mercoledì 7 maggio 2025

Verrà?

(...) Anch'io andrò sulle montagne, dopo il Capodanno, fino al 7 o all'8, a Madonna di Campiglio. Perché non viene lassù a trovarmi? Potremmo fare qualche lunga gita insieme, andare molto in alto, vicino alla roccia. Io porterò lassù i miei quaderni: là tutti i pini delle foreste e le nuvole degli altipiani mi conoscono e mi vogliono bene, e ascoltano le mie parole. Verrà?


(Antonia Pozzi; lettera a Tullio Gadenz - 1933)

domenica 27 aprile 2025

4 gennaio 1934

Bisogna custodire con gioia il piccolo sole che noi portiamo nella vita, e vigilare su tutte le nebbie.


(Tullio Gadenz; lettera ad Antonia Pozzi - 1934)

...non temere che la vita ti sciupi questa tua purezza

Oh Dino, con quanta forza ho sentito, fino in fondo al mio essere, il pulsare dei tuoi sogni. Vedi: ogni volta che tu mi apri così un lembo della tua anima più nuda, tu svegli tutta la giovinezza che dorme in me, sotto la coltre delle fantasie oziose, degli egoismi inutili. Ed ecco: io sono di nuovo la ragazzetta di diciassette anni, dalle lunghe gambe nervose, dagli occhi chiari e dai polmoni capaci, che fuggiva sola, con il suo sacco ed un paio di enormi scarpe chiodate, verso le rocce il vento il silenzio delle Dolomiti di Brenta: per ore, accoccolata su un masso, spiava il nascere dell'acqua dalla bocca annerita del nevaio; s'insanguinava le dita per staccare dalla pietra zolle di sassifraghe rosa; e d'un balzo, affidata alla forza dei ginocchi sulla colata fragorosa delle ghiaie, piombava a valle, sui pascoli cosparsi di rocce bianche come enormi cimiteri abbandonati - Fragranza amara dei rododendri sotto il sole - intrico di corolle fragili e di rami duri fino alla cintola - nuotare nel folto verde e rosa. Poi, a sera, i rami lunghi morbidi frangiati dei làrici che la chiamavano verso casa, verso un lume nella penombra viola... Ah, l'aria della mia adolescenza, Dino: così limpida, aromatica, fulgente di bianchezze inverosimili, come un piccolo triangolo di vela disperatamente gonfio e teso di vento. Ed ecco: tutto questo che credevo sopito, spento per sempre, mi rinasce vicino a te, si riapre, si riscopre come un cielo lontanissimo, perduto in fondo a cumuli di nubi. Per questo ti dico: non temere, non temere che la vita ti sciupi questa tua purezza, questa tua meravigliosa forza di ascesa e di sogno. Come potrebbe soffocarla in sé se tu sai destarla così vivamente negli altri?
(...) tu mi conosci abbastanza bene per sapere - ormai - che il tuo sogno di un angolo di terra, di un modestissimo focolare, di una vita che torna alla sua origine è anche il mio sogno. Sai: ieri un sacerdote che conosciamo e che era qui da noi guardava i miei albi di fotografie e a un certo punto mi disse: "Ma lei ha tutto, ha visto tutto, ha goduto tutto: che cosa può desiderare ancora nella vita?". Che cosa posso ancora desiderare? - Avrei voluto rispondergli -: Ma precisamente il contrario di quel tutto: spogliarmi di tutto il superfluo, dimenticare i volti ben rasi, le labbra dipinte, gli alberghi di lusso, rinunciare alle comodità di cui - grazie a Dio - non mi sono mai fatta delle schiavitù, andare dalla povera gente, imparare il dialetto, ricominciare. Senza cavalli, senza auto, senza troppi vestiti, senza troppe posate, ma che cosa m'importerà - in nome del cielo - di avere soltanto due grembiuli (uno addosso e l'altro al fosso - dice il proverbio delle nostre campagne) pur che alla sera mi sia dato aspettare un volto caro e mettere sul fuoco una minestra che non sia soltanto per me e rammendare delle calze che non siano soltanto le mie, ma che siano magari le calze piccine e le magline e i corpetti di un topolino nostro? Dinin, vedi, e quando la mia vita di donna sarà equilibrata, completa, allora anch'io scriverò. Ho tante cosa da dire, io pure. Sarò passata attraverso tante vite, saprò la pena di tante creature, la gioia di tante strade. Allora (come mi ha detto anche Banfi, un giorno) quando sarò veramente una donna, placata, serena, forte, potrò dire delle buone cose.


(Antonia Pozzi; lettera a Dino Formaggio - 1937)

venerdì 18 aprile 2025

Mi hai abbagliato

(...) Mi hai abbagliato. Non esiste nulla al mondo così splendente e delicato.


