Fiorire è il fine - chi passa un fiore con uno sguardo distratto stenterà a sospettare le circostanze coinvolte in quel luminoso fenomeno costruito in modo così intricato e poi offerto, come una farfalla al mezzogiorno
giovedì 15 marzo 2018
mercoledì 14 marzo 2018
Se una volta tanto si facesse
Se una volta tanto si facesse
tutto così completamente silenzioso!
Se la casualità e l'imprecisione
ammutolissero, e il riso di chi mi sta vicino,
se il clamore che producono i miei sensi
non mi impedisse così tanto nella veglia - :
ammutolissero, e il riso di chi mi sta vicino,
se il clamore che producono i miei sensi
non mi impedisse così tanto nella veglia - :
potrei, allora, in un pensiero dalle mille forme,
pensarti fino al tuo confine,
e possederti (come il tempo appena di sorridere)
per donarti poi a ogni vita
pensarti fino al tuo confine,
e possederti (come il tempo appena di sorridere)
per donarti poi a ogni vita
come un grazie.
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Wenn es nur einmal so ganz stille ware.
Wenn das Zufallige und Ungefahre
verstummte und das nachbarliche Lachen,
wenn das Gerausch, das meine Sinne machen,
mich nicht so sehr verhinderte am Wachen - :
Wenn das Zufallige und Ungefahre
verstummte und das nachbarliche Lachen,
wenn das Gerausch, das meine Sinne machen,
mich nicht so sehr verhinderte am Wachen - :
Dann konnte ich in einem tausendfachen
Gedanken bis an deinem Rand dich denken
und dich besitzen (nur ein Lacheln lang),
um dich an alles Leben zu verschenken
wie einen Dank.
Gedanken bis an deinem Rand dich denken
und dich besitzen (nur ein Lacheln lang),
um dich an alles Leben zu verschenken
wie einen Dank.
(Rainer Maria Rilke)
Amo, della mia natura, le ore oscure
Amo, della mia natura, le ore oscure,
nelle quali i miei sensi vanno nel profondo;
in esse, come in vecchie lettere,
ho trovato già vissuta la mia vita quotidiana,
e distante come una leggenda, ormai passata.
Sono loro ad insegnarmi che c'è spazio in me
per una vasta nuova vita senza tempo.
E sono a volte come l'albero che sta sopra una tomba,
maturo e frusciante - lui che porta alla pienezza il sogno
che il fanciullo, morto (radici calde intorno
gli s'affollano), in tristezze e canti aveva perso.
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Ich liebe meines Wesens Dunkelstunden,
in welchen meine Sinne sich vertiefen;
in ihnen hab ich, wie in alten Briefen,
mein taglich Leben schon gelebt gefunden
und wie Legende weit und uberwunden.
mein taglich Leben schon gelebt gefunden
und wie Legende weit und uberwunden.
Aus innen kommt mir Wissen, dass ich Raum
zu einem zweiten zeitlos breiten Leben habe.
Und manchmal bin ich wie der Baum,
der, reif und rauschend, uber einem Grabe
den Traum erfullt, den der vergangne Knabe
(um den sich seine warmen Wurzeln drangen)
verlor in Traurigkeiten und Gesangen.
zu einem zweiten zeitlos breiten Leben habe.
Und manchmal bin ich wie der Baum,
der, reif und rauschend, uber einem Grabe
den Traum erfullt, den der vergangne Knabe
(um den sich seine warmen Wurzeln drangen)
verlor in Traurigkeiten und Gesangen.
(Rainer Maria Rilke)
lunedì 5 marzo 2018
Il libro delle croci
Da quel gabbione uscii...
Nessuno mi guardava.
Per quale distrazione?
Per quale pensiero immerso
senza pietà nel cuore?
Per quale esclusiva
incomunicabile passione?
Come una vecchia carta,
un pezzo di giornale trascinato
sul lastrico dal vento,
vagavo, ignorato, contro i cantoni
di marmo e ottone,
gli alberelli severi del Nord,
i vetri di una Banca...
Il futuro dell’uomo!
Nessuno sapeva più nulla della pietà,
della speranza: sapevano
in questa accanita città,
solamente il futuro, come già seppero la vita.
Ognuno l’aveva in cuore,
passione quotidiana, scontata
novità, luce della nuova storia.
