mercoledì 24 dicembre 2025

Poi incoronarono Enide

A terza, il giorno di Natale, tutti si trovarono riuniti nella sala. Il cuore di Erec era sopraffatto dalla grande gioia che si stava preparando per lui. Nessuna lingua o bocca d'uomo potrebbe narrare, per quanto bene ne conoscesse l'arte, né un terzo né un quarto e nemmeno un quinto della magnificenza di quell'incoronazione. Pure io voglio accingermi a così grande follia, e sforzarmi di descrivere la cerimonia. E poiché devo, e reputo di poterlo fare, non trascurerò di dirne almeno una parte, nella misura in cui me lo concederà il mio ingegno.
Nella sala erano stati posti due bianchi troni d'avorio, di squisita fattura e di colori sfumati, uguali per lavorazione e dimensioni. Colui che ne era stato l'artefice era invero ingegnoso e sagace, poiché li aveva fabbricati della stessa altezza e lunghezza, e forniti dei medesimi ornamenti sì che, anche a riguardarli da ogni parte, non si sarebbe potuto discernere in uno un particolare che non si trovasse anche nell'altro. Nemmeno un dettaglio era fatto di legno: tutto era d'avorio e di oro fino, e quei troni erano intagliati con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi e le altre due di coccodrilli. Ne aveva fatto omaggio e dono a re Artù e alla regina un cavaliere di nome Bruianz delle Isole. Artù sedette su un trono e fece sedere sull'altro Erec, abbigliato di una veste di seta marezzata. Leggendo nella storia, troviamo la descrizione di quell'abito, e ne prendo a garante Macrobio, che mise ogni cura a scrivere tale racconto e, a dire il vero, lo conosceva bene. Macrobio mi insegnò a descrivere la lavorazione e i disegni di quella veste, così come l'ho trovata nel suo libro.
Quattro fate l'avevano foggiata con grande abilità e arte. L'una vi aveva ritratta Geometria: com'essa osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l'alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Questa era stata l'opera della prima fata.
La seconda si era adoprata a ritrarre Aritmetica, e si era data la pena di mostrare appieno con quale saggezza essa conti i giorni e le ore del tempo e, a goccia a goccia, l'acqua del mare, e poi ogni granello di sabbia, tutte le stelle a una a una, e quante foglie vi sono in un bosco, sì che sa ben dirne tutto il vero: mai un numero la trasse in inganno né mai essa mentirà, poiché vuole bene comprendere ogni cosa. Tale era l'opera di Aritmetica.
La terza figura rappresentava Musica, in cui si accorda ogni diletto: canto e discanto e, senza discordanze, melodie di arpa, di rotta e di viella. Era una creazione di suprema bellezza e, davanti a Musica erano raffigurati tutti gli strumenti e ogni piacere.
La quarta fata, che vi aveva posto mano per ultima, aveva foggiata un'opera mirabile: vi aveva rappresentata la migliore delle arti, Astronomia, che tanti prodigi compie ispirandosi alle stelle, alla luna e al sole; non ricorre a null'altro in ogni contingenza; il cielo le è sì buon consigliere, qualunque cosa gli richieda, che essa può sapere con certezza, senza menzogna né inganno, ciò che fu e ciò che sarà.
Quanto ho descritto era tessuto e ricamato a fili d'oro nella stoffa dell'abito di Erec.
(...) Enide intanto non era ancora giunta a palazzo. Quando il re vide che tardava, ordinò a Galvano che andasse a prenderla. Galvano non esitò a eseguire il comando, e subito si avviò accompagnato dal re Cadualanz e dal generoso sovrano del Galloway. Facevano loro scorta anche Guivret il Piccolo e, dietro, Idiero figlio di Nut. Altri baroni accorsero per accompagnare la dama, tanti che avrebbero potuto sconfiggere un esercito, poiché erano più di un migliaio.
Il cortese Galvano da una parte, e dall'altra il generoso re del Galloway, che l'aveva molto cara perché Erec era suo nipote, condussero a palazzo Enide, che la regina si era adoprata ad agghindare meglio che aveva potuto. Al loro arrivo, subito re Artù corse loro incontro e, con cortesia, fece sedere Enide accanto a Erec, poiché voleva renderle ogni onore. Poi ordinò che fossero tratte dal proprio tesoro due corone d'oro fino e massiccio.
L'ha appena comandato, che subito gli vengono recate le corone, scintillanti dei carbonchi che vi erano incastonati in numero di quattro per ciascuna. Il chiarore della luna è nulla rispetto allo splendore che emanava la più piccola di quelle gemme. Quanti erano nel palazzo rimasero talmente abbagliati dalla luce che ne scaturiva che, per un momento non videro nulla. Anche il re fu accecato, ma non per questo mancò di rallegrarsi per le loro bellezza e luminosità.
Fece prendere una corona da due pulzelle e dette l'altra a due baroni. Poi ordinò che venissero avanti i vescovi, i priori e gli abati, e che ungessero il nuovo re secondo la legge cristiana. 
Ora tutti i prelati, giovani e canuti, si presentarono al re; nella corte vi sono chierici, vescovi e abati in gran numero. Il vescovo di Nantes in persona, ch'era uomo molto pio e di grande valore, consacra santamente e secondo la regola il nuovo re, e gli pone in capo la corona.
Poi Artù fa portare uno scettro che riscuote grande ammirazione. Sentite com'era fatto: splendeva più di un cristallo, ed era ricavato in un solo pezzo da uno smeraldo più grosso di un pugno. Oso dire invero che in tutto il mondo non vi è specie di pesce, di animale selvaggio, di uomo o di uccello alato che non vi fosse intagliato o scolpito, ciascuno secondo la propria vera immagine.
Lo scettro fu consegnato al re, che lo guardò ammirato e poi, senza tardare oltre, lo pose nella mano destra di Erec: ora egli è re come gli aspettava. Poi incoronano Enide.


