venerdì 8 agosto 2014

Tutto è esagerazione

Tutto è esagerazione, soltanto la nostalgia è vera, non la si può esagerare.


(Franz Kafka; Praga, 14-9-1920)

La porta che si chiude

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.


(Antonia Pozzi)

mercoledì 6 agosto 2014

San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato


(Giuseppe Ungaretti)

Doppio poema del Lago Eden

Era la mia voce antica
ignara dei densi succhi amari.
La sento lambire i miei piedi
sotto le fragili felci bagnate.

Ahi, voce antica del mio amore,
ahi voce della mia verità,
ahi, voce del mio aperto costato,
quando tutte le rose nascevano dalla mia lingua
e il prato non conosceva l'impassibile dentatura del cavallo!

Tu sei qui a bere il mio sangue,
a bere il mio umore di bambino noioso,
mentre i miei occhi si spezzano nel vento
con l'alluminio e le voci degli ubriachi.

Lasciami passare la porta
dove Eva mangia formiche
e Adamo feconda pesci abbacinati.
Lasciami passare, omuncolo dei corni
verso il bosco degli stiramenti
e dei salti allegrissimi.

Io so l'uso piú segreto
che ha un vecchio spillo ossidato
e conosco l'orrore di certi occhi svegli
sulla concreta superficie del piatto.

Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,
voglio la mia libertà, il mio amore umano
nell'angolo piú buio del vento che nessuno vuole.
Il mio amore umano!

Questi cani marini s'inseguono
e il vento spia tronchi trascurati.
O voce antica, brucia con la lingua
questa voce di latta e di talco!

Voglio piangere perché ne ho voglia
come piangono i bambini dell'ultimo banco,
perché io non sono né un uomo né un poeta né una foglia,
ma un polso ferito che tocca le cose dall'altro lato.

Voglio piangere dicendo il mio nome,
rosa, bambino e abete sulla riva di questo lago
per dire la mia verità d'uomo di sangue
uccidendo in me la beffa e la suggestione della parola.

No, no, io non domando, io desidero,
voce mia liberata che mi lambisci le mani.
Nel labirinto di paraventi è il mio nudo che riceve
la luna di castigo e l'orologio incenerito.

Così parlavo.
Così parlavo quando Saturno fermò i treni
e la bruma e il Sonno e la Morte mi cercavano.
Mi cercavano
là dove muggiscono le vacche che hanno zampine di paggio
e là dove fluttua il mio corpo fra contrari equilibri.


(Federico Garcia Lorca)

martedì 5 agosto 2014

Semplicità

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e all'interno gli sguardi
non devono fissarsi negli oggetti
che già stanno interamente nella memoria.
Conosco le abitudini e le anime
e quel dialetto di allusioni
che ogni gruppo umano va ordendo.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
Bene mi conoscono quelli che mi attorniano,
bene sanno le mie ansie e le mie debolezze.
Ciò è raggiungere il più alto,
quello che forse ci darà il Cielo:
non ammirazioni, né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.


(Jorge Luis Borges)

sabato 2 agosto 2014

I miei pensieri avevano gettato l'amo nella corrente

Eccomi, dunque, seduta, una o due settimane fa, sulla riva del fiume in una bella giornata di ottobre, persa nei miei pensieri. La necessità di giungere a una qualche conclusione era così pesante da farmi chinare la testa. A destra e a sinistra alcuni cespugli splendevano di vividi colori, rossi e dorati, anzi sembravano ardere per il riverbero. Più avanti sulla riva i salici piangevano in una lamentazione perenne, le chiome lungo le spalle. Il fiume rifletteva a suo piacimento tratti del cielo, del ponte e dell'albero infuocato, e dopo il passaggio di uno studente, che aveva tagliato in due i riflessi con il remo della barca, quelli si erano subito richiusi, del tutto, come se lui non fosse mai esistito. Lì, su quella riva, avrei potuto perdere la nozione del tempo immersa nei miei pensieri. I miei pensieri - per chiamarli con un nome più nobile di quanto non meritassero - avevano gettato l'amo nella corrente. La lenza ondeggiava pigramente qua e là, tra i riflessi e le alghe, lasciandosi sollevare e sommergere dall'acqua e poi - eccolo, il lieve strattone del pesce che abbocca - quell'improvviso conglomerarsi di un'idea all'estremità della lenza: e poi il suo prudente sollevarsi dall'acqua e il suo attento dispiegarsi. Ahimè, visto sull'erba il mio pensiero era piccolo e insignificante, quel genere di pesce che un bravo pescatore ributta in acqua in modo che possa crescere tanto da poter essere un giorno cucinato e mangiato. Ma per quanto piccolo fosse, esso aveva tuttavia la misteriosa proprietà della sua specie: restituito alla mente, diventò subito molto eccitante, e importante; e nel guizzare dentro e fuori dall'acqua, nel mandare bagliori qua e là, diede il via a una tale tumultuosa ondata di idee che fu impossibile restare seduti un minuto di più...


