La gente giudica bene le cose perché si trova nell'ignoranza naturale, che è la vera saggezza dell'uomo. Le scienze hanno due estremità che si toccano. La prima è la pura ignoranza naturale in cui tutti gli uomini si trovano alla loro nascita. L'altro estremo è quello a cui giungono le grandi anime che, avendo percorso tutto ciò che gli uomini possono sapere, trovano di non sapere nulla, e incontrano quella stessa ignoranza da cui erano partiti; ma si tratta di una dotta ignoranza, che sa di essere tale.
Fiorire è il fine - chi passa un fiore con uno sguardo distratto stenterà a sospettare le circostanze coinvolte in quel luminoso fenomeno costruito in modo così intricato e poi offerto, come una farfalla al mezzogiorno
venerdì 20 maggio 2016
Le scienze hanno due estremità che si toccano
Altrimenti non riesco a capirlo
Ho provato disperazione per molti anni, soprattutto nella mia giovinezza. Da giovane ero molto più infelice di oggi. (...) In gioventù sono stato veramente disperato, ed è stato interessante per me vedere se fossi riuscito a sopportare questa disperazione. Poiché probabilmente l'uomo non può farcela, in ogni caso è molto difficile. La continua disperazione è la cosa peggiore che un uomo possa sperimentare. Non c'è alcun dubbio. Ma la vita si difende. E infatti ho visto che potevo sopportare la disperazione, perché in me si celava una grande vitalità. Altrimenti non riesco a capirlo.
(Emil Cioran)
sabato 14 maggio 2016
Mi troverei molto male
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...il senso puro dell'essere attraverso le palpebre chiuse
Ma qui m'interessa quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l'uomo, ignudo, solo, inerme, s'avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta - i colori, la densità delle cose, persino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti. Nel sonno, una cosa ci rassicura, ed è il fatto di uscirne, e di uscirne immutati, dato che una proibizione bizzarra c'impedisce di riportare con noi il residuo esatto dei nostri sogni. Ci rassicura altresì il fatto che il sonno ci guarisce dalla stanchezza; ma ce ne guarisce temporaneamente, e mediante il procedimento più radicale riuscendo a fare che non siamo più. Qui, come in altre cose, il piacere e l'arte consistono nell'abbandonarsi deliberatamente a quest'incoscienza felice, nell'accettare di essere sottilmente più deboli, più pesanti, più leggeri, più vaghi dell'esser nostro. Tornerò in seguito sulla popolazione prodigiosa dei sogni: preferisco parlare di certe esperienze di sonno puro, di puro risveglio, che confinano con la morte e la risurrezione. Cerco di riafferrare la sensazione precisa di certi sonni fulminei dell'adolescenza, quando si piombava addormentati sui libri, ancora vestiti, e dalla matematica o al diritto si era trasportati d'un tratto entro un sonno duro e compatto, denso di energie potenziali, tanto che vi si assaporava, per così dire, il senso puro dell'essere attraverso le palpebre chiuse. Evoco i sonni repentini sulla nuda terra, nelle foresta, dopo estenuanti battute di caccia: mi destava l'abbaiare dei cani, o le loro zampe ritte sul mio petto. Era un'eclissi così totale che, ogni volta, avrei potuto ridestarmi diverso, e mi sorprendevo - mi dolevo, a volte - della disposizione rigorosa che mi riconduceva da così lontano nell'angusta particella di umanità che è la mia. In che cosa consistono le caratteristiche alle quali teniamo di più, se contano così poco per chi dorme, e se per un istante, prima di rientrate di malavoglia nel mio guscio di Adriano, giungevo ad assaporare quasi coscientemente quell'uomo vuoto di sé, quell'esistenza senza passato? (...) Ma ci occupiamo tanto poco di un fenomeno che assorbe almeno un terzo dell'esistenza di ognuno di noi perché è necessaria una certa dose di modestia per apprezzarne i doni: Caio Caligola e Aristide il giusto si equivalgono nel sonno. io depongo i miei vani e pomposi privilegi, non mi distinguo più dal guardiano negro che dorme di traverso davanti alla mia porta. Che cos'è l'insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? L'uomo che non dorme - da qualche mese a questa parte ho fin troppe occasioni di constatarlo su me stesso - si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose. Fratello della morte... S'ingannava, Isocrate, e la sua frase non è altro che l'iperbole d'un retore. Comincio a conoscerla, la morte: essa cela altri segreti, ben più estranei alla nostra attuale condizione di uomini. E tuttavia, questi misteri di assenza, di oblio parziale sono così intricati e profondi che avvertiamo distintamente la sorgente chiara e quella oscura confluire chissà dove. Non mi è mai piaciuto guardare le persone che amavo mentre dormivano: si riposavano di me, lo so bene; mi sfuggivano, anche. E non c'è uomo che non provi vergogna del proprio viso, guasto dal sonno. Quante volte, levandomi alle prime ore del mattino per studiare o per leggere, ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati, quelle coperte in disordine, testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il nulla, prove che ogni notte non siamo già più...
