venerdì 6 novembre 2015

Non so perché sento che mi andate dimenticando...

-Il Meleto, 12 novembre 1907

Amalia, mia cara Amica,
Non so perché sento che mi andate dimenticando,
nonostante l’offerta recente dei tre pensieri.
In questi giorni dovete aver pensato poco a me:
sento questo per quella telepatia psichica
che si acutizza morbosamente nella solitudine.
Perché sono solo, unico superstite del Meleto.
Mio fratello è in collegio, mia Madre è via da più settimane
ed io sono qui con l’ultime foglie.
Le voglio vedere cadere tutte prima d’"inurbarmi": e ce ne sono ancora tante!
sul frutteto, sul pergolato a zone di porpora e d’oro... 
D’innanzi a me, nel quadrato della finestra c’è un tiglio
che quest’anno non vuole ingiallire:
è ancora intatto, tutto verde, come la Speranza;
credo che la prima neve lo troverà con tutte le sue foglie...
Io e quel tiglio ci somigliamo un poco.
(...)
E Voi? Che fate?
"fare bisogna, fare bisogna". Dov'è che lessi questo?
Ah! Sì! Nella "Fiaccola" d’annunziana.
Siete l’unica donna dalla quale la Poesia (parlo d’Arte)
attende un nuovo ornamento e dovete pensare ad ogni risveglio,
non senza panico, alla responsabilità intellettuale
che grava sulla vostra piccola mano.
Io mi sento ogni giorno più borghese e primitivo.
Forse è il metodo di vita e l’ambiente
al quale sono condannato da tanti mesi (e sarò per tanti ancora)
forse è un naturale fenomeno inesplicabile della mia sostanza psichica,
il fatto si è che mi sento diventare piccolo
come l’ideale d’un ricevitore del registro in un borgo di montagna.
E sia pure se "questo deve essere".
(...)
Ma che lettera savia, nevvero?
Sono al quarto cartoncino e non v’ho parlato che di letteratura.
È un buon sintomo, sapete, per la mia pace;
è segno che risorge in Voi il buon compagno d’arte,
il buon fratello di sogni,
e che la bellissima creatura è già un poco annebbiata agli occhi miei,
già innocua, confinata nel rettangolo della fotografia.
Così non sarebbe stato se fossi rimasto a Torino.
Ma io sono un grande egoista e un freddissimo calcolatore
e a Torino non mi fermerò quasi.
Mi fermerò il tempo necessario per rifornirmi dal sarto e dal libraio
e per baciarvi una volta le mani, se me lo permetterete.
Sarò in riviera al 1° di Dicembre (ho già fissata ogni cosa)
e ne ritornerò a Giugno, per la montagna.
Dimodoché noi non saremo concittadini che fra un anno e più.
È bene, sapete, è molto bene.
Vi siete mai domandata ciò che succederebbe
se io non dovessi esiliarmi? Io sì.
Succederebbe più o meno questo.
Un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi.
Sarebbe un crepuscolo,
un crepuscolo della prima primavera, in febbraio, mettiamo.
Da molte ore io sarei con Voi; avremmo parlato molto,
avremmo esaurito ogni pretesto non volgare di conversazione.
Da qualche istante si tacerebbe. L’ombra si farebbe più densa.
Voi vi alzereste per accendere il lume.
Io vi pregherei di no, vi tratterrei seduta col gesto.
Si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine,
il vostro profilo apparirebbe appena...
Solo a tratti, l’asta scintillante d’un carrozzone elettrico
illuminerebbe la penombra per un secondo.
E in quel secondo il vostro volto apparirebbe e scomparirebbe
come una visione non sostenibile.
Allora io - che avrei le vostre mani nelle mie mani - 
crederei di sognare, e inconscio irresponsabile come in un sogno,
mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra,
fino a mordervi le vene del polso.
Voi mi sollevereste la fronte,
dicendomi con rampogna indulgente: "Stiamo savi!"
Ma, per un evento sciagurato,
il mio volto sollevandosi si troverebbe all'altezza della vostra spalla;
io, nell'ombra, non me ne accorgerei:
e credendo di abbandonare la guancia contro la spalliera del divano,
incontrerei invece la mollezza d’una trina o il gelo d’una catenella.
Istintivamente, sempre come in sogno,
la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio; alla radice dei capelli fini,
e vi morderei alla nuca (il morso è il mio vizio preferito)...
Allora Voi vi alzereste di scatto, accendereste il lume:
e due cose potrebbero accadere. O mi fareste accomiatare dalla vostra donna,
come nelle commedie, col tradizionale "accompagna il Signore".
E resterei male.
O mi perdonereste dopo lunghe condizioni.
E resterei male, ugualmente.
Al 1° di Dicembre v’ho detto, sono a Genova, ai 25 c.m. sono a Torino.
Nell’intervallo mi concedete di venire a prendere
il viatico dalle vostre mani sotto le specie di una tazza di the?
Addio.


Guido vostro affezionatissimo


(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)

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