Fiorire è il fine - chi passa un fiore con uno sguardo distratto stenterà a sospettare le circostanze coinvolte in quel luminoso fenomeno costruito in modo così intricato e poi offerto, come una farfalla al mezzogiorno
domenica 17 agosto 2014
La notte bella
giovedì 14 agosto 2014
Quando vado rovistando nella mia mente
Scritto sulla sabbia
Che il bello e l'incantevole
siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante amabile non duri:
che il magnifico entusiasmante amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d'artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d'oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
- effimeri-, non raggiungono il fondo dell'anima.
No, il bello più profondo e degno dell'amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d'aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.
Così il nostro cuore è consacrato
Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sap one
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d'ali d'uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sap
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d'ali d'uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.
(Hermann Hesse)
mercoledì 13 agosto 2014
Destino
Destino! Che albero invisibile e infinito
dà il tuo frutto, che l'anima
a volte raccoglie, maturo?
Quali di queste idee sono i tuoi rami,
di questi sentimenti sono i tuoi fiori,
di queste canzoni sono i tuoi uccelli,
di questi sorrisi i tuoi profumi?
Cosa alimenta le tue radici?
In che modo, da dove, come
in questo limone dalla mia finestra, tu entri
nella nostra stanza più interna
e lì sfiori, dolcemente, il cuore?
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¡Ventura: ¿qué árbol invisible e infinito
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¡Ventura: ¿qué árbol invisible e infinito
da tu fruto, que el alma
a veces coje, pleno?
¿Cuáles de estas ideas son tus ramas
de estos sentimientos son tus flores,
de estas canciones son tus pájaros,
de estas sonrisas tus aromas?
¿Qué te alimenta tus raíces?
¿Cómo, por dónde, iqual
que este limón por mi ventana,
entras en nuestra cámara más honda
y rozas allí, dulce, el corazón?
(Juan Ramón Jimenez)
(Juan Ramón Jimenez)
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martedì 12 agosto 2014
Lo scorcio di un'eternità
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sabato 9 agosto 2014
Timidezza
Appena seppi solamente che esistevo
e che avrei potuto essere, continuare,
ebbi paura di ciò, della vita,
desiderai che non mi vedessero,
che non si conoscesse la mia esistenza.
Divenni magro, pallido, assente,
non volli parlare perché non potessero
riconoscere la mia voce, non volli vedere
perché non mi vedessero,
camminando, mi strinsi contro il muro
come un’ombra che scivoli via.
Mi sarei vestito
di tegole rosse, di fumo,
per restare lì, ma invisibile,
essere presente in tutto, ma lungi,
conservare la mia identità oscura,
legata al ritmo della primavera.
(Pablo Neruda)
(Pablo Neruda)
venerdì 8 agosto 2014
Tutto è esagerazione
La porta che si chiude
Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.
(Antonia Pozzi)
mercoledì 6 agosto 2014
San Martino del Carso
Doppio poema del Lago Eden
Era la mia voce antica
ignara dei densi succhi amari.
La sento lambire i miei piedi
sotto le fragili felci bagnate.
Ahi, voce antica del mio amore,
ahi voce della mia verità,
ahi, voce del mio aperto costato,
quando tutte le rose nascevano dalla mia lingua
e il prato non conosceva l'impassibile dentatura del cavallo!
Tu sei qui a bere il mio sangue,
a bere il mio umore di bambino noioso,
mentre i miei occhi si spezzano nel vento
con l'alluminio e le voci degli ubriachi.
Lasciami passare la porta
dove Eva mangia formiche
e Adamo feconda pesci abbacinati.
Lasciami passare, omuncolo dei corni
verso il bosco degli stiramenti
e dei salti allegrissimi.
Io so l'uso piú segreto
che ha un vecchio spillo ossidato
e conosco l'orrore di certi occhi svegli
sulla concreta superficie del piatto.
Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,
voglio la mia libertà, il mio amore umano
nell'angolo piú buio del vento che nessuno vuole.
Il mio amore umano!
Questi cani marini s'inseguono
e il vento spia tronchi trascurati.
O voce antica, brucia con la lingua
questa voce di latta e di talco!
Voglio piangere perché ne ho voglia
come piangono i bambini dell'ultimo banco,
perché io non sono né un uomo né un poeta né una foglia,
ma un polso ferito che tocca le cose dall'altro lato.
Voglio piangere dicendo il mio nome,
rosa, bambino e abete sulla riva di questo lago
per dire la mia verità d'uomo di sangue
uccidendo in me la beffa e la suggestione della parola.
No, no, io non domando, io desidero,
voce mia liberata che mi lambisci le mani.
Nel labirinto di paraventi è il mio nudo che riceve
la luna di castigo e l'orologio incenerito.
Così parlavo.
Così parlavo quando Saturno fermò i treni
e la bruma e il Sonno e la Morte mi cercavano.
Mi cercavano
là dove muggiscono le vacche che hanno zampine di paggio
e là dove fluttua il mio corpo fra contrari equilibri.
(Federico Garcia Lorca)
Ahi, voce antica del mio amore,
ahi voce della mia verità,
ahi, voce del mio aperto costato,
quando tutte le rose nascevano dalla mia lingua
e il prato non conosceva l'impassibile dentatura del cavallo!
