mercoledì 10 luglio 2013

Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé.

Egregio signore,
la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura. (...) Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna. Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta. Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire. Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere. (...) Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke
Parigi, 17 febbraio 1903

mercoledì 26 giugno 2013

Io credo in questi propositi alati

(...)
In me c'è
chi accarezza la vita dovunque vada,
indietro o in avanti, su nicchie
appartate e su chi mi è inferiore
chinandomi, nessuna persona, nessun
oggetto trascurando, assorbendo tutto
per me e per il mio canto. Buoi che
scuotete il giogo, la catena, o vi
fermate all'ombra delle foglie, cosa
esprimete nei vostri occhi? Più, mi
sembra, di tutti i giornali che ho letto
nella mia vita. Il mio passo atterrisce
l'anatra e il suo maschio durante la
mia lontana passeggiata che dura un
giorno, e si alzano insieme,
lentamente volano in cerchio. Io credo
in questi propositi alati, e riconosco  
che rosso giallo bianco agiscono in
me, e considero intenzionali verde e
viola e il ciuffo coronato, e non dico la
tartaruga indegna perché non
è qualcos'altro, e la ghiandaia nei
boschi non ha mai studiato la scala,
eppure gorgheggia bene per me, e
l'aspetto della puledra baia mi fa
vergognare della mia sciocchezza.


(Walt Whitman)

Dev'esserci qualcosa di insolitamente sacro

Dev'esserci qualcosa di insolitamente sacro nel sale,
se è contenuto
nelle nostre lacrime e nel mare.


(Kahlil Gibran)

domenica 23 giugno 2013

Sii buona con te stessa

Oggi mamma mi ha scritto una lettera di massime utili; dapprima scettica come sempre, ho letto quel che ha colpito nel segno: "Se ti paragoni agli altri, rischi di diventare vanitosa o amara - perché ci saranno sempre persone più o meno importanti di te... Al di là di una sana disciplina, sii buona con te stessa. Sei anche tu una creatura dell'universo come gli alberi e le stelle; hai tutto il diritto di essere qui". Queste parole si sono rivolte pacificamente al mio cuore, come a commentare, gentilmente, la mia vita, i miei giorni.


(Sylvia Plath)