(John Keats; lettera a Fanny Brawne - 1819)

...nel mio mondo sentimentale, c'è un grande senso di continuità

...Come uniscono, come cuciscono le persone le cose, le povere stupide dolcissime cose di tutti i giorni!
...Da Roma, dalla basilica di Massenzio, trasmettono un concerto bellissimo e questo m'invita a stare alzata ancora. Stanno sonando la "Pavana per una infanta defunta" di Ravel, un pezzo breve che mi piace molto. A quante cose penso, ascoltando questi concerti!
Te lo dissi una sera - ricordi? - quando tu mi chiedesti il perché dei miei occhi fissi e io dicevo: cose lontane...
(...) Tu mi hai detto un giorno che io sembro sempre colta alla sprovvista dalle cose, svegliata alla vita ogni giorno e ogni giorno stupita e impreparata: eppure dentro di me, nel mio mondo sentimentale, c'è un grande senso di continuità. Alti e bassi, sì, burroni e vette: ma fra le vette, cioè fra i momenti di più intensa sincerità spirituale, come una linea ininterrotta, come il crinale delle montagne, ed una, l'ultima, la più alta, non ci sarebbe se non ci fossero le precedenti...


(Antonia Pozzi; lettera a Remo Cantoni - 1935)

domenica 13 aprile 2025

...leggerò un brano di Shakespeare ogni domenica alle dieci

(...) leggerò un brano di Shakespeare ogni domenica alle dieci. Anche voi ne leggerete uno alla stessa ora, e saremo vicini l'uno all'altro come dei corpi ciechi nella stessa stanza.


(John Keats; lettera a George e Georgiana Keats - 1818)

Milano, 8 maggio 1933 - ore 4 pom

(...) E perciò, Antonello, io ti ho detto: "Che Dio ti benedica" - e così vorrei che le tue tristi e buone parole: "Io ti auguro di essere felice" si mutassero in queste meno tristi e ancora più buone: "Io ti auguro che Dio santifichi la tua solitudine e il tuo pianto".


(Antonia Pozzi; lettera ad Antonio Maria Cervi - 1933)

...con uno sguardo conscio e degno

Qui tutto è bello di una bellezza violenta, che fa persino male; che ti prostra in un'ammirazione opprimente e angosciosamente inadeguata allo sfarzo di tutta questa natura. Se una finestra ti ammannisce una porzioncina di mare spazzato dal vento, tu butti lì sopra tutti i tuoi pensieri e stai a vederli giocherellare con le folate che fanno il solletico alla pellicina dell'acqua, la quale, poverina, si raggrinza tutta e s'increspa in striature tanto fini che sembra il capino di un uccello quando qualcuno, soffiandovi delicatamente sopra, rovesci le piume in rotelline trepide. Il cervello continua a mulinare così, nel vuoto: e più il cielo si fa languido di lunghe carezze rosa, più gli occhi si affisano nel tormento di guardare tutto, di viver tutto, con uno sguardo conscio e degno. E poi, quando l'ovatta grigia delle nubi ha asciugato, all'orizzonte, tutto il sudore perlaceo del mare, il bagliore mite della prima stella ti sembra la divampante voce di tutto questo cielo, che si tende ad essa con uno sforzo supremo...
Contemplare così non è un riposo; ma è una vita intensissima e bella.


(Antonia Pozzi; Sorrento - 1929)

domenica 16 marzo 2025

È qui che imparerò la poesia

(...) ho davvero un debole per le montagne immerse tra le nuvole. (...) Prima di colazione siamo andati a vedere la cascata di Ambleside. La mattinata era bellissima, il cammino tra le colline agevole. Non abbiamo trovato il percorso diretto (il che, posso dire, è stata una fortuna). Dopo aver vagato per un po', l'abbiamo trovata grazie al rumore, perché devi sapere che è sepolta tra gli alberi in fondo a una vallata... il ruscello, di per sé interessante lungo l'intero corso, "sopra ombre pendenti erra sinuoso". Milton aveva in mente un fiume che scorre liscio... questo invece avanza urtando su un letto roccioso sempre vario. Trovandomi di fronte all'improvviso la cascata, ho sentito un fremito di piacere. Prima ci siamo posizionati poco sotto la cima della cascata, circa a metà del primo salto, sepolto tra gli alberi, e l'abbiamo vista scorrere giù lungo altri due balzi fino a una profondità di circa cinquanta piedi... poi siamo saliti su una sporgenza rocciosa quasi a livello di dove iniziava il secondo salto, col primo sopra di noi e il terzo sotto i nostri piedi. Nel frattempo avevamo notato che le acque erano divise da una specie di isoletta, oltre la quale prorompeva un bellissimo torrente... e poi solo fragore e freschezza... Tra l'altro ogni salto aveva le sue caratteristiche: il primo sfrecciava come un dardo giù per le rocce d'ardesia, il secondo si apriva a ventaglio, il terzo si perdeva in una nebbiolina... e quello dall'altra parte della roccia era come una combinazione di questi tre. Poi ci siamo spostati un po' e abbiamo ammirato quasi l'intera cascata, che fluiva più mite e inargentata tra gli alberi. Quello che mi sorprende più di tutto  sono le tonalità, i colori, l'ardesia, le pietre, il muschio, le erbe tra le rocce... o meglio, se mi è permesso dirlo, lo spirito, la fisionomia di questi luoghi. Anche prima di vederli, si possono ben immaginare i grandi spazi, la vastità dei monti e delle cascate, ma la loro fisionomia, le loro tonalità spirituali superano ogni potere immaginativo e sfuggono al ricordo. È qui che imparerò la poesia... e d'ora in poi scriverò sempre di più, nel tentativo poco concreto di aggiungere un minuscolo contributo a quella mole di bellezza che le più eccelse menti traggono da questi grandiosi materiali, dando vita a qualcosa di celestiale per dilettare i proprio simili. Non sono d'accordo con Hazlitt che questi paesaggi fanno sembrare piccolo l'uomo. Mai come ora ho dimenticato così del tutto la mia statura. Vivo nello sguardo... e la mia immaginazione, sovrastata com'è, riposa.


