martedì 24 novembre 2015

Pasturo, estate 1938

(...) di queste montagne consuete,  il sole abbagliante di lassù
mi appare come specchiato in un lago placido, piano.
Le cose si fanno ricordi,
l'amore delle cose nostalgia.
Ma è una nostalgia che ha in sé tanta pace:
proprio la pace che è nel cuore di chi sta su di una riva
e vede il cielo riflesso nell'acqua mite.
Sto tanto bene qui:
è la casa della mia prima infanzia.
E in questa casa ho cominciato a meditare e soffrire.
Qui, in questa solitudine di ogni ora,
vengono le anime chiare, dei vivi e dei Morti,
e la popolano di presenze silenziose.
E forse è proprio l'essere qui,
in questo raccoglimento di cella che mi riconduce alla più vera me stessa,
che ha fatto risalire sulle mie labbra il Suo nome
e mi ha dato la forza di spezzare il greve silenzio per tornare a Lei.
Tante immagini risorgono, con la dolcezza suasiva del sogno:
rivivo una lontana sera, l'assorto silenzio Suo e mio
nel vocìo confuso di tante persone ignote;
rivedo le sue mani, nel gesto rapido con cui
mi donarono alcuni dei Suoi versi più belli
- si rammenta? - 

"ed esser vorrei - di un grand'albero - 
in una oscura sera - la più profonda - radice..."

Come una radice profonda, su dalla terra segreta dell'anima,
risale fino ai miei occhi la luce pensosa dei Suoi occhi.
E domandarle perdono del mio silenzio cattivo,
non oso più, Tullio.
Ma ecco, vorrei stringerLe con tanta devozione, le mani
e chiederLe (se Lei ancora si ricorda di me,
se non le sembra di dover cancellare dalla Sua memoria il mio nome)
chiederLe, umilmente, fervidamente,
di non ricambiare il mio silenzio,
con un altro silenzio,
di non togliermi la Sua amicizia e la Sua parola.
Posso sperare, posso sognare, Tullio,
di averLa ritrovata?

Con tanto affetto, con tanta devozione fedele.

La sua Antonia Pozzi


(Antonia Pozzi, lettera a Tullio Gadenz)

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