Tu sei qui a bere il mio sangue,
a bere il mio umore di bambino noioso,
mentre i miei occhi si spezzano nel vento
con l'alluminio e le voci degli ubriachi.
Lasciami passare la porta
dove Eva mangia formiche
e Adamo feconda pesci abbacinati.
Lasciami passare, omuncolo dei corni
verso il bosco degli stiramenti
e dei salti allegrissimi.
Io so l'uso piú segreto
che ha un vecchio spillo ossidato
e conosco l'orrore di certi occhi svegli
sulla concreta superficie del piatto.
Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,
voglio la mia libertà, il mio amore umano
nell'angolo piú buio del vento che nessuno vuole.
Il mio amore umano!
Questi cani marini s'inseguono
e il vento spia tronchi trascurati.
O voce antica, brucia con la lingua
questa voce di latta e di talco!
Voglio piangere perché ne ho voglia
come piangono i bambini dell'ultimo banco,
perché io non sono né un uomo né un poeta né una foglia,
ma un polso ferito che tocca le cose dall'altro lato.
Voglio piangere dicendo il mio nome,
rosa, bambino e abete sulla riva di questo lago
per dire la mia verità d'uomo di sangue
uccidendo in me la beffa e la suggestione della parola.
No, no, io non domando, io desidero,
voce mia liberata che mi lambisci le mani.
Nel labirinto di paraventi è il mio nudo che riceve
la luna di castigo e l'orologio incenerito.
Così parlavo.
Così parlavo quando Saturno fermò i treni
e la bruma e il Sonno e la Morte mi cercavano.
Mi cercavano
là dove muggiscono le vacche che hanno zampine di paggio
e là dove fluttua il mio corpo fra contrari equilibri.
(Federico Garcia Lorca)
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martedì 5 agosto 2014
Semplicità
Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e all'interno gli sguardi
non devono fissarsi negli oggetti
che già stanno interamente nella memoria.
Conosco le abitudini e le anime
e quel dialetto di allusioni
che ogni gruppo umano va ordendo.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
Bene mi conoscono quelli che mi attorniano,
bene sanno le mie ansie e le mie debolezze.
Ciò è raggiungere il più alto,
quello che forse ci darà il Cielo:
non ammirazioni, né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e all'interno gli sguardi
non devono fissarsi negli oggetti
che già stanno interamente nella memoria.
Conosco le abitudini e le anime
e quel dialetto di allusioni
che ogni gruppo umano va ordendo.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
Bene mi conoscono quelli che mi attorniano,
bene sanno le mie ansie e le mie debolezze.
Ciò è raggiungere il più alto,
quello che forse ci darà il Cielo:
non ammirazioni, né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.
(Jorge Luis Borges)
sabato 2 agosto 2014
I miei pensieri avevano gettato l'amo nella corrente
Eccomi, dunque, seduta, una o due settimane fa, sulla riva del fiume in una bella giornata di ottobre, persa nei miei pensieri. La necessità di giungere a una qualche conclusione era così pesante da farmi chinare la testa. A destra e a sinistra alcuni cespugli splendevano di vividi colori, rossi e dorati, anzi sembravano ardere per il riverbero. Più avanti sulla riva i salici piangevano in una lamentazione perenne, le chiome lungo le spalle. Il fiume rifletteva a suo piacimento tratti del cielo, del ponte e dell'albero infuocato, e dopo il passaggio di uno studente, che aveva tagliato in due i riflessi con il remo della barca, quelli si erano subito richiusi, del tutto, come se lui non fosse mai esistito. Lì, su quella riva, avrei potuto perdere la nozione del tempo immersa nei miei pensieri. I miei pensieri - per chiamarli con un nome più nobile di quanto non meritassero - avevano gettato l'amo nella corrente. La lenza ondeggiava pigramente qua e là, tra i riflessi e le alghe, lasciandosi sollevare e sommergere dall'acqua e poi - eccolo, il lieve strattone del pesce che abbocca - quell'improvviso conglomerarsi di un'idea all'estremità della lenza: e poi il suo prudente sollevarsi dall'acqua e il suo attento dispiegarsi. Ahimè, visto sull'erba il mio pensiero era piccolo e insignificante, quel genere di pesce che un bravo pescatore ributta in acqua in modo che possa crescere tanto da poter essere un giorno cucinato e mangiato. Ma per quanto piccolo fosse, esso aveva tuttavia la misteriosa proprietà della sua specie: restituito alla mente, diventò subito molto eccitante, e importante; e nel guizzare dentro e fuori dall'acqua, nel mandare bagliori qua e là, diede il via a una tale tumultuosa ondata di idee che fu impossibile restare seduti un minuto di più...
(Virginia Woolf)
venerdì 1 agosto 2014
Era l'ora della luce incerta
Si alzò una brezza, da quale dei punti cardinali non so, ma sollevò le foglie ancora piccole, provocando un'effusione di bagliori argentei. Era l'ora della luce incerta, quando i colori si fanno più intensi e i vetri delle finestre si tingono di oro e di porpora e fanno pensare ai battiti di un cuore eccitabile; quando per qualche ragione la bellezza del mondo, rivelata ma prossima a perire, ha due facce, una di allegria, l'altra di angoscia, che spezzano il cuore.
(Virginia Woolf)
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