(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")
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mercoledì 4 maggio 2016
Je ne connais pas d'autre grace que celle d'etre né
La fede è una virtù naturale mediante la quale accettiamo le verità che Elohim ci rivela attraverso la coscienza. Non conosco altra grazia se non quella di essere nato.
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Le foi est une vertu naturelle par laquelle nous acceptons les vérités qu'Elohim nous révèle par la conscience. Je ne connais pas d'autre grace que celle d'etre né.
(Conte di Lautréamont)
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Vittorio Matteo Corcos
Quasi che, scrivendoti, tu possa vedermi...
- Il Meleto, Venerdì Santo - 17 aprile 1908 - ore 10 ant.
Mi sono alzato tardi quest’oggi; ho riletta la tua cara di ieri; e ho fatto, prima di sedermi a tavolino, una toilette accuratissima, quasi che, scrivendoti, tu possa vedermi la piega dei capelli o la lucentezza delle unghie. E invece quanto mi sei lontana! Nel quadrato della mia finestra si delinea lo stesso paesaggio che ti descrivevo quest’autunno: ma così diverso! Rimpiango la porpora e l’oro di quei giorni, né vale a ricompensarmene il verde tenero diffuso qua e là di nubecole bianche e rosee: un paesaggio... pastonchiano che non mi dice niente. Il tiglio pertinace che ti lodavo quest’autunno – ti ricordi – c’è ancora, ma è stato pulito e decapato (sic!) d’ogni ramaglia: e appare buffo e miserabile... Il cielo è grigio, sempre piovigginoso. Io sono un po’ triste, un po’ amaro, ma non per questo. Sono triste per il distacco necessario (che mi dà però all’anima un senso di liberazione salutare) e sono amaro per la mia completa sterilità lirica. Ieri, l’altro ieri, sono stato ore e ore a tavolino, affastellando rime e pensieri e non facendo un verso passabile... E avrei tanti germi non ispregevoli da svolgere: ma sono di un’abulia metrica desolante. Tenterò, vedrò ancora... Forse è l’idea della gita prossima a Torino che mi distrae ad ogni secondo e mi fa schizzare profili femminei al margine del foglio, o seguire pel cielo nebuloso i guizzi delle primissime rondini... Sto, però, così bene di salute! E ho così appetito! Tanto che sospiro l’ora del pasto come l’ora d’un convegno!... I nostri convegni! – Oimé! Io li penso come sogni già molto lontani e sento che non sono le ore di follia estrema quelle che lasciano sull’anima la traccia più duratura... Ma tutto si fa buono e dolce nel passato, anche gl’istanti che ci parvero brutali ed aspri. Dici bene, dobbiamo vederci un’altra volta, saggiamente e fraternamente, prima del tuo viaggio a Roma. Sia dunque pel 22. Il 21 mattina io sono a Torino: per ultimi accordi indirizza V. Montecuccoli... Ai 22, dunque, con animo impazientissimo!
GUIDO
(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)
venerdì 29 aprile 2016
I Giorni e le Notti
...e amami, se puoi, un poco
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Richard Emil Miller
lunedì 25 aprile 2016
Chi ama il bello finisce per trovarne ovunque
Chi ama il bello finisce per trovarne ovunque, come un filone d'oro che scorre anche nella ganga più ignobile, e quando ha tra le mani questi mirabili frammenti, anche se insudiciati e imperfetti, prova il piacere raro dell'intenditore che è il solo a collezionare ceramiche ritenute comuni.