(John Keats; Lettera a Tom Keats, 1818)

Blonde se tressant les cheveux

Tutte le cose che penso sono sincere e bianche

- Madonna di Campiglio, 4 gennaio 1934

...poche righe soltanto, intanto che fuori le mie montagne si spengono come grandi lampade esauste. Non ho mai passato dei giorni così belli. Non ho più né pensieri né parole. Soltanto occhi per guardare e muscoli per camminare. (...) Tutte le cose morte si struggono nel gran sole. Mi lavo le mani nella neve e me le asciuga il vento. Tutte le cose che penso sono sincere e bianche. Queste giornate me le regala Dio, come un miracolo, oh, queste sono davvero le montagne di tutti i miracoli, Lucia!...

E te? ti penso tanto tanto, ti sono vicina con tutta l'anima che il gelo ha fatto limpida...

Tugnin


(Antonia Pozzi; Lettera a Lucia Bozzi)

giovedì 13 marzo 2025

16 giugno 1929

(...) ho guardato l'ansito del faro, che anela sempre al largo: mi sono detta che è sciocco voler restare nell'ombra quando sappiamo che la luce è più in là. Io vincerò gli ostacoli (...) studierò, studierò tanto, per crearmi un pensiero e una fede. Oggi il cammino non mi fa paura (...)


(Antonia Pozzi)

...devi tenere conto della mia immaginazione

Io porto tutto all'estremo... per cui una leggera irritazione in cinque minuti si trasforma in un argomento adatto per Sofocle: se dovessi scrivere in quel momento e con quello stato d'animo a un amico, ho così poca padronanza di me che finirei per farlo rattristare proprio nel momento in cui, forse, sto ridendo per un gioco di parole. La tua ultima lettera mi ha fatto vergognare per la pena che ti ho causato. Ma mi conosco molto bene, e sono sicuro che in futuro ti scriverò tante altre volte con lo stesso tono. Ora sai fino a che punto credere alle cose che ti dico... devi tenere conto della mia immaginazione... so di non potermi contenere.


(John Keats; Lettera a Benjamin Bailey, 1818)

domenica 9 marzo 2025

...io paragono la vita umana a una grande villa

Bene, io paragono la vita umana a una grande villa divisa in molte stanze, di cui ne posso descrivere soltanto due, perché al momento per me la porta di tutte le altre è chiusa. La prima in cui entriamo si chiama la "camera dell'infanzia" o "della spensieratezza", in cui restiamo finché non iniziamo a pensare. Rimaniamo lì a lungo, e nonostante la porta della seconda camera resti spalancata e abbia un aspetto luminoso, non ci curiamo di avanzare in fretta verso di essa, se non quando alla fine vi siamo spinti dal risveglio della facoltà intellettuale dentro di noi. Non appena entrati nella seconda camera - che chiamerò "la camera del pensiero verginale" - siamo inebriati dalla luce e dall'ambiente, non vediamo altro che ridenti meraviglie e pensiamo di intrattenerci là per sempre tra quelle gioie. Tuttavia, tra gli effetti che derivano dal respirare quell'aria, c'è quello orribile di acuire la capacità di penetrare nel cuore e nella natura umana... di convincersi nell'animo che il mondo è pieno di infelicità, disperazione, sofferenza, malattia e oppressione... così che questa camera del pensiero verginale a poco a poco si fa buia e, al tempo stesso, lungo tutti i lati si aprono molte porte... ma tutte oscure... tutte che portano a corridoi oscuri. Non riusciamo a vedere l'equilibrio tra il bene e il male. Siamo immersi in una nebbia. Noi due ci troviamo ora in quella situazione. Sentiamo sulle spalle il "fardello del mistero". È a quello stadio che era giunto Wordsworth, per quel che riesco a capire, quando ha scritto "L'abbazia di Tintern", e a me sembra che il suo genio sia intento a esplorare quei corridoi oscuri. Ora, se ci sarà dato di continuare a vivere e a pensare, li esploreremo anche noi.


(John Keats; Lettera a John Hamilton Reynolds, 1818)

Non mi farò impaurire

"Volete spaventarmi, Mr Darcy, avvicinandovi così tanto per sentirmi suonare? Non mi farò impaurire, anche se vostra sorella suona tanto bene. Sono abbastanza forte da non lasciarmi spaventare. Anzi, il mio coraggio cresce a ogni tentativo di intimidirmi".


(Jane Austen; "Orgoglio e pregiudizio")