martedì 16 gennaio 2018

È stato molto tempo fa

È stato molto tempo fa, e ora
non so più nulla di lei che una volta
era tutto.
Ma tutto
passa.
 
 
(Bertolt Brecht, 1920)

Le Poesie

Son simili a finestre istoriate
le Poesie: finestre che, guardate
da la piazza a la chiesa, apron sui muri
una fila di buchi nudi e scuri.
E le guarda così la buona gente,
e dice poi che non ci vede niente.
Ma su, una volta alfine, penetrate
per la porta nel tempio, e là guardate!
Ecco, figure e scene, e cielo e mare,
tutto nei vetri luminoso appare.
Creature di Dio, semplici e liete,
gli occhi allegrate e l'anima pascete!
 
 
(Wolfgang Goethe)

sabato 13 gennaio 2018

...involontariamente chiamai questa visione preghiera

Là mi penetrarono l'anima gli occhi della Regina celeste che scendeva dal cielo con il Bambino eterno. C'era in essi la smisurata forza della purezza e del sacrificio accettato con preveggenza, la conoscenza della sofferenza e la disponibilità ad offrirsi volontariamente, e quella reale disposizione al sacrificio si vedeva negli occhi, non infantili, del Bambino.
(...) Non era un'emozione estetica, era un incontro, una nuova conoscenza, un miracolo. Io (allora marxista) involontariamente chiamai questa visione preghiera.
 
 
(Michail Bulgakov)

Ma che cos'è essere uomo?

La mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo dell'inconscio tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentano se stessa come totalità. Non posso usare un linguaggio scientifico per delineare il procedere di questo sviluppo in me stesso, perché non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico. Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l'uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola. Ecco perché, a ottantatré anni, mi sono accinto a narrare il mio mito personale. Posso fare solo dichiarazioni immediate, soltanto "raccontare delle storie"; e il problema non è quello di stabilire se esse siano o no vere, poiché l'unica domanda da porre è se ciò che racconto è la mia favola, la mia verità.

Un'autobiografia è tanto difficile a scriversi per il fatto che non abbiamo misure oggettive, né fondamenti oggettivi, per giudicare noi stessi. Non vi sono termini di confronto veramente adatti. So di non essere simile agli altri in molte cose, ma non so veramente a che cosa somiglio. L'uomo non può paragonarsi con alcun'altra creatura: non è una scimmia, né una mucca, né un albero. Io sono un uomo. Ma che cos'è essere uomo? Come ogni altro essere anch'io sono un frammento dell'infinita divinità, ma non posso paragonarmi con nessun animale, nessuna pianta, nessuna pietra. Forse che solo un essere mitico ha una posizione più elevata di quella dell'uomo? Dal momento che l'uomo non ha una base di sostegno per osservarsi, come può allora formarsi un'opinione definitiva di se stesso? Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente. Di conseguenza, non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solamente di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute. La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare; e quando essa era a quel punto, era già molto complessa. Noi non sappiamo dove tende la vita: perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente. La vita umana è un esperimento di esito incerto. È un fenomeno grandioso solo in termini quantitativi. Individualmente, è così fugace, così insufficiente, da doversi letteralmente considerare un miracolo che qualcosa possa esistere e svilupparsi. Fui colpito da questo fatto tanto tempo fa, quando ero un giovane studente di medicina, e mi sembra sempre miracoloso di non venir annientato prematuramente. La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma: la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un'estate, e poi appassisce, apparizione effimera. Quando riflettiamo sull'incessante sorgere e decadere della vita e delle civiltà, non possiamo sottrarci a un'impressione di assoluta nullità: ma io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura. In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo  imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni. Questi costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita. Tutti gli altri ricordi di viaggi, di persone, di ambienti che ho frequentati sono impalliditi di fronte a queste vicende interiori. Molti hanno preso parte alla storia del nostro tempo o ne hanno scritto: e se il lettore se ne interessa, farà meglio a rivolgersi a queste fonti. Il ricordo dei fatti esteriori della mia vita si è in gran parte sbiadito, o è svanito del tutto: ma i miei incontri con l'"altra" realtà, gli incontri con l'inconscio, si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria. In questo campo vi è stata sempre esuberanza e ricchezza, e ogni altra cosa al confronto ha perduto importanza. In modo analogo, altre persone si sono stabilite permanentemente tra i miei ricordi, solo però in quanto i loro nomi sono stati scritti nel libro del mio destino da tempo immemorabile, e imbattermi in essi fu al tempo stesso una sorta di ricordo. Anche le cose che mi venivano incontro, dall'esterno, nella mia giovinezza, o più tardi, portavano l'impronta dell'esperienza interiore. Presto sono giunto alla convinzione che, senza una risposta e una soluzione dall'interno, le vicende e le complicazioni della vita, alla fin fine significano poco. Le circostanze esterne non possono sostituire le esperienze interiori: perciò la mia vita è stata particolarmente povera di eventi esteriori. Di questi non posso dire molto e, se lo facessi, avrei l'impressione di fare una cosa vana e inconsistente. Posso comprendere me  stesso solo nei termini delle vicende interiori: sono queste che hanno caratterizzato la mia vita, e di queste tratta la mia "autobiografia".
 
