mercoledì 17 giugno 2015

I limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.


(Eugenio Montale)

D'improvviso e per sempre

Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello mi obbligavano a rendermene conto. Non invidiavo i suoi successi esteriori, ma il non poter sperare di entrare in quel regno trascendente dove entrano solamente gli uomini di autentico valore, e dove abita la verità. Preferivo morire piuttosto che vivere senza di essa. Dopo mesi di tenebre interiori, ebbi d'improvviso e per sempre la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo d'attenzione per raggiungerla.


(Simone Weil)

domenica 14 giugno 2015

Eccomi rassicurato

Ho sempre avuto paura di finire liberato-in-vita, di contrariare i miei abissi, di trionfare sulle mie tare.

Tale paura era infondata. Eccomi rassicurato.


(Emil Cioran)

Il sentimento del nulla

Per viltà sostituiamo al sentimento del nostro nulla il sentimento del nulla. Il fatto è che il nulla generale ci inquieta appena: vi scorgiamo troppo spesso una promessa, un'assenza rapsodica, un ostacolo che cade. A lungo mi sono ostinato a cercare qualcuno che sapesse tutto di sé e sugli altri, un saggio-demone, divinamente chiaroveggente. Ogni volta che credevo di averlo trovato, dovevo, dopo averlo valutato, ricredermi: il nuovo eletto aveva ancora qualche macchia, qualche punto oscuro, non so quale recesso di inconsapevolezza o di debolezza che lo riconduceva al livello degli umani. Scorgevo in lui delle tracce di desiderio e di speranza o un'ombra di rimpianto. Evidentemente il suo cinismo era incompleto. Che delusione! E proseguivo sempre la ricerca, e sempre i miei idoli peccavano in qualche punto: "l'uomo" era presente in loro, nascosto, mimetizzato o eluso. Compresi infine il dispotismo della Specie, e cessai di vagheggiare un non-uomo, un mostro che fosse totalmente penetrato del suo nulla. Era follia il suo concepirlo: non poteva esistere, la lucidità assoluta essendo incompatibile con la realtà degli organi.


(Emil Cioran)

lunedì 8 giugno 2015

Innocenza

Sotto tanto sole
nella barca ristretta
il brivido
di sentire contro le mie ginocchia
la nudità pura d'un fanciullo
e l'ebbro strazio di covare nel sangue
quello ch'egli non sa.


(Antonia Pozzi)

venerdì 5 giugno 2015

I fiori

Non c'è nessuno,
non c'è nessuno che vende
i fiori
per questa strada maledetta?
E questo mare nero
e questo cielo livido
e questo vento avverso -
oh, le camelie di ieri
le camelie di ieri
le camelie bianche rosse ridenti
nel chiostro d'oro -
oh, l'illusione primaverile!
Chi mi vende oggi un fiore?
Io ne ho tanti nel cuore:
ma serrati
in grevi mazzi -
ma calpesti -
ma uccisi.
Tanti ne ho che l'anima
soffoca e quasi muore
sotto l'enorme cumulo
inofferto.
Ma in fondo al nero mare
è la chiave del cuore -
in fondo al nero cuore
peserà
fino a sera
la mia inutile messe
prigioniera -
O chi mi vende
un fiore - un altro fiore
nato fuori di me
in un vero giardino
che io possa donarlo a chi mi attende?
Non c'è nessuno,
non c'è nessuno che vende
i fiori
per questo tristo cammino?


(Antonia Pozzi)

Abbiamo vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti

Sono appena tornata dalla casa dei miei amici. Abbiamo ragionato a lungo intorno a cose grandi, troppo grandi per noi; e abbiamo detto del principio e della fine del mondo, dell'origine della materia; abbiamo vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti, abbiamo discusso della vita dell'aldilà. (...) È strana l'impressione che provo io nel pensare alla vastità della terra: spingo più che posso lo sguardo al limite dell'orizzonte... E lo stesso provo pensando all'eternità; "sempre", ripeto a me stessa; "sempre"... "sempre"... Mi scuoto con un brivido: "sempre"! Parola terribile, terribile come "mai"!