(Virginia Woolf)

venerdì 1 agosto 2014

Era l'ora della luce incerta

Si alzò una brezza, da quale dei punti cardinali non so, ma sollevò le foglie ancora piccole, provocando un'effusione di bagliori argentei. Era l'ora della luce incerta, quando i colori si fanno più intensi e i vetri delle finestre si tingono di oro e di porpora e fanno pensare ai battiti di un cuore eccitabile; quando per qualche ragione la bellezza del mondo, rivelata ma prossima a perire, ha due facce, una di allegria, l'altra di angoscia, che spezzano il cuore.


(Virginia Woolf)

giovedì 31 luglio 2014

I versi crescono, come le stelle e come le rose

I versi crescono, come le stelle e come le rose,
come la bellezza - inutile in famiglia.
E, alle corone e alle apoteosi -
una sola risposta: "Di dove questo mi viene?"
Noi dormiamo, ed ecco, oltre le lastre di pietra,
il celeste ospite, in quattro petali.
Mondo, cerca di capire! Il poeta - nel sonno - scopre
la legge della stella e la formula del fiore.


(Marina Cvetaeva)

Nuvole e vento

Ah, non aver più coscienza di essere, come una pietra, come una pianta! Non ricordarsi più neanche del proprio nome! Sdraiati qua sull'erba, con le mani intrecciate alla nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti che veleggiano gonfie di sole; udire il vento che fa lassù, tra i castagni del bosco, come un fragor di mare. Nuvole e vento. 


(Luigi Pirandello)

Non capirsi è terribile

Non capirsi è terribile -
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell'altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l'incomprensione,
né con la comprensione uccidere.


(Evgenij Evtušenko)

Sylvia Plath's copy of the Great Gatsby


Oserai-je Déranger l’univers?

(...)
Oserò turbare l'universo?


(Thomas Stearns Eliot; "Il canto d'amore di J.Alfred Prufrock")

Albore

Amo quell'ora in cui il brillio delle stelle è fioco
e respiro infantile a spegnerle è adatto
e il mondo si fa chiaro, a poco a poco
pur se con ciò, non insavisca affatto.

Io più del mattino amo l'albore, quando,
moscerino d'oro confondendo
gli alberi, dai raggi trapassati,
si alzano sulla punta dei piedi.

Amo quell'ora in cui, durante la sgambata,
al vociare di uccelli semidesti, tra i pini,
sul cappello di funghi gridellini
tremola lungo il bordo la rugiada.

Essere un po' a disagio felice senza gente.
Scaltra usanza il celare la propria felicità, ma
fate che si soffermino i felici nell'albore, pure se
dal mattino avrà inizio ogni calamità.

Sono felice che la vita mia come irreale sia
pur tuttavia allegra, coraggiosa realtà,
che invidia non mi diede Dio, né animosità,
che di fango coperto non sono, né di biasimo.

Sono felice che un giorno sarò antenato
di nipoti non più in gabbia. D'essere stato
tradito e calunniato sono felice,
meglio non è quando di te si tace.

Sono felice dell'amore di donne e di compagni,
le loro immagini sono le mie icone.
Che sia ragazza russa la mia sposa sono felice,
di chiudere i miei occhi è degna, ne avrò pace.

Amare la Russia è felicità plurinfelice.
Cucito a lei sono con le mie proprie fibre.
Amo la Russia e il suo potere tutto vorrei amare,
ma ne ho la nausea, vogliatemi scusare.

Amo questo mio mondo verde-azzurro
con le guance imbrattate di sangue.
Irrequieto io stesso. Morirò non per odio,
ma per amore insostenibile dal cuore.

Non ho saputo vivere in modo irreprensibile, da saggio,
ma voi con debito di colpa rammentatevi
il ragazzino con albore di libertà negli occhi,
luminosa più che vivido raggio.

Essere imperfettissimo io sono,
ma, scelta la mia ora preferita - il primo albore,
Dio creerà di nuovo innanzi giorno
gli alberi dai raggi trapassati,
me stesso trapassato dall'amore.


(Evgenij Evtušenko)

È la magia più perfetta, più dolorosa

-Merano, 4-6-1920
Venerdì

Oggi verso sera ho fatto, ed è stata, a dir il vero, la prima volta, una lunga passeggiata da solo, mentre di solito andavo con altre persone o per lo più rimanevo coricato in casa. Che paese è questo! Santo cielo, Milena, se Lei fosse qui, e tu, povero cervello, incapace di pensare! Per giunta sarebbe una menzogna se dicessi che sento la Sua mancanza, è la magia più perfetta, più dolorosa, Lei è qui esattamente come me e più ancora; dove sono io è Lei, come me e più ancora. Non è uno scherzo, talvolta mi figuro che Lei, che pure è qui, senta qui la mancanza - di me - e si domandi: "Dove è mai? Non ha scritto che è a Merano?".


(Franz Kafka; "Lettere a Milena")