sabato 26 dicembre 2015

Come un piccolo nulla di cui nessuno si cura

- Sabato sera, 30 novembre 1907

Il vostro telegramma color di fiamma è giunto troppo tardi.
Alle due e cinque minuti io guardavo intensamente senza vederli
i soldati i marinai le donne di pietra che ricordano non so perché la Crimea.
E tremano un poco d’un tremore interno forse di irritazione, forse di pena.
Pena di me stessa;
sapete, mi facevo pena d’essere là
come un piccolo nulla di cui nessuno si cura.
Cioè no: c’erano alcuni scalpellini
che sogghignavano alle mie spalle tra due colpi di martello
ed io sentivo quella trivialità su di me come una cosa nauseante.
Mio caro Guido,
credo di non aver passato nella mia vita molte mezz’ore più cattive.
Devo aver fatto due o tre volte lentamente il giro di quel mausoleo,
devo aver percorso due o tre volte quel pezzetto di viale che lo fronteggia.
Una serva da una finestra spolverando un gatto di marmo
le contava forse meglio di me.
Quel gatto doveva avere molta molta polvere.
Sentivo la gola chiusa e la lingua arida come se avessi gridato tanto,
e mi toccavo le dita nel manicotto
sotto un mazzo di viole fresche che avrei volentieri calpestato.
Erano le due e mezza, me ne andai, giunsi fino alla metà del ponte nuovo
e mi fermai a guardare l’acqua senza pensiero,
senza volontà come se il fiume si portasse via con sé la mia anima.
Rialzando gli occhi fui ripresa dal mio affanno,
tornai sui miei passi in fretta, quasi con incoscienza voluta
seguendo con lo sguardo qualche rara figura maschile
che subito riconoscevo sconosciuta.
Non sostai più presso il mausoleo,
nemmeno lo accostai tanto m’era divenuto odioso.
Passò un ragazzo con un carretto cantando: "E aspetta il fidanzato"...
Allora fuggii davvero umiliata, avvilita, annientata dinanzi a me stessa,
pensando di voi tutto il male possibile, soffrendo in me tutto il male possibile.
Non osai rincasare subito
per non lasciar sospettare alle mie sorelle la mia disdetta.
Ho errato quasi un’ora per il Valentino mordendomi le labbra
per trattenere in me qualche cosa d’amaro che mi saliva dal cuore,
una pietà ironica e aspra per me stessa, per il mio orgoglio,
per tutti i piccoli e i grandi colpi già ricevuti in silenzio sussultando,
a cui s’aggiungeva ancora questo, inatteso.
Sono folle, Guido, a scrivervi queste cose, lo so che voi lo pensate.
Vorrei che mi vedeste piangere ancora, mentre scrivo, tanto.
Neppure il foglietto rosso che mi portava le vostre scuse ha potuto consolarmi.
Ho dovuto lasciar sgorgare tutta quell’amarezza accumulata goccia a goccia,
minuto per minuto in umiliazione e in tristezza.
Ora sto un poco meglio, ma bisogna ch’io non vi pensi,
ch’io non mi ricordi per non soffrirne ancora.
Domani sarò in casa tutto il giorno, ma non oserò aspettarvi.
Potreste non venire e mi dorrebbe troppo.
Perché m’avete detto che non mi volete bene?
Ho pensato molto oggi a quelle parole.
Addio.


(Amalia Guglielminetti, Lettera a Guido Gozzano)

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