Fiorire è il fine - chi passa un fiore con uno sguardo distratto stenterà a sospettare le circostanze coinvolte in quel luminoso fenomeno costruito in modo così intricato e poi offerto, come una farfalla al mezzogiorno
martedì 18 ottobre 2011
Ho un luogo interno che non conoscevo
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sabato 15 ottobre 2011
Gatto che giochi per strada
Gatto che giochi per strada
come se fosse il tuo letto,
invidio la sorte che è tua
ché neppure sorte si chiama.
Buon servo di leggi fatali
che reggono pietre e genti,
che hai istinti generali
e senti solo quel che senti,
sei felice perché sei così
tutto il nulla che sei è tuo.
Io mi vedo e senza me sto,
mi conosco e non sono io.
(Fernando Pessoa)
giovedì 6 ottobre 2011
Lo schianto che sarebbe avvenuto
E si mise all'opera per spostare, con una oscillazione sempre uniforme, il corpo in tutta la sua lunghezza fuori del letto. Lasciandosi cadere in questa maniera, il capo, che cadendo voleva tenere ben sollevato, doveva rimanere logicamente illeso. La schiena sembrava essere dura, e cadendo sul tappeto non si sarebbe forse danneggiata. La preoccupazione più grave era per lo schianto che sarebbe avvenuto...
(Franz Kafka; "La Metamorfosi")
martedì 4 ottobre 2011
Nel lago dei tuoi occhi assai profondo
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Questa è la mia casa
Non c'è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo.
Arriva l'autunno e mi difende,
la primavera e mi condanna.
Ho milioni di ospiti
che ridono e che mangiano,
s'accoppiano e dormono,
giocano e pensano.
Milioni di ospiti che si annoiano,
che hanno incubi e attacchi di nervi.
Non c'è dubbio. Questa è la mia casa.
Tutti i cani ed i campanili
ci passano di fronte.
Ma la mia casa è sferzata dai fulmini
e un giorno si spaccherà in due.
E io non saprò dove ripararmi
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.
(Mario Benedetti)
sabato 24 settembre 2011
10/11 settembre 1931
Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenze degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, sui tetti (...).
Un'aurora in campagna mi fa stare bene; un'aurora in città mi fa stare bene e male, e perciò mi fa stare meglio. Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare.
Ed io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.
(Fernando Pessoa; "Il libro dell'inquietudine")
giovedì 8 settembre 2011
Musica per organi caldi
Caddi in uno dei miei patetici periodi di chiusura.
Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi
semplicemente si staccano, si stancano: lascio perdere.
Sono educato.
Faccio segno di sì.
Fingo di capire, perché non voglio ferire nessuno.
Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di
essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l'anima a fettucce,
ridotta ad una specie di piatto di tagliatelle spirituali.
Non importa...
Il mio cervello si chiude.
Ascolto.
Rispondo.
E sono troppo ottusi per rendersi conto che io non ci sono...
(Charles Bukowski)
Afrodite, trono adorno, immortale
Aphrodite, trono adorno, immortale,
figlia di Zeus, che le reti intessi, ti prego:
l'animo non piegarmi o signora,
con tormenti e affanni.
Vieni qui, come altre volte
udendo la mia voce di lontano,
mi esaudisti; e lasciata la casa d'oro
del padre venisti,
aggiogato il carro. Belli e veloci
passeri ti conducevano, intorno alla terra nera,
con battito fitto di ali, dal cielo
attraverso l'aere.
E presto giunsero, tu beata,
sorridevi nel tuo volto immortale
e mi chiedevi del mio nuovo soffrire: perchè
di nuovo ti invocavo:
cosa mai desideravo che avvenisse
al mio animo folle. "Chi di nuovo devo persuadere
a rispondere al tuo amore? Chi è ingiusto
verso te, Saffo?
Se ora fugge: presto ti inseguirà:
se non accetta doni, te ne offrirà:
se non ti ama, subito ti amerà
pur se non vuole."
Vieni da me anche ora: liberami dagli affanni
angosciosi: colma tutti i desideri
dell'animo mio; e proprio tu
sii la mia alleata.
(Saffo)
martedì 6 settembre 2011
Ho sempre rifiutato di essere compreso
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domenica 4 settembre 2011
Lisbon revisited
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giovedì 18 agosto 2011
Perdonami se ti cerco così
Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro
di te.
Perdonami il dolore, qualche volta.
è che da te voglio estrarre
il tuo migliore tu.
Quello che non vedesti, e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.
E afferrarlo
e tenerlo in alto come trattiene
l'albero l'ultima luce
che gli viene dal sole.
E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.
Per raggiungerlo
alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato
con le punte rosate dei tuoi piedi
tutto il corpo in tensione d'ascesa
da te a te.
E allora al mio amore risponda
la creatura nuova che tu eri.
(Pedro Salinas)
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lunedì 15 agosto 2011
Desolazione del povero poeta sentimentale
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l'aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.
(Sergio Corazzini)
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venerdì 12 agosto 2011
Una volta soltanto
Una volta soltanto ho capito lo scopo della vita.
A Boston, all’improvviso, l’ho capito.
Camminavo là lungo il Charles River,
guardavo le luci mimare se stesse,
tutte neon dal cuore stroboscopico,
spalancare bocche come cantanti lirici;
contavo le stelle, mie piccole commilitone,
mie sfigurate margherite, e ho capito
che il mio amore vagava sulla sponda verde notte,
e piangendo esponevo il cuore alle auto che andavano a est,
piangendo esponevo il cuore alle auto che andavano a ovest
e la mia verità ha varcato un piccolo ponte ricurvo
e si è affrettata la mia verità, la sua malìa, verso casa
e ho tesaurizzato le costanti fino a mattina tarda
solo per poi, vederle svanite.
(Anne Sexton)
lunedì 8 agosto 2011
Meravigliosamente silenziosa
giovedì 4 agosto 2011
Il restante alfabeto
Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c’ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
per J. e per K. e per il restante alfabeto.
(Wislawa Szymborska)
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