domenica 4 giugno 2023

Ognuno di noi può fare solo quello che può

Era il momento più bello, nei palchi le persone come ombre si sistemavano e il maestro già dava quei colpetti magici sul leggio, e questo, lo sapevo, produceva un grande silenzio e da quel silenzio nasceva la sinfonia. Non me ne ero mai accorta, quella Norma era proprio come suor Maria, come lei vestita di bianco e si inginocchiava davanti all'altare. Che signore serviva quella suor Norma? Un altro signore, perché l'altare era diverso e non parlava a bassa voce ma cantava, anche se la voce era dolce come quella di suor Maria. Dovevo sapere. Non si doveva parlare all'opera, ma non resistetti e domandai ad Ivanoe. Serviva la Luna. Una signora come Gesù Cristo? O era la luna che si vedeva in cielo? Potevo anch'io servire la luna come la Norma. Quella chiesa dove lei si esercitava era molto più grande, c'erano fiori, ma non quell'odore della signorina Jolanda, e la gente non si addormentava come quella signora nel banco davanti a me mentre l'omone brontolava asciugandosi la fronte con un fazzoletto bianco. No, lì nessuno dormiva, stavano tutti tesi, li vedevo ad occhi spalancati: eppure c'era più buio che in quell'altra chiesa dove suor Maria si era esercitata. Quanta pazienza e volontà aveva avuto: io non avrei potuto essere brava come lei, aveva ragione Ivanoe. Ognuno di noi può fare solo quello che può, e per farlo bisogna prima conoscere i propri limiti. "Ti pare Goliarda che io, con questo naso aquilino che sanguina per ogni nonnulla, possa fare il boxeur come Carlo?" Aveva ragione: ma suor Maria era diventata troppo bella esercitandosi in quella chiesa. Sì, io non avevo la stoffa, ma non so perché mi trovai in ginocchio col mento appoggiato al velluto del balconcino del palco: e piangevo. Doveva essere così perché quando misi le mani sotto il mento, il velluto era tutto bagnato. La luce si era accesa all'improvviso e tutti ora applaudivano e buttavano fiori a quella suor Norma che sorrideva proprio come suor Maria inchinandosi. Avrei servito anch'io la Luna con il vestito che Licia ed Olga mi avevano fatto: era uguale a quello di Norma. Levai quel Gesù Cristo e tutti i suoi compagni, e misi al loro posto due grosse pietre di scoglio che Ivanoe mi portò a casa. Avevamo passato tutta la mattina a cercarle all'Ognina. Mi insegnò le parole di Casta Diva, le preghiere dell'Esercito di Norma, "i druidi". E tutti i giorni cantavo quella nuova preghiera davanti all'altare. Arminio mi accompagnava al pianoforte, e quanto applaudirono anche loro, entusiasti, quella volta che feci la mia messa davanti agli amici di Ivanoe, Arminio e Licia: nessuno si addormentò, e anche i fiori mi buttarono. Quella era la signora che io avrei servito. La signora Luna. Anche qui, quando Ivanoe mi spiegò tutto della loro religione mi trovai in un impiccio terribile. Norma, per le regole del suo esercito, non poteva avere figli: trasgredì e ne ebbe due lo stesso, - e così era sempre sul punto di uccidere i suoi due bambini. Anch'io avevo due bambini: avrei dovuto anch'io uccidere Licia e Goliardo per essere degna di quella signora Luna? Avevo saputo che quella signora Luna era proprio la luna e così mi misi ad interrogarla. La fissavo, ma quella non rispondeva. Era orba la luna, e forse non mi vedeva: ma a furia di fissarla, mi rispose, non con la voce: "La luna è orba e muta": mi rispose abbassando la testa. Prima che lei mi rispondesse, credevo di poter fare il sacrificio per servirla: ma quando lei, abbassando la testa senza guardarmi, mi disse: "Sì, li devi uccidere, se vuoi servirmi", capii piangendo che anche quella religione non era per me: anche lì ci voleva una forza che io non avevo. "Ognuno deve sapere i propri limiti". Per essere brigante, avevo troppa paura dei carabinieri. Per essere suor Maria, non avevo abbastanza pazienza. Per essere Norma, volevo troppo bene a Licia e Goliardo. I miei limiti erano tanti.


(Goliarda Sapienza; "Lettera aperta")

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