domenica 19 luglio 2015

...e anzi partire da lì

E se torniamo a parlare della solitudine si chiarisce sempre più che non è cosa che sia dato di scegliere o lasciare. Noi siamo soli. Ci si può ingannare su questo e fare come se non fosse così. Ma quanto meglio invece sarebbe comprendere che noi lo siamo, soli, e anzi partire da lì. E allora accadrà che saremo presi dalle vertigini; perché tutti i punti su cui il nostro occhio usava riposare ci vengono tolti, non v’è più nulla di vicino, e ogni cosa lontana è infinitamente lontana. Chi dalla sua stanza, quasi senza preparazione e trapasso, venisse posto sulla cima di una grande montagna, dovrebbe provare un senso simile: una incertezza senza uguali, un abbandono all’ignoto quasi l’annienterebbe. Egli vaneggerebbe di cadere o si crederebbe scagliato nello spazio o schiantato in mille frantumi. Quale enorme menzogna dovrebbe inventare il suo cervello per recuperare e chiarire lo stato dei suoi sensi. Così si mutano per colui che diviene solitario tutte le distanze, tutte le misure; di queste mutazioni molte sorgono d’improvviso e, come in quell’uomo sulla cima della montagna, nascono allora straordinarie immaginazioni e strani sensi, che sembrano crescere sopra ogni capacità di sopportazione.  Ma è necessario che noi consumiamo anche questa esperienza. Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca; tutto, anche l’inaudito deve essere ivi possibile. È questo in fondo il solo coraggio che a noi si richieda: il coraggio di fronte all’esperienza più strana, più prodigiosa e inesplicabile, che ci possa incontrare.


(Rainer Maria Rilke)

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