 
(Carl Gustav Jung; "Ricordi, sogni, riflessioni")

lunedì 25 dicembre 2017

Mi sento alla vigilia di qualche strenua avventura

- Giovedì 28 marzo 1929
 
Mi sento alla vigilia di qualche strenua avventura: si, come se questa giornata di primavera fosse il dischiudersi, il portale, la soglia che varcherò per lanciarmi in una nuova esperienza. Perciò quando mi sveglio presto scaccio i miei terrori dicendo a me stessa che avrò bisogno di molto coraggio...
 
 
(Virginia Woolf; "Diari")

...quella che chiamo "realtà"

- Lunedì 10 settembre 1928
 
Questa è stata un'estate animatissima: un'estate vissuta quasi troppo in pubblico. Spesso qui sono entrata in un santuario, un convento, un ritiro religioso; con grande angoscia una volta, e sempre un po' di terrore: si ha tanta paura della solitudine; di vedere fino in fondo alla coppa. Quella è una delle esperienze che ho fatto qui a volte in agosto; e sono arrivata a una consapevolezza di quella che chiamo "realtà": una cosa che vedo di fronte a me; qualcosa di astratto, ma che risiede nelle colline o nel cielo; rispetto alla quale nulla conta; nella quale io riposerò e continuerò a esistere. La chiamo realtà. E immagino talvolta che questa sia la cosa che mi è più necessaria: quella che cerco. Ma chissà - una volta presa la penna per scrivere? Come è difficile non cercar di fare della realtà questa o quella cosa, mentre è una cosa sola. Questo è forse il mio dono; questo è forse ciò che mi distingue dagli altri; penso che possa essere raro avere una sensazione così acuta di qualcosa di simile - ma, ancora una volta, chissà? 
 
 
(Virginia Woolf; "Diari)

Adorazione del Bambino

 

lunedì 11 dicembre 2017

amare amabam

Nondum amabam, et amare amabam...
quaerebam quid amarem, amans amare.
 
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Non amavo ancora, tuttavia amavo amare... 
cercavo qualcosa da amare, amando amare. 
 
 
(Sant'Agostino; "Confessioni")