(Chrétien de Troyes; "Erec e Enide")

martedì 16 dicembre 2025

...il mondo si svegliava

Era l'alba, fresca e grigia; un senso beato di pace e di riposo pervadeva la calma profonda e il silenzio dei boschi. Neppure una foglia muoveva, neppure un suono veniva a turbare la solenne meditazione della natura. Grosse gocce di rugiada pendevano luminose come diamanti dalle foglie e dai fili d'erba; un velo di ceneri bianche copriva il fuoco; un filo sottile di fumo blu divagava leggero per l'aria. Joe e Huck dormivano ancora. Lontano, nei boschi, un uccello lanciò il primo richiamo, un altro gli rispose, poco dopo si udì il martelletto di un picchio. Lentamente il freddo grigiore del mattino s'inalbò, a poco a poco i suoni si moltiplicarono: il mondo si svegliava. Alla rapita attenzione del ragazzo si spiegò allora in tutto il suo incanto la meraviglia della natura che si scuote di dosso il sonno e riprende a vivere.


(Mark Twain; "Le avventure di Tom Sawyer")

Poco dopo Tom s'imbatté in Huckleberry Finn

Poco dopo Tom s'imbatté in Huckleberry Finn, giovane paria locale, figlio dell'ubriacone ufficiale del paese. Huckleberry era cordialmente detestato e temuto da tutte le madri, perché era un fannullone, un senza-legge, uno screanzato, e perché tutti i loro figli lo ammiravano senza riserve, si dilettavano della sua compagnia, severamente proibita, e avrebbero voluto avere il coraggio di vivere come lui. Anche Tom si trovava nella situazione degli altri ragazzi perbene, perché invidiava a Huckleberry la sua splendida professione di reietto, e aveva ricevuto severissimi ordini di non giocare mai con lui. Così che giocava con lui tutte le volte che poteva. Huckleberry indossava sempre abiti smessi di persone adulte e si presentava in una fantasiosa fioritura di stracci. Il suo cappello era un'irreparabile rovina, con un'ampia mezzaluna ritagliata nella falda: la giacca, quando ne portava una, gli giungeva quasi ai tacchi e aveva i bottoni posteriori molto bassi; i calzoni, tenuti su da una bretella sola, lasciavan ciondolare il fondo, che non conteneva nulla, e, quando non erano ripetutamente rimboccati, strascicavano nella polvere.
Huckleberry poteva andare e venire, secondo gli garbava. Quando faceva bello dormiva sugli scalini di qualche casa; quando pioveva  in qualche botte vuota. Non era costretto ad andare a scuola o in chiesa, non aveva padroni, non doveva obbedire a nessuno.


