martedì 10 novembre 2015

L'avidità dei miei occhi

Spesso resto a pensare a tutto quello che vorrei guardare. L'avidità dei miei occhi è insaziabile.


(Virginia Woolf - 5 Marzo 1927)

Chi sono io, cosa sono, e così via

Non credo di annoiarmi mai. A volte sono un po' spenta; ma ho una capacità di recupero - che ho sperimentata; che sto sperimentando ora per la cinquantesima volta. Devo ancora stare molto attenta alla mia testa: ma d'altra parte, come ho detto oggi a Leonard, mi piace un certo epicureismo sociale; sorseggio e poi chiudo gli occhi per assaporare. Mi godo quasi tutto. Eppure c'è in me qualcuno indefessamente alla ricerca. Perché la vita non offre una scoperta? Qualcosa su cui mettere le mani e dire "Eccolo, l'ho trovato?". La mia depressione è un sentimento opprimente di ansia. Guardo; ma non è quello - non è quello. Cos'è? E morirò prima di poterlo trovare? Poi (mentre camminavo per Russel Square ieri sera) vedo le montagne nel cielo: le grandi nubi; e quella stessa luna che sorge sulla Persia; ho una grande stupefatta sensazione di qualcosa laggiù, che è "quello" - Non è esattamente la bellezza quel che intendo. È che la cosa basta a se stessa: è pacificante, compiuta. C'è anche la sensazione della stranezza del mio camminare sulla terra: della infinita bizzarria della condizione umana; trotterellare per Russel Square con la luna lassù, e quelle nubi come montagne. Chi sono io, cosa sono, e così via: queste domande mi aleggiano sempre intorno; e poi mi scontro con qualche fatto preciso - una lettera, una persona, e vado loro incontro e ritorno a esse con una grande sensazione di freschezza. E così via. Ma nel corso di questo manifestarsi, che è vero, credo, lo incontro spesso, "quello"; e allora mi sento in pace.


(Virginia Woolf - 27 Febbraio 1926)

lunedì 9 novembre 2015

...e tenerla così, un giorno dopo l'altro

Così passano i giorni, e talvolta mi chiedo se non si resti ipnotizzati dalla vita, come un bambino da una sfera d'argento; e se questo sia vivere. È molto intenso, luminoso, eccitante. Ma superficiale forse. Mi piacerebbe prendere quella sfera tra le mani e sentirla con calma: tonda, liscia, pesante. E tenerla così, un giorno dopo l'altro.


(Virginia Woolf - 28 Novembre 1928)

venerdì 6 novembre 2015

Non so perché sento che mi andate dimenticando...

