne machen,
mich nicht so sehr verhinderte am Wachen - :
 
Dann konnte ich in einem tausendfachen
Gedanken bis an deinem Rand dich denken
und dich besitzen (nur ein Lacheln lang),
um dich an alles Leben zu verschenken
wie einen Dank.
 
 
(Rainer Maria Rilke)

Amo, della mia natura, le ore oscure

Amo, della mia natura, le ore oscure,
nelle quali i miei sensi vanno nel profondo;
in esse, come in vecchie lettere,
ho trovato già vissuta la mia vita quotidiana,
e distante come una leggenda, ormai passata.
 
Sono loro ad insegnarmi che c'è spazio in me
per una vasta nuova vita senza tempo.
E sono a volte come l'albero che sta sopra una tomba,
maturo e frusciante - lui che porta alla pienezza il sogno
che il fanciullo, morto (radici calde intorno
gli s'affollano), in tristezze e canti aveva perso.
 
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Ich liebe meines Wesens Dunkelstunden,
in welchen meine Sinne sich vertiefen;
in ihnen hab ich, wie in alten Briefen,
mein taglich Leben schon gelebt gefunden
und wie Legende weit und uberwunden.
 
Aus innen kommt mir Wissen, dass ich Raum
zu einem zweiten zeitlos breiten Leben habe.
Und manchmal bin ich wie der Baum,
der, reif und rauschend, uber einem Grabe
den Traum erfullt, den der vergangne Knabe
(um den sich seine warmen Wurzeln drangen)
verlor in Traurigkeiten und Gesangen.
 
 
(Rainer Maria Rilke)

lunedì 5 marzo 2018

Il libro delle croci

 
Da quel gabbione uscii...
Nessuno mi guardava.
Per quale distrazione?
Per quale pensiero immerso
senza pietà nel cuore?
Per quale esclusiva
incomunicabile passione?
Come una vecchia carta,
un pezzo di giornale trascinato
sul lastrico dal vento,
vagavo, ignorato, contro i cantoni
di marmo e ottone,
gli alberelli severi del Nord,
i vetri di una Banca...
Il futuro dell’uomo!
Nessuno sapeva più nulla della pietà,
della speranza: sapevano
in questa accanita città,
solamente il futuro, come già seppero la vita.
Ognuno l’aveva in cuore,
passione quotidiana, scontata
novità, luce della nuova storia.
E io senza più capire
cosa aveva potere d’importargli,
di avere per loro significato
di farli ridere, di farli piangere,
ero un vecchio pezzo di giornale
trascinato dal nuovo vento
tra i loro piedi di Angeli.
 
 
(Pier Paolo Pasolini)

martedì 20 febbraio 2018

Secondo me i sogni sono natura...

Secondo me i sogni sono natura che non ha intenzioni ingannatrici, ma esprime qualcosa come meglio può, così come una pianta cresce o un animale cerca il suo cibo come meglio possono. Così anche gli occhi non vogliono ingannare, ma forse ci inganniamo perché gli occhi sono miopi. Oppure, sentiamo male perché le nostre orecchie sono piuttosto sorde, ma non sono le orecchie che vogliono ingannarci.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

Forse - chissà? -

(...) Per un po' di tempo avevo avuto in programma anche la lettura di Nietzsche, ma esitavo a cominciare perché non mi ritenevo preparato abbastanza. A quell'epoca i "competenti" studenti di filosofia ne discutevano molto, per lo più in modo sfavorevole, dal che dedussi che nelle alte sfere Nietzsche doveva incontrare molta ostilità. L'autorità massima, ovviamente, era Jakob Burckhardt, le cui varie critiche a Nietzsche erano ovunque oggetto di discussione. Inoltre all'università c'erano persone che avevano conosciuto direttamente il filosofo, e riferivano ogni sorta di aneddoti sul suo conto, in genere poco lusinghieri. Di costoro molti non avevano letto una riga di Nietzsche, e perciò indugiavano a lungo sulle sue debolezze, per esempio sulle sue arie da gentiluomo, sul suo modo di suonare il pianoforte, sulle sue esagerazioni stilistiche, tutte manie che davano ai nervi della brava gente di Basilea. Tutto ciò non mi avrebbe fatto certamente rinviare la lettura di Nietzsche, anzi, costituiva lo stimolo più forte: ma mi tratteneva il celato timore che potessi somigliargli, almeno per quanto riguarda il "segreto" che lo aveva isolato dal suo ambiente. Forse - chissà? - aveva avuto esperienze interiori, intuizioni, che aveva tentato di comunicare senza successo, e aveva scoperto che nessuno lo capiva.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

