giovedì 10 dicembre 2015

Mondo splendido

Sempre e poi sempre, o vecchio o giovane torno a
avvertire:
una montagna notturna e al balcone una donna
silenziosa,
bianca una strada al chiaro di luna in lieve pendio
e ciò mi lacera il cuore nel petto atterrito di
struggimento.

O mondo ardente, o tu chiara donna al balcone,
cane che abbai nella valle, treno lontano che passi,
come mentite, come atroci ingannate me ancora,
e pur tuttavia voi siete sempre il mio sogno e
delirio più dolce.

Spesso ho tentato la strada per la tremenda
"realtà"
dove hanno valore mode, assessori, leggi, e denaro,
ma solitario mi sono involato, deluso e liberato,
verso là dove sogno e beata follia zampilla.

Afoso vento notturno negli alberi, scura zigana,
mondo ricolmo di nostalgia pazza e profumo di poesia,
mondo splendente, di cui sono schiavo eternamente,
dove a me guizzano i tuoi bagliori, dove riecheggia
per me la tua voce.


(Hermann Hesse)

martedì 8 dicembre 2015

Il cacciatore

Il cacciatore sui monti bracca tutte le lepri
e cerca le impronte, in mezzo alla neve e alla brina,
di tutte le gazzelle, Epicide. Ma se gli dicono
"guarda, una bestia ferita", quella non la cattura.
Così è il mio amore: sa inseguire chi fugge,
sorvola su chi giace disteso davanti.


(Callimaco)

Madonna and Child


venerdì 4 dicembre 2015

Chi sono?

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
"follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
"malinconia".
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
"nostalgia".
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.


(Aldo Palazzeschi)

giovedì 3 dicembre 2015

Quadro

I miei pensieri somigliano stasera
a quest’acqua bambina
che corre a passettini d’argento
dietro tutte le barche.
L’ombra del promontorio,
sul bianco mare,
- bassa nota rauca
in questa sviolinata crepuscolare -
ha il colore abbrunato di un rimorso;
ma, sulla punta,
- nitido come uno squillo battagliero -
l'ansito del faro palpita,
anelando al largo.


(Antonia Pozzi - 12 giugno 1929)

Nevai

Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce -
Traversai laghi morti - ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere -
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite -
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta -
io fui sui monti
come un irto fiore -
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento -
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue -


(Antonia Pozzi - 1 febbraio 1934)

lunedì 30 novembre 2015

Troppa anima!

- Cesonia: (...) Come tutti gli esseri senz’anima, non potete sopportare chi ne ha troppa. La gente sana detesta i malati. Chi è felice non può vedere chi soffre. Troppa anima! Che seccatura, no? Allora si preferisce chiamarla malattia: e tutti sono in regola, contenti.


(Albert Camus; "Caligola")

domenica 29 novembre 2015

Vagando nella sera

Sulla strada polverosa, a tarda sera me ne vado,
ombre di muri cadono oblique,
e tra i sarmenti vedo la luce
della luna su sentiero e ruscello.

Canzoni che un tempo ho cantato
riprendo a intonare sommessamente,
di innumerevoli viaggi errabondi
ombre si incrociano sulla mia via.

Vento e neve e vampa assolata
di molti anni risuonano a me,
notti d'estate e azzurri bagliori,
tempesta e di viaggi asperità.

Cotto dal sole ed imbevuto
dalla pienezza di questo mondo
più oltre ancora mi sento attratto
finché il mio cammino sprofondi nel buio.