E io senza più capire
cosa aveva potere d’importargli,
di avere per loro significato
di farli ridere, di farli piangere,
ero un vecchio pezzo di giornale
trascinato dal nuovo vento
tra i loro piedi di Angeli.
(Pier Paolo Pasolini)
martedì 20 febbraio 2018
Secondo me i sogni sono natura...
Secondo me i sogni sono natura che non ha intenzioni ingannatrici, ma esprime qualcosa come meglio può, così come una pianta cresce o un animale cerca il suo cibo come meglio possono. Così anche gli occhi non vogliono ingannare, ma forse ci inganniamo perché gli occhi sono miopi. Oppure, sentiamo male perché le nostre orecchie sono piuttosto sorde, ma non sono le orecchie che vogliono ingannarci.
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")
Forse - chissà? -
(...) Per un po' di tempo avevo avuto in programma anche la lettura di Nietzsche, ma esitavo a cominciare perché non mi ritenevo preparato abbastanza. A quell'epoca i "competenti" studenti di filosofia ne discutevano molto, per lo più in modo sfavorevole, dal che dedussi che nelle alte sfere Nietzsche doveva incontrare molta ostilità. L'autorità massima, ovviamente, era Jakob Burckhardt, le cui varie critiche a Nietzsche erano ovunque oggetto di discussione. Inoltre all'università c'erano persone che avevano conosciuto direttamente il filosofo, e riferivano ogni sorta di aneddoti sul suo conto, in genere poco lusinghieri. Di costoro molti non avevano letto una riga di Nietzsche, e perciò indugiavano a lungo sulle sue debolezze, per esempio sulle sue arie da gentiluomo, sul suo modo di suonare il pianoforte, sulle sue esagerazioni stilistiche, tutte manie che davano ai nervi della brava gente di Basilea. Tutto ciò non mi avrebbe fatto certamente rinviare la lettura di Nietzsche, anzi, costituiva lo stimolo più forte: ma mi tratteneva il celato timore che potessi somigliargli, almeno per quanto riguarda il "segreto" che lo aveva isolato dal suo ambiente. Forse - chissà? - aveva avuto esperienze interiori, intuizioni, che aveva tentato di comunicare senza successo, e aveva scoperto che nessuno lo capiva.
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")
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lunedì 12 febbraio 2018
Dov'è il pericolo, c'è anche la salvezza
"Dov'è il pericolo, c'è anche la salvezza": queste parole di Hölderlin mi vennero spesso in mente in situazioni del genere. La salvezza sta nella nostra capacità di portare i bisogni inconsci alla coscienza, con l'aiuto degli avvertimenti datici dai sogni. Questi mostrano che c'è in noi qualche cosa che non si limita a soggiacere passivamente all'influenza dell'inconscio, ma che anzi tende ansiosamente a incontrarlo, identificandosi con l'ombra.
(...) Nella struttura psichica vivente nulla ha luogo in modo meccanico, ma secondo l'economia dell'intero e si adatta a esso; vale a dire che tutto ha un fine e un significato, significato che la coscienza - non avendo una visione dell'insieme - di solito non riesce a comprendere. Perciò dobbiamo per prima cosa contentarci di constatare il fatto, e poi sperare che il futuro e le ulteriori ricerche trovino la risposta e ci dicano che significhi questo scontro con "l'ombra del Sé".
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")
Tutto dipendeva dal riuscire a tenere in vita questa piccola luce
A quell'epoca, all'incirca, feci un sogno che m'intimorì e mi incoraggiò al tempo stesso. Era notte, in un posto sconosciuto, e camminavo lentamente e con fatica contro un forte vento. Dappertutto intorno v'era una fitta nebbia. Con le mani facevo schermo a un fievole lume che minacciava di spegnersi a ogni momento: tutto dipendeva dal riuscire a tenere in vita questa piccola luce. Improvvisamente avevo la sensazione che qualcuno stava sopraggiungendo alle mie spalle, mi voltavo, e vedevo una figura nera, gigantesca, che mi seguiva. Ma al momento stesso avevo coscienza, nonostante il mio terrore, di dover salvare la piccola luce tutta la notte e nel vento, senza badare al pericolo. Quando mi svegliai capii subito di aver visto uno "spettro del Brocken", la mia propria ombra nel turbinio della nebbia, evocata dalla piccola luce che portavo; mi resi conto, anche, che questa piccola luce era la mia coscienza, la sola luce che avessi. La mia coscienza è l'unico tesoro che posseggo, e il più grande: per quanto piccolo e fragile di fronte ai poteri delle tenebre, è tuttavia una luce, la mia sola luce.
