domenica 28 dicembre 2025

Elementare

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare


(Pierluigi Cappello)

La poesia indaga

La poesia indaga, gratuitamente, sulla nostra postura esistenziale. Sottolinea l'umano che c'è dentro di noi e sottolinea ciò che di umano è ancora rimasto nel mondo.


(Pierluigi Cappello)

venerdì 26 dicembre 2025

La speranza

Una verde, una trepida farfalla
nella stanza! Un miracolo la strinse
qui tra le secche pietre di città. 
Si posa e trema sopra cose che 
non sono fiore
non sono ruscello
cose senza né miele né colore. 
- Non muoverti - susurri - o se ne andrà. 
Ma io non temo che svoli. L'essenza
stessa della speranza è di restare.


(Daria Menicanti)

giovedì 25 dicembre 2025

Generoso Natale

Oh, generoso Natale di sempre!
Un mitico bambino
che viene qui nel mondo
e allarga le braccia
per il nostro dolore. 
Non crescere, bambino,
generoso poeta
che un giorno tutti chiameranno Gesù. 
Per ora sei soltanto
un magico bambino
che ride della vita
e non sa mentire.


(Alda Merini)

mercoledì 24 dicembre 2025

Ma Dio volle presto rassicurarmi

Ma Dio volle presto rassicurarmi, ché la tempesta non durò a lungo, e tutti i venti si calmarono (...)


(Chrétien de Troyes; "Ivano")

Signora sulla neve con cagnolino

Prestatemi l'orecchio e il cuore

(...) ascoltate. Prestatemi l'orecchio e il cuore, ché le parole vanno del tutto smarrite se non sono intese anche dal cuore. Vi sono persone che ascoltano una cosa senza comprenderla, eppure la lodano: è come se non possedessero l'udito, dacché il cuore non vi intende nulla; le parole giungono così all'orecchio come il vento che spira, senza farvi né sosta né dimora, anzi si allontanano ben in fretta se il cuore non è desto e pronto ad afferrarle. Ma se, udendole, esso può prenderle e rinchiuderle e trattenerle, allora l'orecchio è il condotto e il cammino per i quali la voce giunge (...)


(Chrétien de Troyes; "Ivano")

Non voglio essere affrancato dall'amore

Non voglio essere affrancato dall'amore e voglio consacrarmi ad esso ogni giorno.


(Chrétien de Troyes; "Cligès")