-Il Meleto, 12 novembre 1907

Amalia, mia cara Amica,
Non so perché sento che mi andate dimenticando, nonostante l’offerta recente dei tre pensieri. In questi giorni dovete aver pensato poco a me: sento questo per quella telepatia psichica che si acutizza morbosamente nella solitudine. Perché sono solo, unico superstite del Meleto. Mio fratello è in collegio, mia Madre è via da più settimane ed io sono qui con l’ultime foglie. Le voglio vedere cadere tutte prima d’"inurbarmi": e ce ne sono ancora tante! sul frutteto, sul pergolato a zone di porpora e d’oro...  D’innanzi a me, nel quadrato della finestra c’è un tiglio che quest’anno non vuole ingiallire: è ancora intatto, tutto verde, come la Speranza; credo che la prima neve lo troverà con tutte le sue foglie... Io e quel tiglio ci somigliamo un poco. (...) E Voi? Che fate? "fare bisogna, fare bisogna". Dov'è che lessi questo? Ah! Sì! Nella "Fiaccola" d’annunziana. Siete l’unica donna dalla quale la Poesia (parlo d’Arte) attende un nuovo ornamento e dovete pensare ad ogni risveglio, non senza panico, alla responsabilità intellettuale che grava sulla vostra piccola mano. Io mi sento ogni giorno più borghese e primitivo. Forse è il metodo di vita e l’ambiente al quale sono condannato da tanti mesi (e sarò per tanti ancora) forse è un naturale fenomeno inesplicabile della mia sostanza psichica, il fatto si è che mi sento diventare piccolo come l’ideale d’un ricevitore del registro in un borgo di montagna. E sia pure se "questo deve essere". (...) Ma che lettera savia, nevvero? Sono al quarto cartoncino e non v’ho parlato che di letteratura. È un buon sintomo, sapete, per la mia pace; è segno che risorge in Voi il buon compagno d’arte, il buon fratello di sogni, e che la bellissima creatura è già un poco annebbiata agli occhi miei, già innocua, confinata nel rettangolo della fotografia. Così non sarebbe stato se fossi rimasto a Torino. Ma io sono un grande egoista e un freddissimo calcolatore e a Torino non mi fermerò quasi. Mi fermerò il tempo necessario per rifornirmi dal sarto e dal libraio e per baciarvi una volta le mani, se me lo permetterete. Sarò in riviera al 1° di Dicembre (ho già fissata ogni cosa) e ne ritornerò a Giugno, per la montagna. Dimodoché noi non saremo concittadini che fra un anno e più. È bene, sapete, è molto bene. Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo. Un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi. Sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo della prima primavera, in febbraio, mettiamo. Da molte ore io sarei con Voi; avremmo parlato molto, avremmo esaurito ogni pretesto non volgare di conversazione. Da qualche istante si tacerebbe. L’ombra si farebbe più densa. Voi vi alzereste per accendere il lume. Io vi pregherei di no, vi tratterrei seduta col gesto. Si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine, il vostro profilo apparirebbe appena... Solo a tratti, l’asta scintillante d’un carrozzone elettrico illuminerebbe la penombra per un secondo. E in quel secondo il vostro volto apparirebbe e scomparirebbe come una visione non sostenibile. Allora io - che avrei le vostre mani nelle mie mani -  crederei di sognare, e inconscio irresponsabile come in un sogno, mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra, fino a mordervi le vene del polso. Voi mi sollevereste la fronte, dicendomi con rampogna indulgente: "Stiamo savi!" Ma, per un evento sciagurato, il mio volto sollevandosi si troverebbe all'altezza della vostra spalla; io, nell'ombra, non me ne accorgerei: e credendo di abbandonare la guancia contro la spalliera del divano, incontrerei invece la mollezza d’una trina o il gelo d’una catenella. Istintivamente, sempre come in sogno, la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio; alla radice dei capelli fini, e vi morderei alla nuca (il morso è il mio vizio preferito)... Allora Voi vi alzereste di scatto, accendereste il lume: e due cose potrebbero accadere. O mi fareste accomiatare dalla vostra donna, come nelle commedie, col tradizionale "accompagna il Signore". E resterei male. O mi perdonereste dopo lunghe condizioni. E resterei male, ugualmente. Al 1° di Dicembre v’ho detto, sono a Genova, ai 25 c.m. sono a Torino. Nell’intervallo mi concedete di venire a prendere il viatico dalle vostre mani sotto le specie di una tazza di the?
Addio.


Guido vostro affezionatissimo


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

mercoledì 4 novembre 2015

Nietzsche

Intorno a una grandezza solitaria
non volano gli uccelli, né quei vaghi 
gli fanno, accanto, il nido. Altro non odi
che il silenzio, non vedi altro che l’aria.


(Umberto Saba)

lunedì 2 novembre 2015

Inno alla Bellezza

Vieni, o Bellezza, dal profondo cielo
o sbuchi dall'abisso? Infernale e divino
versa insieme, confusi, carità e delitto
il tuo sguardo: assomigli, in questo, al vino.


Racchiudi nei tuoi occhi alba e tramonto. Esali
profumi come un temporale a sera.
Sono un filtro i tuoi baci, la tua bocca un'ampolla
che l’eroe fanno vile  e il fanciullo ardito.