Questa idea mi piaceva... Esser solo, senza beni, senza prestigio

Il vasto paese che si estende tra le bocche del Danubio e quelle del Boristene, un triangolo del quale ho percorso almeno due lati, vanta alcune tra le regioni più sorprendenti del mondo, almeno per noi, nati sulle rive del Mare Interno, avvezzi ai paesaggi nitidi e aridi del Sud, alle colline, alle penisole. Laggiù, m'è accaduto di adorare la dea Terra, come qui adoriamo la dea Roma; e non parlo tanto di Cerere, quanto d'una divinità più antica, anteriore persino alla scoperta delle messi. Il nostro suolo greco o latino, sostenuto ovunque dall'ossatura delle rocce, ha l'eleganza schietta d'un corpo virile: la terra scita aveva l'opulenza un po' greve d'un corpo riverso di donna. La pianura si confondeva con il cielo. Non finivo mai di stupirmi di fronte al miracolo dei fiumi: quella vasta terra vuota rappresentava soltanto un declivio e un alveo. I corsi d'acqua da noi sono brevi: non ci si sente mai lontano dalle sorgenti. Ma quel flusso enorme che sfociava in estuari intricati trascinava il fango di un continente sconosciuto, i ghiacci di regioni inabitabili. (...) Vi erano giorni in cui la neve, sulla steppa, cancellava tutti i contorni, già appena discernibili; si galoppava in un mondo di spazio puro, di atomi puri. Il gelo donava alle cose più banali, alle più molli, una trasparenza, e nello stesso tempo una durezza celeste. (...) Quante volte, in primavera, quando il disgelo mi consentì di avventurarmi nelle regioni dell'interno, m'è accaduto di volgere le spalle all'orizzonte del Sud, che racchiudeva i mari e le isole note, a quello dell'Occidente, ove in qualche posto il sole tramontava su Roma, e di sognare d'inoltrarmi in quelle steppe, oltrepassare i contrafforti del Caucaso, verso nord o verso gli estremi confini dell'Asia. Quali climi, quale fauna, quali razze d'uomini avrei scoperto, quali imperi, ignari di noi come noi di loro, o tutt'al più informati della nostra esistenza grazie a qualche mercanzia, giunta loro attraverso lunghe serie di mercanti, rara per essi quanto lo è per noi il pepe dell'India, il chicco d'ambra delle regioni baltiche? A Odessos, un mercante tornato da un viaggio di vari anni in quei luoghi mi donò una pietra verde, quasi diafana, che pare sia considerata sacra in un regno immenso di cui egli solo aveva costeggiato i confini, e di cui quell'individuo, inteso solo al suo profitto, non aveva osservato i costumi né gli dèi. Quella gemma bizzarra fece su me la stessa impressione d'una pietra caduta dal cielo, una meteora d'un altro mondo. Conosciamo ancora piuttosto male la configurazione della terra; e non capisco come ci si rassegni a tale ignoranza. Invidio coloro che riusciranno a compiere il giro dei duecentocinquantamila stadi greci calcolati così bene da Eratostene, percorrendo i quali ci si ritroverebbe al punto di partenza. M'immaginavo nell'atto di prendere semplicemente la decisione di continuare a camminare davanti a me, sulla pista che ormai sostituiva le nostre strade. Questa idea mi piaceva... Esser solo, senza beni, senza prestigio, senza alcuno dei benefici d'una qualsiasi cultura, tra uomini nuovi, nel cuore di mondi vergini... Va da sé che era solo un sogno, il più breve di tutti. Quella libertà che inventavo non esisteva che nella mia fantasia: presto, mi sarei creato di nuovo tutto quello a cui avrei rinunciato. Dappertutto non sarei stato altro che un romano in esilio: una specie di cordone ombelicale mi legava all'Urbe. Forse, in quegli anni, al rango di tribuno, mi sentivo legato all'impero più strettamente di quel che non lo sia oggi, da imperatore, per la stessa ragione che le ossa del polso sono meno libere del cervello. Ciò nonostante, quel sogno mostruoso, che avrebbe fatto fremere i nostri avi, saggiamente confinati nella loro terra del Lazio, io l'ho fatto, e l'averlo avuto solo un istante mi rende diverso da essi per sempre. 