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")
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venerdì 9 febbraio 2018
Non sapevo più chi fosse più importante...
Alla fine della vacanza mio padre venne a prendermi, e viaggiammo insieme fino a Lucerna, dove, con mia grande gioia, salimmo su un battello a vapore. Non ne avevo mai visti. Non potevo saziarmi di seguire il movimento delle macchine; a un tratto fu annunciato che eravamo arrivati a Vitznau. Il villaggio era dominato da un'alta montagna, e mio padre mi disse che era il Rigi, e che una ferrovia, cioè una funicolare portava lassù. Andammo in una stazioncina, e lì vidi la più strana locomotiva del mondo, con la caldaia verticale, ma inclinata; e anche i sedili nel vagone erano inclinati. Mio padre mi mise in mano un biglietto e disse: "Puoi andare sulla cima da solo; io resterò qui, per due persone costa troppo. Sta attento a non cadere". Ero senza parole per la felicità. Eccomi ai piedi di questa maestosa montagna, la più alta che avessi mai visto, molto simile alle favolose cime ardenti della mia lontana infanzia! Ormai, infatti, ero quasi un uomo. Per questa gita mi ero comprato io stesso un bastoncino di canna di bambù e un berretto da fantino all'inglese: come si conviene a uno che viaggiava per il mondo! E adesso, dovevo salire su questa enorme montagna! Non sapevo più chi fosse più importante, se io o lei! Con tremendi sbuffi e scossoni la locomotiva si scosse e cominciò ad arrampicarsi verso altezze vertiginose, dove abissi e paesaggi sempre mutevoli si spalancarono ai miei occhi, finché alla fine giunsi sulla cima, e lì, in quell'aria insolitamente leggera, contemplai inimmaginabili lontananze. "Si, è questo il mio mondo" pensai "il vero mondo, quello segreto, dove non vi sono insegnanti, scuole, problemi insolubili, dove uno può essere senza aver nulla da chiedere." Seguivo con attenzione il sentiero, perché tutt'intorno vi erano terribili precipizi. Tutto era molto solenne, e avvertivo la necessità che lassù si fosse gentili e silenziosi, perché si era nel mondo di Dio. Lì quel mondo era fisicamente presente. Questo fu il migliore e il più prezioso regalo che mio padre mi avesse mai fatto. L'impressione che ricevetti da questa gita fu così profonda, che nessun ricordo mi è più rimasto di ciò che avvenne in seguito.
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")
mercoledì 17 gennaio 2018
Participation mystique
Anch'io posseggo questa natura arcaica, e in me si combina col dono - non sempre piacevole - di vedere la gente e le cose come sono realmente. Posso farmi ingannare per un pezzo, quando non voglio riconoscere qualcosa, eppure in fondo so benissimo come le cose stiano realmente. A tal riguardo sono un po' come un cane: gli si possono giocare dei tiri, ma alla fine il suo fiuto non l'inganna. Questo "intuito" dipende dall'istinto o da una "participation mystique" con gli altri, come se l' "occhio interiore" vedesse con un atto di percezione impersonale.
(Carl Gustav Jung; " Ricordi, sogni, riflessioni")
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martedì 16 gennaio 2018
È stato molto tempo fa
Le Poesie
Son simili a finestre istoriate
le Poesie: finestre che, guardate
da la piazza a la chiesa, apron sui muri
una fila di buchi nudi e scuri.
E le guarda così la buona gente,
e dice poi che non ci vede niente.
Ma su, una volta alfine, penetrate
per la porta nel tempio, e là guardate!
Ecco, figure e scene, e cielo e mare,
tutto nei vetri luminoso appare.
Creature di Dio, semplici e liete,
gli occhi allegrate e l'anima pascete!