lunedì 12 febbraio 2018

Dov'è il pericolo, c'è anche la salvezza

"Dov'è il pericolo, c'è anche la salvezza": queste parole di Hölderlin mi vennero spesso in mente in situazioni del genere. La salvezza sta nella nostra capacità di portare i bisogni inconsci alla coscienza, con l'aiuto degli avvertimenti datici dai sogni. Questi mostrano che c'è in noi qualche cosa che non si limita a soggiacere passivamente all'influenza dell'inconscio, ma che anzi tende ansiosamente a incontrarlo, identificandosi con l'ombra.
(...) Nella struttura psichica vivente nulla ha luogo in modo meccanico, ma secondo l'economia dell'intero e si adatta a esso; vale a dire che tutto ha un fine e un significato, significato che la coscienza - non avendo una visione dell'insieme - di solito non riesce a comprendere. Perciò dobbiamo per prima cosa contentarci di constatare il fatto, e poi sperare che il futuro e le ulteriori ricerche trovino la risposta e ci dicano che significhi questo scontro con "l'ombra del Sé".
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

Tutto dipendeva dal riuscire a tenere in vita questa piccola luce

A quell'epoca, all'incirca, feci un sogno che m'intimorì e mi incoraggiò al tempo stesso. Era notte, in un posto sconosciuto, e camminavo lentamente e con fatica contro un forte vento. Dappertutto intorno v'era una fitta nebbia. Con le mani facevo schermo a un fievole lume che minacciava di spegnersi a ogni momento: tutto dipendeva dal riuscire a tenere in vita questa piccola luce. Improvvisamente avevo la sensazione che qualcuno stava sopraggiungendo alle mie spalle, mi voltavo, e vedevo una figura nera, gigantesca, che mi seguiva. Ma al momento stesso avevo coscienza, nonostante il mio terrore, di dover salvare la piccola luce tutta la notte e nel vento, senza badare al pericolo. Quando mi svegliai capii subito di aver visto uno "spettro del Brocken", la mia propria ombra nel turbinio della nebbia, evocata dalla piccola luce che portavo; mi resi conto, anche, che questa piccola luce era la mia coscienza, la sola luce che avessi. La mia coscienza è l'unico tesoro che posseggo, e il più grande: per quanto piccolo e fragile di fronte ai poteri delle tenebre, è tuttavia una luce, la mia sola luce.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

venerdì 9 febbraio 2018

Non sapevo più chi fosse più importante...

Alla fine della vacanza mio padre venne a prendermi, e viaggiammo insieme fino a Lucerna, dove, con mia grande gioia, salimmo su un battello a vapore. Non ne avevo mai visti. Non potevo saziarmi di seguire il movimento delle macchine; a un tratto fu annunciato che eravamo arrivati a Vitznau. Il villaggio era dominato da un'alta montagna, e mio padre mi disse che era il Rigi, e che una ferrovia, cioè una funicolare portava lassù. Andammo in una stazioncina, e lì vidi la più strana locomotiva del mondo, con la caldaia verticale, ma inclinata; e anche i sedili nel vagone erano inclinati. Mio padre mi mise in mano un biglietto e disse: "Puoi andare sulla cima da solo; io resterò qui, per due persone costa troppo. Sta attento a non cadere". Ero senza parole per la felicità. Eccomi ai piedi di questa maestosa montagna, la più alta che avessi mai visto, molto simile alle favolose cime ardenti della mia lontana infanzia! Ormai, infatti, ero quasi un uomo. Per questa gita mi ero comprato io stesso un bastoncino di canna di bambù e un berretto da fantino all'inglese: come si conviene a uno che viaggiava per il mondo! E adesso, dovevo salire su questa enorme montagna! Non sapevo più chi fosse più importante, se io o lei! Con tremendi sbuffi e scossoni la locomotiva si scosse e cominciò ad arrampicarsi verso altezze vertiginose, dove abissi e paesaggi sempre mutevoli si spalancarono ai miei occhi, finché alla fine giunsi sulla cima, e lì, in quell'aria insolitamente leggera, contemplai inimmaginabili lontananze. "Si, è questo il mio mondo" pensai "il vero mondo, quello segreto, dove non vi sono insegnanti, scuole, problemi insolubili, dove uno può essere senza aver nulla da chiedere." Seguivo con attenzione il sentiero, perché tutt'intorno vi erano terribili precipizi. Tutto era molto solenne, e avvertivo la necessità che lassù si fosse gentili e silenziosi, perché si era nel mondo di Dio. Lì quel mondo era fisicamente presente. Questo fu il migliore e il più prezioso regalo che mio padre mi avesse mai fatto. L'impressione che ricevetti da questa gita fu così profonda, che nessun ricordo mi è più rimasto di ciò che avvenne in seguito.
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

La Nuit