Poi incoronarono Enide

A terza, il giorno di Natale, tutti si trovarono riuniti nella sala. Il cuore di Erec era sopraffatto dalla grande gioia che si stava preparando per lui. Nessuna lingua o bocca d'uomo potrebbe narrare, per quanto bene ne conoscesse l'arte, né un terzo né un quarto e nemmeno un quinto della magnificenza di quell'incoronazione. Pure io voglio accingermi a così grande follia, e sforzarmi di descrivere la cerimonia. E poiché devo, e reputo di poterlo fare, non trascurerò di dirne almeno una parte, nella misura in cui me lo concederà il mio ingegno.
Nella sala erano stati posti due bianchi troni d'avorio, di squisita fattura e di colori sfumati, uguali per lavorazione e dimensioni. Colui che ne era stato l'artefice era invero ingegnoso e sagace, poiché li aveva fabbricati della stessa altezza e lunghezza, e forniti dei medesimi ornamenti sì che, anche a riguardarli da ogni parte, non si sarebbe potuto discernere in uno un particolare che non si trovasse anche nell'altro. Nemmeno un dettaglio era fatto di legno: tutto era d'avorio e di oro fino, e quei troni erano intagliati con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi e le altre due di coccodrilli. Ne aveva fatto omaggio e dono a re Artù e alla regina un cavaliere di nome Bruianz delle Isole. Artù sedette su un trono e fece sedere sull'altro Erec, abbigliato di una veste di seta marezzata. Leggendo nella storia, troviamo la descrizione di quell'abito, e ne prendo a garante Macrobio, che mise ogni cura a scrivere tale racconto e, a dire il vero, lo conosceva bene. Macrobio mi insegnò a descrivere la lavorazione e i disegni di quella veste, così come l'ho trovata nel suo libro.
Quattro fate l'avevano foggiata con grande abilità e arte. L'una vi aveva ritratta Geometria: com'essa osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l'alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Questa era stata l'opera della prima fata.
La seconda si era adoprata a ritrarre Aritmetica, e si era data la pena di mostrare appieno con quale saggezza essa conti i giorni e le ore del tempo e, a goccia a goccia, l'acqua del mare, e poi ogni granello di sabbia, tutte le stelle a una a una, e quante foglie vi sono in un bosco, sì che sa ben dirne tutto il vero: mai un numero la trasse in inganno né mai essa mentirà, poiché vuole bene comprendere ogni cosa. Tale era l'opera di Aritmetica.
La terza figura rappresentava Musica, in cui si accorda ogni diletto: canto e discanto e, senza discordanze, melodie di arpa, di rotta e di viella. Era una creazione di suprema bellezza e, davanti a Musica erano raffigurati tutti gli strumenti e ogni piacere.
La quarta fata, che vi aveva posto mano per ultima, aveva foggiata un'opera mirabile: vi aveva rappresentata la migliore delle arti, Astronomia, che tanti prodigi compie ispirandosi alle stelle, alla luna e al sole; non ricorre a null'altro in ogni contingenza; il cielo le è sì buon consigliere, qualunque cosa gli richieda, che essa può sapere con certezza, senza menzogna né inganno, ciò che fu e ciò che sarà.
Quanto ho descritto era tessuto e ricamato a fili d'oro nella stoffa dell'abito di Erec.
(...) Enide intanto non era ancora giunta a palazzo. Quando il re vide che tardava, ordinò a Galvano che andasse a prenderla. Galvano non esitò a eseguire il comando, e subito si avviò accompagnato dal re Cadualanz e dal generoso sovrano del Galloway. Facevano loro scorta anche Guivret il Piccolo e, dietro, Idiero figlio di Nut. Altri baroni accorsero per accompagnare la dama, tanti che avrebbero potuto sconfiggere un esercito, poiché erano più di un migliaio.
Il cortese Galvano da una parte, e dall'altra il generoso re del Galloway, che l'aveva molto cara perché Erec era suo nipote, condussero a palazzo Enide, che la regina si era adoprata ad agghindare meglio che aveva potuto. Al loro arrivo, subito re Artù corse loro incontro e, con cortesia, fece sedere Enide accanto a Erec, poiché voleva renderle ogni onore. Poi ordinò che fossero tratte dal proprio tesoro due corone d'oro fino e massiccio.
L'ha appena comandato, che subito gli vengono recate le corone, scintillanti dei carbonchi che vi erano incastonati in numero di quattro per ciascuna. Il chiarore della luna è nulla rispetto allo splendore che emanava la più piccola di quelle gemme. Quanti erano nel palazzo rimasero talmente abbagliati dalla luce che ne scaturiva che, per un momento non videro nulla. Anche il re fu accecato, ma non per questo mancò di rallegrarsi per le loro bellezza e luminosità.
Fece prendere una corona da due pulzelle e dette l'altra a due baroni. Poi ordinò che venissero avanti i vescovi, i priori e gli abati, e che ungessero il nuovo re secondo la legge cristiana. 
Ora tutti i prelati, giovani e canuti, si presentarono al re; nella corte vi sono chierici, vescovi e abati in gran numero. Il vescovo di Nantes in persona, ch'era uomo molto pio e di grande valore, consacra santamente e secondo la regola il nuovo re, e gli pone in capo la corona.
Poi Artù fa portare uno scettro che riscuote grande ammirazione. Sentite com'era fatto: splendeva più di un cristallo, ed era ricavato in un solo pezzo da uno smeraldo più grosso di un pugno. Oso dire invero che in tutto il mondo non vi è specie di pesce, di animale selvaggio, di uomo o di uccello alato che non vi fosse intagliato o scolpito, ciascuno secondo la propria vera immagine.
Lo scettro fu consegnato al re, che lo guardò ammirato e poi, senza tardare oltre, lo pose nella mano destra di Erec: ora egli è re come gli aspettava. Poi incoronano Enide.