(Hermann Hesse)

sabato 28 novembre 2015

E vogliatemi bene, così


-Torino, 14 novembre 1907

Mio caro Guido,
la vostra telepatia che credete così fine s’inganna e vi inganna. Io non ho forse mai pensato tanto a Voi come in questi giorni che per analogia di date mi facevano rivivere le ore del nostro primo incontro. Io piuttosto dubitavo di Voi così a lungo taciturno, sognante in solitudine e in oblio. Che buona cosa è la solitudine che godete Voi fra la natura e il sogno: l’uno che tortura l’altra che blandisce, dolci entrambi alla vostra anima pensosa. È triste invece la mia, la solitudine fra la gente così vicina e così lontana da me, e fra cui è necessario ch'io sia, sempre e dovunque, "quella che va sola". C’è pure, è vero, un’altera dolcezza in questa malinconia ma è una dolcezza amara che fa piangere un poco quando non c’è nessuno che vede. (...) Io sono già al ventiduesimo capitoletto delle mie Seduzioni che mi sembrano ogni giorno meno seducenti. Beato Voi che possedete il dono dell’autocritica! Io mi smarrisco così facilmente tra le perplessità e i dubbi da soffrirne persino incubi notturni. Qualche volta un verso mi tortura durante il sonno in modo da togliermi ogni beneficio di riposo. Mi sveglio affaticata come se avessi ascoltato una conferenza dantesca di Isidoro del Lungo. Le terzine - otto, per due endecasillabi - che mandai a Francesco Chiesa furono da lui giudicate "versi bellissimi, così ben martellati, saldi e snelli"; ma ciò malgrado sono tentata di non lasciarglieli più pubblicare. Mi sembra troppo presto e troppo pretensioso per un lavoro ancora incompiuto. Che ne dite? Una curiosità: la vetrina dell’orafo dinanzi alla quale io rimasi mezz'ora incantata e le cui gemme volli incastonare in quelle mie terzine, fu la stessa sera assalita e svaligiata dai ladri. Vi prego di non denunziarmi all'autorità. Ma è strano: le cose belle attirano i poeti e i ladri. (...) Vedete che anch'io vi parlo di letteratura (passatemi il francesismo) e letterati con uno zelo commovente. Forse tutto questo non vi interessa che ben poco, pure non vorrei parlarvi d’altro perché sono in collera con Voi "calcolatore freddissimo". Cinque giorni, Amico mio, sono ben pochi e ben brevi, e una visita sola è quasi nulla per la nostra amicizia. L’autunno è bello anche a Torino e in certi viali gialli e rossi e verdi si passeggia su le foglie secche e fruscianti come in un sentiero di campagna. Io me li godo, sapete, tutta sola in qualche crepuscolo pallido che infiltra fra la ramaglia un po’ d’oro scolorito e un po’ di rosa vecchio, e penso talvolta con desiderio a un compagno ideale, come Voi, col quale scambiare qualche parola rara fra i passi lenti. E vi rivolgo idealmente una domanda qualsiasi su una pianta, su una nube, su gli occhi di un bimbo che passa per il piacere sottile d'imaginare la vostra risposta, d’indovinarla fra le molte che mi si presentano al pensiero. (...) Non mi sfuggite, Guido, non abbiate paura di me, io non voglio farvi del male. Sarete qui il venticinque? Venite da me il ventisei, senza indugio, portandomi ancora un poco della pura grazia del vostro tiglio verde, e della sua viva freschezza dentro gli occhi e dentro il cuore. Addio, scrivetemi che verrete, non ancora per il viatico della partenza, ma per una comunione d’anime unite in desiderio di serenità e di bene.

E vogliatemi bene, così.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

martedì 24 novembre 2015

Pasturo, estate 1938

(...) di queste montagne consuete,  il sole abbagliante di lassù mi appare come specchiato in un lago placido, piano. Le cose si fanno ricordi, l'amore delle cose nostalgia. Ma è una nostalgia che ha in sé tanta pace: proprio la pace che è nel cuore di chi sta su di una riva e vede il cielo riflesso nell'acqua mite. Sto tanto bene qui: è la casa della mia prima infanzia. E in questa casa ho cominciato a meditare e soffrire. Qui, in questa solitudine di ogni ora, vengono le anime chiare, dei vivi e dei Morti, e la popolano di presenze silenziose. E forse è proprio l'essere qui, in questo raccoglimento di cella che mi riconduce alla più vera me stessa, che ha fatto risalire sulle mie labbra il Suo nome e mi ha dato la forza di spezzare il greve silenzio per tornare a Lei. Tante immagini risorgono, con la dolcezza suasiva del sogno: rivivo una lontana sera, l'assorto silenzio Suo e mio nel vocìo confuso di tante persone ignote; rivedo le sue mani, nel gesto rapido con cui mi donarono alcuni dei Suoi versi più belli - si rammenta? - 

"ed esser vorrei - di un grand'albero - 
in una oscura sera - la più profonda - radice..."