Esci dal gorgo nero o discendi dagli astri?
Il Destino, innamorato, ti segue come un cane;
sémini capricciosa felicità e disastri,
disponi di tutto, non rispondi di niente.


Cammini, Bellezza, su morti, e di loro sorridi;
fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente
e, in mezzo ai tuoi gingilli preferiti, l’Assassinio
danza amorosamente sul tuo ventre orgoglioso.


Abbagliata l’effimera s’abbatte in te candela
e crepita bruciando e la tua fiamma benedice.
Così, chino fremente sul suo amore, chi ama
sembra un moribondo che accarezza la sua tomba.

Che importa che tu venga dall'inferno o dal cielo,
o mostro enorme, ingenuo, spaventoso!
se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede
penetro un Infinito che ignoravo e che adoro?


Che importa se da Satana o da Dio? se Sirena
o Angelo, che importa? se si fanno per te
- fata occhi-di-velluto, ritmo, luce, profumo, mia regina -
meno orrendo l’universo, meno grevi gli istanti?


(Charles Baudelaire)

sabato 31 ottobre 2015

Invocare gli "altri" e ritenersene l'interprete

Mi basta sentire qualcuno parlare sinceramente di ideale, di avvenire, di filosofia, sentirlo dire "noi" con tono risoluto, invocare gli "altri" e ritenersene l'interprete - perché io lo consideri mio nemico.


(Emil Cioran)

Ho sempre amato le cose tristi

Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendichi pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli autunni melanconici pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le campane magnetiche, le chiese dove piangono indifferentemente i ceri, le rose che si sfogliano sugli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l’erba; tutte le cose tristi della religione, le cose tristi dell’amore, le cose tristi del lavoro, le cose tristi delle miserie.


(Corrado Govoni)

domenica 25 ottobre 2015

Il povero poeta

Il primo movimento è il canto,
libera voce che riempie le valli e le montagne.
Il primo movimento è la gioia,
che però viene sottratta.

E dopo che il sangue si mutò negli anni,
e mille sistemi planetari nacquero e si estinsero nel corpo,
siedo, poeta capzioso e iroso,
con occhi malignamente socchiusi,
e soppesando la penna nella mano
medito vendetta.

Drizzo la penna, e butta gemme e foglie, si ricopre di fiori,
spudorato è il profumo di quest'albero, perché là
nel mondo reale
alberi così non crescono, ed è come un affronto
fatto alla gente che soffre il profumo di quest'albero.

C'è chi trova rifugio nella disperazione, dolce
come un tabacco forte, un bicchiere di vodka
bevuto nell'ora della perdita.
Per altri c'è la speranza degli stupidi
rosea come un sogno erotico.

Altri ancora trovano pace idolatrando la patria,
e può durare a lungo, ma non più di quanto
ancora dura l'Ottocento.

Ed a me è data una speranza cinica,
perché da quando ho aperto gli occhi ho visto solo
bagliori sinistri e stragi,
svilimento, ingiustizia, e la ridicola
infamia dei boriosi.
Data mi è una speranza di vendetta
sugli altri e su me stesso,
perché ero colui che sapeva
e da questo non trasse alcun vantaggio.


(Czeslaw Milosz)

Scilla e Cariddi


giovedì 22 ottobre 2015

Sereno

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Persa in un giro
Immortale


(Giuseppe Ungaretti)

Il sonno innocente

Il sonno innocente... Il sonno che pèttina e ravvìa il filaticcio di seta arruffato delle cure di quaggiù, morte della vita d'ogni giorno, bagno ristoratore del faticoso affanno, balsamo alla dolente anima stanca, piatto forte alla mensa della grande Natura, nutrimento principale nel banchetto della vita...