(Chrétien de Troyes; "Erec e Enide")

martedì 16 dicembre 2025

Se mi puoi sentire

Il potere ancor puro delle tue mani
proprio ora è ciò che più mi commuove
scoprono a poco a poco un destino che passa
e non passa di qui

al tavolino del caffè scambiamo parole
cariche d’armonie
tante volte negate:
cose che neppure al vento
confessiamo

ma se oggi tu mi puoi sentire
ricomincia, progetta un lungo viaggio
o un amore
forse il più bello

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O poder ainda puro das tuas mãos
é mesmo agora o que mais me comove
descobrem devagar um destino que passa
e não passa por aqui

à mesa do café trocamos palavras
que trazem harmonias
tantas vezes negadas:
aquilo que nem ao vento sequer
segredamos

mas se hoje me puderes ouvir
recomeça, medita numa viagem longa
ou num amor
talvez o mais belo


(José Tolentino de Mendonça)

...il mondo si svegliava

Era l'alba, fresca e grigia; un senso beato di pace e di riposo pervadeva la calma profonda e il silenzio dei boschi. Neppure una foglia muoveva, neppure un suono veniva a turbare la solenne meditazione della natura. Grosse gocce di rugiada pendevano luminose come diamanti dalle foglie e dai fili d'erba; un velo di ceneri bianche copriva il fuoco; un filo sottile di fumo blu divagava leggero per l'aria. Joe e Huck dormivano ancora. Lontano, nei boschi, un uccello lanciò il primo richiamo, un altro gli rispose, poco dopo si udì il martelletto di un picchio. Lentamente il freddo grigiore del mattino s'inalbò, a poco a poco i suoni si moltiplicarono: il mondo si svegliava. Alla rapita attenzione del ragazzo si spiegò allora in tutto il suo incanto la meraviglia della natura che si scuote di dosso il sonno e riprende a vivere.


(Mark Twain; "Le avventure di Tom Sawyer")

Poco dopo Tom s'imbatté in Huckleberry Finn

Poco dopo Tom s'imbatté in Huckleberry Finn, giovane paria locale, figlio dell'ubriacone ufficiale del paese. Huckleberry era cordialmente detestato e temuto da tutte le madri, perché era un fannullone, un senza-legge, uno screanzato, e perché tutti i loro figli lo ammiravano senza riserve, si dilettavano della sua compagnia, severamente proibita, e avrebbero voluto avere il coraggio di vivere come lui. Anche Tom si trovava nella situazione degli altri ragazzi perbene, perché invidiava a Huckleberry la sua splendida professione di reietto, e aveva ricevuto severissimi ordini di non giocare mai con lui. Così che giocava con lui tutte le volte che poteva. Huckleberry indossava sempre abiti smessi di persone adulte e si presentava in una fantasiosa fioritura di stracci. Il suo cappello era un'irreparabile rovina, con un'ampia mezzaluna ritagliata nella falda: la giacca, quando ne portava una, gli giungeva quasi ai tacchi e aveva i bottoni posteriori molto bassi; i calzoni, tenuti su da una bretella sola, lasciavan ciondolare il fondo, che non conteneva nulla, e, quando non erano ripetutamente rimboccati, strascicavano nella polvere.
Huckleberry poteva andare e venire, secondo gli garbava. Quando faceva bello dormiva sugli scalini di qualche casa; quando pioveva  in qualche botte vuota. Non era costretto ad andare a scuola o in chiesa, non aveva padroni, non doveva obbedire a nessuno.


(Mark Twain; "Le avventure di Tom Sawyer")