Lettera a un demone

Ieri notte ho provato la sensazione di cui ho letto senza trarne profitto: il flusso di paura nauseante, da annientare l'anima, nel mio sangue, che invertiva il suo corso per rispondere alla sfida della lotta. Non riuscivo a dormire, malgrado fossi stanca, e stavo distesa a sentire il dolore sfiorarmi i nervi e la voce interiore gemere: oh, non riesci a insegnare, non riesci a fare niente. Non riesci a scrivere, a pensare. E giacevo sotto il gelido flusso negativo del rifiuto, a pensare che quella voce era solo mia, parte di me, e che stava cercando di possedermi per poi abbandonarmi in preda alle mie visioni peggiori: avevo avuto la possibilità di combatterla e vincerla giorno per giorno, ma avevo fallito. Non posso ignorare questo io omicida: esiste. Lo subodoro, lo sento, ma non lo chiamerò con il mio nome. Lo svergognerò. Quando dirà: non dormirai, non sai insegnare, andrò avanti lo stesso e gli romperò il naso.
(...) Ho un buon io, che ama i cieli, le colline, le idee, i piatti appetitosi, i colori brillanti. Il mio demone vorrebbe ucciderlo imponendogli di diventare perfetto e spingendolo a darsela a gambe levate se non ci dovesse riuscire. Mi ostinerò a fare del mio meglio, con coscienza, non importa quello che diranno gli altri. Posso imparare a insegnare meglio. Ma solo a forza di tentativi ed errori. La vita è tutta dolorosi tentativi ed errori. Io ho questo demone che vorrebbe vedermi scappare urlando se fossi sul punto di cedere, di fallire. Vuole farmi pensare di essere tanto brava da dover essere perfetta. O niente. Al contrario, io sono qualcosa: una persona che si stanca, che deve combattere la timidezza, che ha moltissimi problemi nell'affrontare il prossimo con disinvoltura. Se supererò quest'anno, ricacciando il demone a calci quando spunta fuori, rendendomi conto che sarò stanca dopo una giornata di lavoro e dopo aver corretto tesine e che è una stanchezza naturale, non qualcosa di cui farneticare nel panico, sarò in grado di guadagnare un centimetro alla volta nella vita, invece di scappare a gambe levate appena fa un po' male. Il demone vorrebbe umiliarmi, spedirmi a piangere in ginocchio davanti al preside del college, al mio direttore di dipartimento, a tutti: guardatemi, povera me, non ce la posso fare. Parlare agli altri delle mie paure le ingigantisce. Esibirò una facciata tranquilla e lo combatterò dietro le mura del mio io, ma non gli offrirò l'investitura sociale di un'apparizione pubblica, con me che intanto scappo per poi arrendermi. Mi manterrò intatta. Ogni giorno registrerò un ostinato passo avanti o un momento significativo. Devo scacciare l'dea insinuante della bestia impaurita dentro di me, elaborato simbolo di fuga, e affrontare le giornate con forza mettendole in riga. Il demone della negazione mi tenterà un giorno dopo l'altro e lo combatterò come qualcosa al di fuori del mio io essenziale, che lotterò per salvare. Ogni giorno mi porterà un nuovo stimolo, sia esso il piacere semplice di osservare il corpicino scattante e peloso di uno scoiattolo, o il contatto nel profondo con l'aria e il colore, o la lettura e la visione di un oggetto sotto una nuova luce; una bella spiegazione o cinque minuti in classe per riscattarne quarantacinque brutti. Combattere attimo per attimo per uscirne. Via da sotto quella nuvola nera che annienterebbe tutto il mio essere con la sua pretesa di perfezione. Io sosterrò la mia piccola smagliatura personale, prendendo la vita con graduale disinvoltura, caparbia all'inizio ma via via più felice. La prima vittoria è stata accettare questo lavoro; la seconda prendere e tuffarmici prima che il mio demone potesse dire di no, perché non ero abbastanza brava; la terza, andare in classe dopo una notte insonne e disperata; la quarta, l'aver affrontato ieri notte il demone, e avergli sputato in un occhio. Basta cedere alla disperazione, lamentarsi, lagnarsi: al dolore si finisce per abituarsi. E fa male. Questo mese finisce il mio primo quarto di secolo, vissuto all'ombra della paura: paura che mi venisse a mancare una qualche perfezione astratta. Ho spesso lottato, lottato e conquistato, non la perfezione, ma l'accettazione del mio diritto di vivere nei miei termini umani, imperfetti. Adesso è ora che mi costruisca dentro, che mi dia spina dorsale, anche se fallisco. Superare quest'anno, non importa se malamente, sarà la mia vittoria più grande. Se svenissi, restassi paralizzata o implorassi balbettando Mr. Hill perché non ce la faccio, probabilmente me la caverei; ma dopo come potrei guardarmi in faccia, vivere? Scrivere e comportarmi come una donna intelligente? Il trauma sarebbe peggiore, anche se la fuga mi appare dolcissima.


(Sylvia Plath - 1°Ottobre 1957)

lunedì 10 giugno 2013

Nascondere, tacere, celare

Nascondere, tacere, celare
sentimenti, sogni.
Nel fondo lasciare che sorgano, tramontino,
come chiare stelle della notte:
osservare, ammirare, tacere.
Un cuore come potrà dire,
un altro capire,
capire di che vivi.
Pensiero espresso è già menzogna,
fonte sommossa è già intorbidita.
Gustarne e tacere.
In se stesso solo vivere
un mondo intero,
pensieri magici, misteriosi:
i rumori di fuori assordano,
i raggi del giorno accecano.
Ascoltare il canto e tacere.



(Fëdor I. Tjutčev)

Un tempo gli alberi avevano occhi

Un tempo gli alberi avevano occhi,
posso giurarlo,
so di certo
che vedevo quando ero albero,
ricordo che mi stupivano
le strane ali degli uccelli
che mi sfrecciavano davanti,
ma se gli uccelli sospettassero
i miei occhi,
questo non lo ricordo più.
Invano ora cerco gli occhi degli alberi.
Forse non li vedo
perché albero non sono più,
o forse sono scivolati lungo le radici
nella terra,
o forse,
chissà,
solo a me m'era parso
e gli alberi sono ciechi da sempre...
Ma allora perché
quando mi avvicino
sento che
mi seguono con gli sguardi,
in un modo che conosco,
perché, quando stormiscono e occhieggiano
con le loro mille palpebre,
ho voglia di gridare -
Che cosa avete visto?...

