Sempre più presi l'abitudine di tracciar linee col pennello sognante e di coprire superfici, senza modello, risultanti dall'incosciente e da quel mio andare a tentoni. Un giorno, quasi senza volere, tracciai finalmente un viso che mi parve più eloquente dei precedenti. Non era il viso di quella fanciulla e non voleva neanche esserlo. Era un'altra cosa, un che di irreale, ma non per questo meno prezioso. Pareva più una testa di ragazzo che di fanciulla, i capelli non erano biondi come quelli della mia bella, ma castani con una sfumatura di rosso, il mento era forte e saldo, le labbra rosse e floride e l'insieme un po' legnoso come una maschera, ma pieno di vita segreta e impressionante.
L'opera compiuta mi fece una strana impressione. Mi sembrava una specie di figura divina o di maschera sacra, mezzo maschile, mezzo femminile, senza età, volitiva quanto sognante, rigida quanto segretamente viva. Quel viso mi diceva qualcosa, era roba mia, esprimeva qualche postulato. E assomigliava a qualcuno, ma non sapevo a chi. Quella figura accompagnò a un tratto tutti i miei pensieri e partecipò della mia vita. La tenevo nascosta in un cassetto perché nessuno potesse impadronirsene e farsi beffe di me. Ma non appena ero solo nella mia cameretta tiravo fuori l'immagine e conversavo con essa. La sera l'attaccavo con uno spillo di fronte a me alla tappezzeria sopra il letto, la guardavo finché prendevo sonno e la mattina le dedicavo il primo sguardo.
Proprio allora ripresi a sognare come avevo fatto da piccolo. Mi pareva di non aver più sognato per anni e anni. Ora i sogni ritornavano con nuove immagini dalle quali emergeva spesso il mio quadretto vivo e parlante, ostile o amico, certe volte deformato in una smorfia, certe altre infinitamente bello, nobile e armonioso.
E una mattina, destandomi da quei sogni, lo riconobbi. Mi guardava con un'aria ben nota e mi chiamava per nome. Pareva mi conoscesse come una madre e mi guardasse sempre. Con un gran batticuore contemplai il foglio, quei capelli castani e fitti, le labbra quasi femminili, la fronte alta singolarmente chiara, e sempre più mi accorsi di riconoscere, di ritrovare, di sapere.
Balzai dal letto, mi misi davanti a quel viso per guardarlo da vicino, fissandolo negli occhi spalancati, fermi, verdastri, il destro dei quali era un po' più alto del sinistro. Ed ecco, a un tratto quell'occhio destro ebbe un fremito leggero ma percettibile, e in quel fremito riconobbi l'immagine. Come avevo potuto tardare tanto a capire? Era il viso di Demian.
Più tardi confrontai spesso il mio dipinto coi lineamenti veri di Demian che conservavo nella memoria. Non erano affatto i medesimi, benché fossero simili. Eppure era Demian.
Una sera di prima estate il sole entrava rosso e obliquo dalla mia finestra rivolta a occidente. La camera era nella penombra. In quel momento mi venne l'idea di attaccare l'immagine di Beatrice o Demian con uno spillo al telaio della finestra e di vedervi l'effetto del sole in trasparenza. Il viso sfumò senza contorni, ma gli occhi arrossati intorno intorno, lo splendore della fronte e le labbra d'un rosso violento emersero ardenti dalla superficie. Stetti a guardare quando la luce era già spenta. E a poco a poco mi accorsi che quello non era Beatrice né Demian, ma... io stesso. L'immagine non mi somigliava (capivo che non doveva neanche somigliare) ma era ciò che costituiva la mia vita, era il mio cuore, il mio destino o il mio demone. Quello sarebbe stato l'aspetto di un amico se un giorno ne avessi trovato uno. Sarebbe stato l'aspetto della mia amante, se un giorno ne avessi avuto una. Così sarebbe stata la mia vita, così la mia morte: era il suono e il ritmo del mio destino.
Durante quelle settimane avevo incominciato la lettura di un libro che mi impressionò più di ogni altro che avessi letto prima. Anche in seguito trovai raramente libri così profondi: forse soltanto quelli di Nietzsche. Era un volume di Novalis con lettere e sentenze che in gran parte mi furono incomprensibili, ma nel loro complesso mi afferrarono in un modo inaudito. Ora mi venne in mente una di quelle sentenze e la scrissi a penna sotto il ritratto: "Destino e animo sono nomi di un unico concetto". Ora avevo capito.
Incontrai ancora molte volte la fanciulla che chiamavo Beatrice. Non provavo alcuna commozione, ma sempre una dolce concordanza, un istintivo presentimento: tu sei legata a me, ma non tu, soltanto la tua immagine: tu sei un brano del mio destino.
(Hermann Hesse; "Demian")
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