(Marguerite Yourcenar; "Memorie di Adriano")

domenica 10 dicembre 2017

...ci vuole un ampio spazio per una cosa così grande

Cosa grande e vasta è la saggezza, ha bisogno di avere libero il campo; oggetto di apprendimento devono essere il divino e l'umano, il passato e il futuro, il transeunte e l'eterno, il tempo. In relazione a quest'ultima entità considera quante nozioni si richiedono: anzitutto se il tempo sia qualcosa di per se stesso, poi se esista qualcosa prima del tempo e senza il tempo; se il tempo sia cominciato con l'universo o se, qualora sia esistito qualcosa prima dell'universo, allora sia esistito anche il tempo. Innumerevoli questioni hanno per oggetto soltanto l'anima: da dove proviene, qual è la sua natura, quando comincia a esistere, quanto a lungo dura la sua esistenza, se passi da un luogo a un altro e muti i suoi domicili, trasferita in successione da una forma di essere animato a un'altra, o se non svolga le sue funzioni più di una volta e, rimessa in libertà, non erri nel gran tutto dell'universo; se abbia consistenza corporea, che cosa sia destinata a fare dopo aver cessato di fare qualcosa per il nostro tramite, come utilizzerà la sua libertà una volta fuggita da questo carcere; se si dimenticherà di tutto il suo passato e comincerà a prendere nozione di sé dal momento in cui, staccatasi dal corpo, si sia ritirata nelle sfere superne. Qualunque parte dell'umano e del divino tu abbia abbracciato, sarai fiaccato dalla mole enorme di cose che devono essere indagate e apprese. Affinché questi problemi così numerosi, così importanti possano trovare libera ospitalità, è indispensabile eliminare dall'animo tutto ciò che è superfluo. La virtù non si acconcerà entro questi angusti confini: ci vuole un ampio spazio per una cosa così grande. Si elimini tutto il resto, il nostro cuore sia interamente libero per lei sola.
 
 
(Seneca; "Lettere a Lucilio")

E una sola cosa, su tutto, splende: la pace mia interiore

Guardando in faccia la vita e la morte, non le temo, forse le amo entrambe. In cielo e in terra, un perenne passaggio. E tutto si sovrappone, si confonde, e una sola cosa, su tutto, splende: la pace mia interiore, la mia sensazione costante d'essere nell'ordine, di potere in qualunque istante chiudere senza rimorso gli occhi per l'ultima volta. In pace con me stessa.
 
 
(Sibilla Aleramo; "Una donna")

venerdì 8 dicembre 2017

Adattarsi ai sentimenti umani comuni

- Domenica 16 febbraio 1930

Ecco quel che riassume Byron... Una gamma più vasta degli altri poeti; se solo fosse riuscito a dare ordine al tutto. Avrebbe potuto essere un romanziere.
(...) La verità potrebbe essere che se uno è caricato a un voltaggio così alto non riesce ad adattarsi ai sentimenti umani comuni; deve posare; fare il rapsodo; non si adatta a niente. Nel Registro della Locanda scrisse di avere 100 anni. Ed è vero, se si misura la vita in base ai sentimenti. 


(Virginia Woolf; "Diari")

Non ho fatto che leggere

- Domenica 8 dicembre 1929

Non ho fatto che leggere e ho finito direi una pila alta tre piedi di manoscritti letti anche con attenzione; molti di essi al limite, e sui quali dovevo riflettere. Ora, liberata da questo peso, posso cominciare a leggere gli elisabettiani - quelli poco noti che io, ignorante come sono, non ho mai sentiti nominare, Puttenham, Webb, Harvey. Questo pensiero mi riempie di gioia - e non esagero. Incominciare a leggere con una penna in mano, scoprire, avventarsi su qualcosa, pensare a una teoria quando il terreno è inesplorato, resta una delle mie grandi emozioni.


(Virginia Woolf; "Diari")

giovedì 30 novembre 2017

E non c'è nessuno che mi possa fare veramente del male

I domini dell'anima e dello spirito sono tanto vasti e infiniti che un po' di disagio fisico e di dolore non ha troppa importanza, io non ho la sensazione di essere privata della mia libertà e non c'è nessuno che mi possa fare veramente del male.
 