(William Shakespeare; "Macbeth")

domenica 18 ottobre 2015

O vita, o vita ancor mi tieni, indarno

O vita, o vita ancor mi tieni, indarno
l'anima si divincola, ed indarno
cerca di penetrar il tuo mistero
cerca abbracciare in un amplesso immenso
ogni tuo aspetto. -
Amore e morte, l'universo e 'l nulla
necessità crudele della vita
tu mi rifiuti.


(Carlo Michelstaedter - Febbraio 1907)

Mi ci vuole ogni giorno la mia razione di dubbio

Mi ci vuole ogni giorno la mia razione di dubbio. Non c’è mai stato uno scetticismo più organico. (...) Datemi dubbi e ancora dubbi. Più che il mio cibo, sono la mia droga. Non posso farne a meno. Ne sono intossicato a vita. Perciò, quando ne trovo uno, uno qualsiasi, mi ci avvento sopra, lo divoro, lo incorporo nella mia sostanza. Perché la mia capacità di assimilare dubbi è sconfinata; li digerisco tutti, sono ciò che mi tiene in vita e la mia ragione d’essere. Non riesco a immaginarmi senza di loro. Datemi dubbi, ancora e sempre dubbi.


(Emil Cioran)

...una tentazione che mi duole ora d'aver vinto

-Torino, 26 ottobre 1907

Caro Amico
(...) La vanità dei nostri colloqui è dovuta a me, sapete, perché io so dire così poco e così male quello che penso. Per questo forse, solo per questo io scrivo e m'illudo d'esprimermi meglio. E poi certe cose pérdono o si travisano o si falsano ad essere dette, altre assolutamente non si possono dire; mancano nel discorso parlato le sfumature e le imagini della poesia, che dette sembrerebbero affettazioni e pose. Solo una lunga intimità fra due persone d'uguali aspirazioni come noi siamo, potrebbe dissipare questa reticenza e inchinare poco a poco a una concorde e piena manifestazione d'ogni più sottile moto del pensiero. Noi non dovremmo parlare che di noi stessi quando siamo insieme, e invece perché popoliamo il nostro discorso di persone intruse e di cose estranee? La colpa è mia, lo so. Mi sento tanto più comune di quella che mi credete agitata da tanti desideri piccoli, da avversioni e da ambizioni inferiori. Credete voi proprio al mio fascino spirituale? Temo una lusinga perché io vi credo così poco. Vi posso dire sinceramente che mai io sono stata amata nel senso un poco elevato di questa parola. Sono stata desiderata qualche volta, ho destato qualche ardore della più pura, o meglio della più impura sensualità. Forse - chi sa? - non merito altro.
(...) Voi ricordate i miei silenzi perché le mie parole vacue non vi sono certo ricordi piacevoli. Mi pento un poco - sapete? - d’avervi fatto quella lettura malgrado le parole buone con cui mi incoraggiaste. Temo d’aver preso in quel lavoro una strada falsa, d'aver commesso un'ingenuità, o peggio una sciocchezza. Ho avuto, in quel momento che precedette la mia lettura quella sera, una tentazione che mi duole ora d'aver vinto. C'era una delle vostre belle mani appoggiata al bracciuolo della sedia che occupavate, e con l’altra vi sostenevate la fronte nascondendovi gli occhi. La mano inerte era vicinissima al mio volto così che con un breve movimento avrei potuto mettervi sopra la gota e lasciarvela un poco, senza parlare, senza leggere così, come in un sogno. Invece - dopo un indugio che credeste di trepidazione - ho incominciato a sgranarvi il mio rosario di terzine. Ho negli occhi la vostra attitudine di quel momento, ed anche una speciale inclinazione del capo che prendete quando guardate a lungo qualcosa o qualcuno.
(...) Addio Guido - mi piace chiamarvi così perché quelli che viaggiano in comitiva vi chiamano diversamente - e Voi chiamatemi Amalia - con un m solo, ahimé! - ma forse amica è più dolce. Parlatemi presto in molte pagine e prendetevi le mie mani che vorrei medicina più efficace per Voi.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)