(Antonia Pozzi - 7 Febbraio 1926)

Ancient Poetry


Largo

O lasciate lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda -

O lasciate ch'io mi perda
ombra nell'ombra -
gli occhi
due coppe alzate
verso l'ultima luce -

E non chiedetemi - non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l'arcana folla
dei miei fantasmi -
e non cercate - non cercate
quello ch'io cerco
se l'estremo pallore del cielo
m'illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare -
Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego -

Io entro soltanto
per avere un po' di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle -
Poi ch'io sono una cosa -
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo -
gli occhi
due coppe alzate
verso l'ultima luce -


(Antonia Pozzi)

lunedì 1 giugno 2015

E vivo della poesia come le vene vivono del sangue

(...) Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per una adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo, Tullio, alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue. Io so che cosa vuol dire raccogliere negli occhi tutta l’anima e bere con quelli l’anima delle cose e le povere cose, torturate nel loro gigantesco silenzio, sentire mute sorelle al nostro dolore. Perché per me Dio è e non può essere altro che un Infinito, il quale, per essere perennemente vivo e quindi più Infinito, si concreta incessantemente entro forme determinate che ad ogni attimo si spezzano per l’urgere del fluire divino e ad ogni attimo si riplasmano per esprimere e concretare quella Vita che, inespressa, si annienterebbe. Ora Lei vede che un Dio così non si può né chiamare né pregare né porre lungi da noi per adorarLo; Lo si può soltanto vivere nel profondo, poiché è Lui l’occhio che ci fa vedere, la voce che ci fa cantare, l’amore, ed il dolore che ci fa insonni. E questa nostra vita irrimediabile, questo nostro cammino fatale, in cui ad ogni istante noi realizziamo, noi creiamo, per così dire, Dio nel nostro cuore, altro non può essere che l’attesa del gran giorno in cui l’involucro si spezzerà e la scintilla divina balzerà nuovamente in seno alla grande Fiamma. Ora, di questo Dio che non si lascia staccare dalla vita, dove possiamo avere più immediato il senso che nei momenti in cui più la lotta si acuisce tra lo spirito e le forme che inceppano il suo fluire? E non è la poesia uno di questi momenti? L’estasiata gioia del sogno non si sconta forse nel bisogno e nella fatica di gettare quel sogno in parole? E un po’ dell’assolutezza divina non riluce forse nell’atto di quella fatica? Io credo che il nostro compito, mentre attendiamo di tornare a Dio, sia proprio questo: di scoprire quanto più possiamo Dio in questa vita, di crearLo, di farLo balzare lucendo dall’urto delle nostre anime con le cose (poesia e dolore), dal contatto delle nostre anime fra di loro (carità e fraternità). Per questo, Tullio, a me è sacra la poesia; per questo mi sono sacre le rinunce che mi hanno tolto tanta parte della giovinezza, per questo mi sono sacre le anime ch’io sento, di là dalla veste terrena, in comunione con la mia anima. (...)


(Antonia Pozzi; Lettera a Tullio Gadenz - Milano, 29 gennaio 1933)

mercoledì 27 maggio 2015

Raggiungere tutta la conoscenza all'improvviso

Io so già tutto senza leggere o scrivere... se tu sapessi com'è difficile raggiungere tutta la conoscenza all'improvviso... ora vivo in un pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio... È come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi... io sono diventata vecchia in pochi istanti e ora tutto è insipido e piatto...


(Frida Kahlo)

Mi spingo oltre il dolore

Mi spingo oltre il dolore
dove nessuno sospetta che si soffra
in una zona di pelle mai colpita
cupa come l’avambraccio
o molata dall’osso come il gomito.
Striscio piano con l’anima coperta da scaglie rosso-grigie
per sostenere i rovi e lasciare a terra
il sangue minimo. Un passo – sono paziente –
e il corpo ha imparato a frusciare dentro l’erba.

Da molto lontano – da un’alba di ottobre
da un oggetto mosso nella sabbia del lago
viene ciò che la pena contempla: un paesaggio
dove non si può dormire.
Era una lunga immagine
il mormorio di un brivido.
Troppo tardi si compone l’astuzia di ogni sera
fingere che il mio braccio sia il tuo
che stringa la mia mano
di nuovo, senza pace.