(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")
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Ho troppa sete di te per saziarmi delle tue parole amare
- Mattino di lunedì 30 marzo (1908)
Caro Amico,
vi pensavo più buono di quanto vi dimostrate. Credevo di meritare almeno una parola di risposta se vi pareva troppa concessione accordarmi una visita come vi chiedevo. Un’amicizia come la nostra non deve morire così fra la vostra indifferenza inerte e la mia esasperata tristezza. Perché io non credo possibile per Voi e per me una fedeltà che resista alle lontananze e agli oblii. Siamo entrambi troppo egoisti per i culti essenzialmente spirituali. Mi costringete a mendicare dagli amici vostri le vostre notizie con parola leggera e anima febbrile. Mi costringete a mendicare da Voi una condiscendenza che non dovrebbe esservi grave. E mi è duro, sapete, curvarmi così. Vorrei parlarvi di cosa che non posso affidare a una lettera. V’aspetterò a casa mia mercoledì fra le quattro e le cinque, o, se preferite un luogo aperto, giovedì alle tre e mezza laggiù a’ piedi della collina dove già v’ho atteso una volta soffrendo. Non rispondetemi se vi pesa, ricordate solo ch’io v’aspetterò con intenso desiderio, e che vi prego di venire.
Stamane io scrivevo questo mentre tu forse aggiungevi per me tristezza a tristezza nelle otto pagine della tua lettera. Non distruggo e non disdico il mio biglietto. Ho troppa sete di te per saziarmi delle tue parole amare. Non è vero ch’io abbia cose segrete a dirti, era una menzogna per indurti a venire. Porta pure con te la tua ambizione, la tua freddezza, la diffidenza che hai verso di me. Sarà meglio, forse mi guarirai; ma non inasprire ancora il mio male con un rifiuto. Se anche non mi ami perché vuoi ch’io ti perda? Perché vuoi farmi sentire così nera così crudele la mia solitudine, così completo il mio isolamento? Ah! la gloria, Guido, come ne sogghigno! Io non so come tu possa amare sognare darti a una così vacua cosa. Io voglio più bene a te che alla gloria, quella non mi farà mai piangere né aspettare in ansia.
A.
(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)
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martedì 19 aprile 2016
...be not afraid of greatness
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A Backward Glance
Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità
- 30 marzo 1908
Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia. E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti... Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno. Penso a tante cose, sopra tutto, avvenire; e penso anche a te, con molta tenerezza e con molta serenità. Sento in fondo all'anima una specie di fiera tristezza, per aver saputo essere crudele con me e forse - perdonami - anche un po’ con te... Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. E quale felicità, Amica mia! Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni! Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile. Io non vedrò le tue vesti nuove. Sarò lontano, solo, con la mia ambizione taciturna: una compagna ben più crudele della tua malinconia... Perché non confessartelo, mia buona sorella? L’ambizione da qualche tempo mi artiglia in un modo atroce. Non sento non vedo non godo non soffro di altro. Come puoi tu, che pure hai tra le mani i germi di mille speranze e segni la stessa mia via, come puoi rivolgere ancora le forze della tua giovinezza verso altri destini? Per me, camminando diritto, con l’occhio fisso alla mia meta lontana (o quanto!) tutto è secondario e trascurabile: gioie e dolori: tutto, perfino la tua bellezza sulla quale mi sono chinato un istante, come su un fiore, al margine del sentiero, ma dalla quale mi separo tosto, perché arresterebbe di troppo il mio passo tranquillo... Ah! Se io potessi darti una parte soltanto di questo mio orgoglio latente, anche il dolore che tu dici di avere in te impallidirebbe e l’amore ti apparirebbe qual è: un inganno della giovinezza e un episodio trascurabile in un destino come il mio e come il tuo. E mai come in questi tempi che tale smania mi fa soffrire, ho avuto tanto disprezzo per le mie attitudini artistiche e ho tanto sentita la necessità di affinarle con lo studio, con la meditazione, col silenzio. Tu hai ancora l’avidità di cogliere fiori e di godere l’ora che passa: per me anche la lusinga del piacere mi è intollerabile come un ostacolo sul mio sentiero. Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! Ma hai degli occhi luminosi ed una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque... Ho rilette queste sei pagine, amica mia: oimé! Parlo, parlo, e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami! Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai. E non t’avrei amata nemmeno restando qui, pur sotto il fascino quotidiano della tua persona magnifica; no: avrei goduto per qualche mese di quella piacevole vanità estetico-sentimentale che dà l’avere al proprio fianco una donna elegante ed ambita. Non altro. Già altre volte t’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo... Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch'io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo. E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco. Partirei pur non dovendo partire. Invece il Destino è propizio: m’impone l’esiglio anche per altre cause ch’io tolgo a pretesto. Rivederci? a che scopo? Un colloquio di più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe forse) alla fraterna benevolenza che noi dobbiamo portare l’uno dell’altro.
Addio, mia buona amica!
Ti bacio. GUIDO G.
(Guido Gozzano, Lettera ad Amalia Guglielminetti)
sabato 9 aprile 2016
...come se fossero gioielli o pietre preziose
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