(Mark Twain; "Le avventure di Tom Sawyer")

domenica 30 novembre 2025

Il giardino

Mille anni e poi mille
non possono bastare
per dire
la microeternità
di quando m'hai baciato
di quando t'ho baciata
un mattino nella luce dell'inverno
al Parc Montsouris a Parigi
a Parigi
sulla terra
sulla terra che è un astro.

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Des milliers et des milliers d'années
ne sauraient suffire
pour dire
la petite seconde d'éternité
où tu m'as embrassé
où je t'ai embrassée
un matin dans la lumière de l'hiver
au parc Montsouris à Paris
à Paris 
sur la terre
la terre qui est un astre.


(Jacques Prévert)

Tu sai come ti voglio bene

Mio Tugnin, tanto e sempre caro,
non voglio che ti manchi almeno la mia nuda parola d'augurio per la tua festa, né che mi senta lontana, troppo diversa dagli anni passati. Perché io ti penso con la stessa tenerezza d'un tempo e vorrei, questa sera, poterti ripetere al telefono, come un tempo le nostre consuete parole: "buona notte, sorellina". Tu le devi sentire nel cuore, Antonia, come, nel cuore, io le dirò, domani a sera, per te. Ora che una tappa, comunque, è finita, nel tuo cammino, ora che una meta è raggiunta, pur come semplice segno concreto di una realtà interiore assai più varia e vasta, per la nuova strada che s'apre, antica e nuova, io voglio dirti il mio augurio di bene. Forse la sorgente più fonda della nostra pace è la fede: pace che non è ozio o pigro ristagno di vita, ma equilibrio, saldezza interiore, compenetrazione dell'ideale con la realtà, condizione unica e necessaria perché le energie dell'anima non si disperdano vanamente, ma producano e segnino frutti concreti per il potenziamento sempre maggiore di noi; fede che forse è più che l'amore, che è, dell'amore, la realtà più piena. Per questa fede e sulle tracce di questa pace io sono qui ora, tu lo sai. Perché ho udito la parole di Colui che disse, ai discepoli che non s'eran turbati per la sua morte: "Io vi do la 'mia' pace". Si riveli anche a te, mia sorella, un segno cui tendere in dedizione ferma e sicura, una realtà in cui credere e per cui operare, nella pace, qualcosa che, trascendendo le mobili vibrazioni dell'anima, ti radichi con sé nella realtà, perché tu possa produrre frutti concreti di vita.
Ti devo ringraziare del tuo saluto da Misurina, del tuo ricordo dai monti bellissimi. Vorrei dirti tante cose di me, della mia esperienza nuova; vorrei sapere di te, che cosa fai, a che cosa tendi. È tempo di agire, di unificare. Mandami le parole tue nuove, se la signorina Musa si è risvegliata... Fatti un programma, cui disciplinarti, contro ogni possibile dispersione. Qui ci sono tante cose belle, oltre che buone e vere, e mi danno una dolcezza grande che aiuta a superare ogni ombra. Ci sono testine chiare di bambine e mani, fatte materne nel nome di Dio, chinate a ravviarle, ogni alba. Ci sono, nel giardino, due piante altissime e una moltitudine di uccelli che via ne svola, quando apro le imposte, per il giorno nuovo. E la carità fraterna ti serra intorno vincoli casti, che sai tuttavia imperituri, nella legge del Signore nostro.
Ti faccio una bella carezza, Tugnin; anche a te, sui capelli, come alle bimbe che incontro ogni giorno nel corridoio. Tu sai come ti voglio bene

Lucia


(Lucia Bozzi; lettera ad Antonia Pozzi - 1936)

domenica 16 novembre 2025

Una cosa innocente

Ho teso la mano per qualcosa d'innocente
una pietra, un filo d’erba, un miracolo
ho bisogno che tu mi dica ora
una cosa innocente

Non usare parole
qualunque parola tu mi dica mi farà male
per almeno mille anni
non prepararti, non mirare ai dettagli
ho bisogno che dolcemente il vento
quello distante e quello più vicino
diffonda l'amore che non teme

Non usare parole
se mi confidi
quello che nel profondo delle nostre menzogne
è diventato una verità sublime