(Antonella Anedda)

domenica 24 maggio 2015

...è come aprire gli occhi

Perché è così: prima si sbaglia, ci si perde,
ci si arrampica per astratte impalcature intellettuali,
finché la vita un bel giorno comincia,
coi suoi gesti leggeri e sapienti, a richiamarci a lei:
è come aprire gli occhi ad un tratto
e ritrovarsi su una striscia di prato al sole,
vicino alle pietre e alle piante.
Il senso della vita non è più sparso,
nel cervello, nelle mani, negli occhi,
ma è tutto raccolto nel centro del petto,
come un enorme fiore o come una corazza:
e il domani non è più che portare sempre più in avanti quel fiore,
sereni, eretti, per una grande strada bianca.


(Antonia Pozzi - 15 settembre 1937)

Spesso trascorro ore intere al Terreiro do Paço

Spesso trascorro ore intere al Terreiro do Paço, sulla sponda del fiume, in inutili meditazioni. La mia impazienza vorrebbe sempre strapparmi a quella quiete, e la mia inerzia costantemente mi ci trattiene. Medito, allora, in un sopore fisico che assomiglia alla voluttà come il sussurro del vento assomiglia a voci umane, nell'eterna insaziabilità dei miei desideri vaghi, nella perenne instabilità delle mie ansie impossibili. Soffro principalmente del male di poter soffrire. Mi manca qualcosa che non desidero e soffro per il fatto che esso non sia esattamente una sofferenza. Il molo, la sera, il salmastro entrano tutti, ed entrano insieme, nella composizione della mia angoscia. I flauti dei pastori impossibili non sono più soavi del fatto che qui non ci siano flauti e che proprio questo li evoca in me.


(Fernando Pessoa)

La vastità di un sollievo

Non so perché (me ne accorgo all'improvviso) sono solo in ufficio. Ne avevo già avuto il presentimento in maniera indefinita. In una zona della mia consapevolezza di me stesso c'era la vastità di un sollievo, un respiro più profondo di polmoni diversi. Il ritrovarsi da soli in una casa che di solito è affollata o rumorosa o che non è nostra, è una delle più curiose sensazioni che ci può provocare il caso degli incontri o delle assenze. All'improvviso proviamo un'impressione di padronanza assoluta, di dominio facile e ampio, di vastità (come ho detto), di sollievo e quiete. Che piacere essere ampiamente soli! Poter parlare ad alta voce con noi stessi, passeggiare senza il fastidio di altri sguardi, reclinarsi sulla sedia in una fantasticheria indisturbata! Ogni edificio diventa una campagna, ogni stanza ha l'estensione di una fattoria. I rumori sono estranei, come se appartenessero a un universo vicino ma indipendente. Finalmente siamo dei sovrani. In fondo ciascuno di noi ha questa aspirazione, e forse noi plebei abbiamo questa aspirazione più degli sfiziosi fatti d'oro posticcio. Per un attimo noi siamo i pensionati dell'universo, ci adagiamo nella routine del vitalizio che ci è stato concesso, privi di necessità e preoccupazioni. Ah, ma ecco che riconosco nel passo che sale le scale, ignorando chi possa essere, quel qualcuno che interromperà la villeggiatura della mia solitudine. Il mio impero implicito sarà invaso dai barbari. Il suono dei passi non mi è noto e non mi ricorda nessuno. Eppure il sordo istinto dell'anima mi dice che colui che sta salendo è diretto qui (per ora sono soltanto dei passi), e all'improvviso lo vedo, perché penso a lui. E infatti è uno degli impiegati. Si ferma, sento il rumore della porta, entra. Ora lo vedo. Entrando mi dice: "Qui da solo, signor Soares?" E io rispondo: "Si, come di norma..." E allora lui dice, sfilandosi la giacca e con lo sguardo sull'altra giacca, quella vecchia appesa all'attaccapanni: "Che seccatura essere qui da soli, signor Soares. E per di più..." "È vero, è una seccatura," rispondo io. "Fa venire voglia di dormire," dice lui, con la giacca sdrucita addosso, incamminandosi verso la sua scrivania. "È proprio così," confermo sorridendo. Poi, nello stendere la mano verso la penna dimenticata, rientro, graficamente, nella salute anonima della vita normale...


(Fernando Pessoa; "Il libro dell'inquietudine")