(Wolfgang Goethe)
sabato 13 gennaio 2018
...involontariamente chiamai questa visione preghiera
Là mi penetrarono l'anima gli occhi della Regina celeste che scendeva dal cielo con il Bambino eterno. C'era in essi la smisurata forza della purezza e del sacrificio accettato con preveggenza, la conoscenza della sofferenza e la disponibilità ad offrirsi volontariamente, e quella reale disposizione al sacrificio si vedeva negli occhi, non infantili, del Bambino.
(...) Non era un'emozione estetica, era un incontro, una nuova conoscenza, un miracolo. Io (allora marxista) involontariamente chiamai questa visione preghiera.
(Michail Bulgakov)
Ma che cos'è essere uomo?

La mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo dell'inconscio tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentano se stessa come totalità. Non posso usare un linguaggio scientifico per delineare il procedere di questo sviluppo in me stesso, perché non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico. Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l'uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola. Ecco perché, a ottantatré anni, mi sono accinto a narrare il mio mito personale. Posso fare solo dichiarazioni immediate, soltanto "raccontare delle storie"; e il problema non è quello di stabilire se esse siano o no vere, poiché l'unica domanda da porre è se ciò che racconto è la mia favola, la mia verità.
Un'autobiografia è tanto difficile a scriversi per il fatto che non abbiamo misure oggettive, né fondamenti oggettivi, per giudicare noi stessi. Non vi sono termini di confronto veramente adatti. So di non essere simile agli altri in molte cose, ma non so veramente a che cosa somiglio. L'uomo non può paragonarsi con alcun'altra creatura: non è una scimmia, né una mucca, né un albero. Io sono un uomo. Ma che cos'è essere uomo? Come ogni altro essere anch'io sono un frammento dell'infinita divinità, ma non posso paragonarmi con nessun animale, nessuna pianta, nessuna pietra. Forse che solo un essere mitico ha una posizione più elevata di quella dell'uomo? Dal momento che l'uomo non ha una base di sostegno per osservarsi, come può allora formarsi un'opinione definitiva di se stesso? Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente. Di conseguenza, non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solamente di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute. La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare; e quando essa era a quel punto, era già molto complessa. Noi non sappiamo dove tende la vita: perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente. La vita umana è un esperimento di esito incerto. È un fenomeno grandioso solo in termini quantitativi. Individualmente, è così fugace, così insufficiente, da doversi letteralmente considerare un miracolo che qualcosa possa esistere e svilupparsi. Fui colpito da questo fatto tanto tempo fa, quando ero un giovane studente di medicina, e mi sembra sempre miracoloso di non venir annientato prematuramente. La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma: la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un'estate, e poi appassisce, apparizione effimera. Quando riflettiamo sull'incessante sorgere e decadere della vita e delle civiltà, non possiamo sottrarci a un'impressione di assoluta nullità: ma io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura. In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni. Questi costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita. Tutti gli altri ricordi di viaggi, di persone, di ambienti che ho frequentati sono impalliditi di fronte a queste vicende interiori. Molti hanno preso parte alla storia del nostro tempo o ne hanno scritto: e se il lettore se ne interessa, farà meglio a rivolgersi a queste fonti. Il ricordo dei fatti esteriori della mia vita si è in gran parte sbiadito, o è svanito del tutto: ma i miei incontri con l'"altra" realtà, gli incontri con l'inconscio, si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria. In questo campo vi è stata sempre esuberanza e ricchezza, e ogni altra cosa al confronto ha perduto importanza. In modo analogo, altre persone si sono stabilite permanentemente tra i miei ricordi, solo però in quanto i loro nomi sono stati scritti nel libro del mio destino da tempo immemorabile, e imbattermi in essi fu al tempo stesso una sorta di ricordo. Anche le cose che mi venivano incontro, dall'esterno, nella mia giovinezza, o più tardi, portavano l'impronta dell'esperienza interiore. Presto sono giunto alla convinzione che, senza una risposta e una soluzione dall'interno, le vicende e le complicazioni della vita, alla fin fine significano poco. Le circostanze esterne non possono sostituire le esperienze interiori: perciò la mia vita è stata particolarmente povera di eventi esteriori. Di questi non posso dire molto e, se lo facessi, avrei l'impressione di fare una cosa vana e inconsistente. Posso comprendere me stesso solo nei termini delle vicende interiori: sono queste che hanno caratterizzato la mia vita, e di queste tratta la mia "autobiografia".
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")
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