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Cândva arborii aveau ochi,
Pot să jur,
Ştiu sigur
Că vedeam când eram arbore,
Îmi amintesc că mă mirau
Ciudatele aripi ale păsărilor
Care-mi treceau pe dinainte,
Dar dacă păsările bănuiau
Ochii mei,
Asta nu îmi mai aduc aminte.
Caut zadarnic ochii arborilor acum.
Poate nu-i văd
Pentru că arbore nu mai sunt,
Sau poate-au coborât pe rădăcini
În pământ,
Sau poate,
Cine ştie,
Mi s-a părut numai mie
Şi arborii sunt orbi dintru-nceput...
Dar atunci de ce
Când trec de ei aproape
Simt cum
Mă urmăresc cu privirile,
Într-un fel cunoscut,
De ce, când foşnesc şi clipesc
Din miile lor de pleoape,
Îmi vine să strig -
Ce-aţi văzut?...


(Ana Blandiana)

martedì 4 giugno 2013

Esistono procedimenti magici

Esistono procedimenti magici che aboliscono le distanze di spazio e tempo: le emozioni.


(Simone de Beauvoir)

In queste cadenze fragili

In queste cadenze fragili
che sono i nostri giorni meravigliosi
fatti di pochissime cose
di piccoli conventi di sospiro
questi giorni meravigliosi
dove io nego la presenza anche di Dio
per non sentirmi obbligata ad amarlo.
In questi giorni io vedo il sole
ovunque
ma non posso vedere lui
che è l'unico candore della mia vita.
E poi dietro lui
c'è un altro uomo
più grande,
più severo,
più possente,
un uomo che mi indica
la guarigione dell'anima.
Ma non credo che la mia anima sia malata
se riesce ancora a piangere,
a sorridere,
a varcare le soglie di questa casa.
Gesù,
sei certamente un poderoso mantello,
sei una spiaggia illimitata,
sei un prato che non ha mai agonie,
sei un fiore che si risveglia ogni mattino,
sei un canto,
sei il mio stesso sguardo.
Molti mi guardano negli occhi
e rimangono estatici
perché capiscono che io ti ho visto,
che ti ho sentito,
o che perlomeno qualche volta
ti ho anche tradito.


(Alda Merini)

Weronika


martedì 28 maggio 2013

...in che cosa posso contare su di me?

Invidio - ma non so se è invidia - coloro dei quali si può scrivere una biografia, o che possono scrivere la propria. In questi miei appunti sconnessi, e che non ambiscono ad avere un nesso, racconto con indifferenza la mia autobiografia priva di avvenimenti, la mia storia priva di vita. Sono le mie confessioni, e se in esse non dico niente è perché non ho niente da dire.
(...) Del resto in che cosa posso contare su di me? Un terribile acume delle sensazioni, e la profonda consapevolezza di stare sentendo... Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo...


(Fernando Pessoa; "Il libro dell'inquietudine")

martedì 21 maggio 2013

La mente soppesa e misura

La mente soppesa e misura,
ma è lo spirito che giunge al cuore della vita
e ne abbraccia il segreto;
e il seme dello spirito è immortale.
Il vento può soffiare e placarsi,
e il mare fluire e rifluire:
ma il cuore della vita
è sfera immobile e serena,
e in quel punto rifulge
una stella che è fissa in eterno.



(Kahlil Gibran - جبران خليل جبران)

Questa l'appassionante ricerca

Presi la mia mente, tutto il mio essere, una cosa ormai così scoraggiata, quasi esanime, e li sbattei tra quei resti, pagliuzze, rametti, detestabili rottami di un naufragio, relitti galleggianti, robaccia buttata a mare, che ora galleggiava sulla superficie oleosa. Balzai in piedi. Mi dissi: "Combatti!", "Combatti!", ripetei. È lo sforzo, è la lotta, la guerra perpetua, fare a pezzi e rimetterli insieme - questa è la battaglia quotidiana, che si vinca o si perda, questa l'appassionante ricerca. Gli alberi sparsi si riordinarono; il verde spesso delle foglie si assottigliò fino a diventare luce in movimento. Li raccolsi in una frase che venne improvvisa. Li salvai dall'informe con le parole.


(Virginia Woolf; "Le onde")

La poesia è cosa dolcissima

La poesia è cosa dolcissima,
tale però che sono atti a gustarla
solo rarissimi ingegni d'indole eccelsa
e nobilmente distaccati
da tutte le cose umane...


(Francesco Petrarca)

venerdì 10 maggio 2013

La strada che non presi

Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.

Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.
Ed entrambe quella mattina erano lì, uguali,

con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io -
io presi la meno battuta,
e questo ha fatto tutta la differenza.


(Robert Frost)