Come una radice profonda, su dalla terra segreta dell'anima, risale fino ai miei occhi la luce pensosa dei Suoi occhi. E domandarle perdono del mio silenzio cattivo, non oso più, Tullio. Ma ecco, vorrei stringerLe con tanta devozione, le mani e chiederLe (se Lei ancora si ricorda di me, se non le sembra di dover cancellare dalla Sua memoria il mio nome) chiederLe, umilmente, fervidamente, di non ricambiare il mio silenzio, con un altro silenzio, di non togliermi la Sua amicizia e la Sua parola. Posso sperare, posso sognare, Tullio, di averLa ritrovata?

Con tanto affetto, con tanta devozione fedele.

La sua Antonia Pozzi


(Antonia Pozzi, lettera a Tullio Gadenz)

Sono andata a guardare le stelle

Sono andata a guardare le stelle ma non sono potuta arrivare alla giusta sensazione di stupore (ci riesco benissimo in certi momenti) perché Leonard ha detto: "Rientra ora. È troppo freddo fuori".


(Virginia Woolf - 5 Settembre 1926)

domenica 22 novembre 2015

Il Cervello - è più esteso del Cielo -

Il Cervello - è più esteso del Cielo -
Perché - mettili fianco a fianco -
L'uno l'altro conterrà
Con facilità - e Te - in aggiunta -

Il Cervello è più profondo del mare -
Perché - tienili - Azzurro contro Azzurro -
L'uno l'altro assorbirà -
Come le Spugne - i Secchi - assorbono -

Il Cervello ha giusto il peso di Dio -
Perché - Soppesali - Libbra per Libbra -
Ed essi differiranno - se differiranno -
Come la Sillaba dal Suono -

-----

The Brain - is wider than the Sky -
For - put them side by side -
The one the other will contain
With ease - and You - beside -

The Brain is deeper than the sea -
For - hold them - Blue to Blue -
The one the other will absorb -
As Sponges - Buckets - do -

The Brain is just the weight of God -
For - Heft them - Pound for Pound -
And they will differ - if they do -
As Syllable from Sound -


(Emily Dickinson)

The Return Home


venerdì 20 novembre 2015

Pensando, mi sono creato eco e abisso

Pensando, mi sono creato eco e abisso. Approfondendomi, mi sono moltiplicato. Il più piccolo episodio - un'alterazione della luce, il cadere contorto di una foglia secca, il petalo che si stacca ingiallito, la voce dall'altra parte del muro o i passi di chi pronuncia quella voce insieme ai passi di chi la deve ascoltare, il portone socchiuso della vecchia tenuta, il patio che si apre con un arco sulle case strette sotto il chiarore della luna - tutte queste cose, che non mi appartengono, imprigionano con corde di risonanza e di nostalgia la mia meditazione sensitiva. In ognuna di codeste sensazioni sono altro, mi rinnovo dolorosamente in ogni impressione indefinita. Vivo di impressioni che non mi appartengono, dissipatore di rinunce, altro nel mio essere io.


(Fernando Pessoa; "Il libro dell'inquietudine")

giovedì 19 novembre 2015

Canonica

(...) Mi sono appoggiato alla fontana ed ho disegnato la casa, con la porta verde, che è la cosa che mi piace maggiormente, e con il campanile dietro. È possibile che abbia fatto la porta più verde di com'è ed abbia allungato il campanile. L'importante è che in questa casa ho trovato, per un quarto d'ora, patria. Per questa casa parrocchiale che ho visto solo da fuori e nella quale non conosco nessuno, un giorno proverò nostalgia come per un vero e proprio paese natale, come per i luoghi nei quali sono stato fanciullo e felice. Perché anche qui, per un quarto d'ora, sono stato fanciullo e sono stato felice.


(Hermann Hesse)