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Estendi a mão por qualquer coisa inocente
uma pedra, um fio de erva, um milagre
preciso que me digas agora
uma coisa inocente

Não uses palavras
qualquer palavra que me digas há-de doer
pelo menos mil anos
não te prepares, não desejes os detalhes
preciso que docemente o vento
o longínquo e o próximo
espalhe o amor que não teme

Não uses palavras
se me segredas
aquilo que no fundo das nossas mentiras
se tornou uma verdade sublime


(José Tolentino de Mendonça)

sabato 15 novembre 2025

Al canzonatore niente va bene

So che l'usignolo non biasima il verso del cuculo,
ma tu, se io non canto come te, ti ridi di me.

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Jch weiß die Nachtigal strafft nicht des GukGuks thon:
Du aber
sing ich nicht wie du
sprichst meinem Hohn.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

Virgo Lactans

Vie secondarie

Non è affatto un segreto
raccontano la propria storia
pur passando per vie secondarie
anche le cose insignificanti di una vita

come il frammento che riconosco
dopo tanto tempo
scritto in un quaderno

"...ritroverò ancora il vento di questa spiaggia
da cui prendo commiato
sugli scogli di fronte al mare
il sentiero abbandonato..."

ritroverò ancora
quell'espressione distratta che mi lasciò
a un passo da ciò che neanche oggi conosco?

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Não constitui segredo
contam a sua história
mesmo se por atalhos
as coisas insignificantes de uma vida

assim o fragmento que reconheço
tanto tempo depois
escrito num caderno

"...reencontrarei ainda o vento dessa praia
de que me despeço
nos penhascos frente ao mar
o caminho abandonado..."

reencontrarei ainda
a expressão distraída que me deixava
a um passo daquilo que nem hoje sei?


(José Tolentino de Mendonça)

Questo è il segreto dell'azione che può compiere l'arte

Ogni relazione con l'archetipo, vissuta o semplicemente espressa, è "commovente", cioè essa agisce poiché sprigiona in noi una voce più potente della nostra. Colui che parla con immagini primordiali è come se parlasse con mille voci; egli afferra e domina, e al tempo stesso eleva, ciò che ha designato dallo stato di precarietà e di caducità alla sfera delle cose eterne; egli innalza il destino personale a destino dell'umanità e al tempo stesso libera in noi tutte quelle forze soccorritrici che  sempre hanno reso possibile all'umanità di sfuggire ad ogni pericolo e di sopravvivere persino alle notti più lunghe.
Questo è il segreto dell'azione che può compiere l'arte. Il processo creatore, per quanto possiamo seguirlo, consiste un un'animazione inconscia dell'archetipo, nel suo sviluppo e nella sua formazione fino alla realizzazione dell'opera perfetta. Il dare forma all'immagine primordiale è in certo modo un tradurla nella lingua di oggi, ed è per mezzo di questa traduzione che ognuno può ritrovare l'accesso alle fonti più profonde della vita, accesso che fino a quel momento gli era stato interdetto.


(Carl Gustav Jung; "Psicologia e poesia")

sabato 1 novembre 2025

Intanto si è fatto prematuramente autunno

Intanto si è fatto prematuramente autunno. Per due sere abbiamo acceso il fuoco, e stiamo a finestre chiuse. La casa va avanti come sempre: solo mancano i ciclamini, perché non ci sei tu a coglierli...


(Roberto Pozzi; lettera ad Antonia Pozzi - 1931)

La rosa

La rosa che il tuo occhio esteriore vede qui,
è fiorita in Dio dall'eternità.

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Die rose
welche hier dein äußres Auge siht
Die hat von Ewigkeit in Gott also geblüt.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

Ti dischiudi come la rosa

Il tuo cuore riceve Dio con ogni suo bene, 
se a lui si dischiude come una rosa.

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Dein Hertz empfähet Gott mit alle seinem Gutt
Wann es sich gegen jhm wie eine Ros' aufthut.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")

Per Dio tutto è uguale

Dio presta la stessa attenzione al gracidio della rana
e al trillo che gli invia l'allodola.

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Gott giebet so genau auf das koaxen acht
Als auf das direlirn
das jhm die Lerche macht.


(Angelus Silesius; "Il viandante cherubico")