 
(Etty Hillesum)

...misura l'animo umano, dimmi quanto è grande

Omero era un filosofo (...) Infatti, ora fanno di lui uno stoico, cioè un uomo che approva soltanto la virtù e rifugge i piaceri e che non si allontana dall'ideale dell'onestà neppure in cambio dell'immortalità, ora un epicureo, che apprezza la condizione di una città pacifica e che trascorre la vita tra banchetti e canti, ora un peripatetico, che ammette tre generi di beni, ora un seguace dell'Accademia, il quale afferma che tutto è incertezza. È evidente che nessuna di queste dottrine sussiste in lui, perché ci sono tutte, ma esse si escludono a vicenda. Concediamo pure a loro che Omero fosse un filosofo; in questo caso non c'è dubbio che egli divenne saggio prima di avere alcuna nozione di poesia. Cerchiamo dunque di apprendere ciò che rese Omero un filosofo. A mio parere, ricercare se sia vissuto prima Omero o Esiodo attiene al nostro problema non più di quanto interessi sapere perché mai Ecuba, pur essendo più giovane di Elena, portasse tanto male i propri anni. E allora, dico io, tentare di stabilire l'età di Patroclo e di Achille pensi che abbia qualche importanza? Cerchi in quali terre Ulisse abbia errato invece di fare in modo che noi non cadiamo perennemente in errore? Non ho tempo di stare a sentire se Ulisse fu sbattuto tra l'Italia e la Sicilia o al di là del mondo a noi conosciuto (infatti non avrebbe potuto errare tanto a lungo in uno spazio così angusto): le tempeste dell'animo ci agitano ogni giorno con violenza e la nostra depravazione ci spinge irresistibilmente in tutte le disavventure incontrate da Ulisse. Non manca la bellezza che stimola i nostri occhi; non manca il nemico; da una parte, mostri efferati e ghiotti di sangue umano, dall'altra, insidiosi allettamenti delle orecchie; e ancora ne derivano naufragi e ogni varietà di sventure. Insegnami come amare la patria, mia moglie, mio padre, come navigare anche dopo un naufragio verso quelle mete così nobili. (...) Il geometra mi insegna a misurare i latifondi invece di insegnarmi a misurare quanto basta per l'uomo: mi insegna a fare i conti e predispone le mie dita alla cupidigia invece di insegnarmi che codesti calcoli non servono a nulla, che non è più felice chi ha un patrimonio tale da affaticare una squadra di contabili. Dovrà anzi insegnarmi quanti beni superflui possiede colui che si sentirà infelicissimo, se sarà costretto a calcolare da sé quanto realmente possiede. Che cosa mi giova saper dividere in parti un campicello, se non so dividerlo con mio fratello? Che cosa importa calcolare con precisione i piedi di un iugero e valutare se qualche frazione è sfuggita a una pertica, qualora sia amareggiato da un vicino prepotente, uno che carpisce qualcosa del mio? Mi insegna come non perdere alcuno dei terreni di cui sono legittimo proprietario; ma io voglio imparare a perderli tutti con animo sereno. "Sono cacciato" si dice "dal campo di mio padre e di mio nonno." E allora? Prima di tuo nonno chi lo occupava? Sei in grado di spiegarmi non dico quale uomo, ma quale popolo lo abbia posseduto in origine? Non vi sei entrato come padrone, ma come colono. Colono di chi? Se per te tutto va liscio, del tuo erede. Gli esperti di diritto sostengono che nessun bene pubblico è soggetto a usucapione; ebbene, ciò che possiedi, ciò che definisci tuo, appartiene a tutti e, per essere più precisi, al genere umano. O che arte egregia! Sai misurare i cerchi, trasformi in quadrato qualsiasi figura ti si presenti, determini le distanze fra le costellazioni, non c'è nulla che non cada sotto la tua misura. Se sei un maestro nella tua arte, misura l'animo umano, dimmi quanto è grande, dimmi quanto è piccolo. Sai che cosa è la retta. Bene, ma che ti giova se ignori ciò che sia nella vita la rettitudine? 
 
 
(Seneca; "Lettere a Lucilio")