venerdì 3 luglio 2015

Risorse illimitate

(...)
Ed era proprio questa la cosa di cui in quel periodo
sentiva spesso il bisogno:
pensare, o meglio, neppure pensare.
Starsene in silenzio; starsene da sola.
Tutto l'essere e il fare,
espansivi, luccicanti, vocali, svanivano;
e ci si ripiegava, con un senso di solennità, a essere se stessi,
un nucleo cuneiforme di oscurità,
qualcosa di invisibile agli altri.
Sebbene continuasse a lavorare a maglia e a star seduta dritta,
era così che si sentiva;
e questo suo io, essendosi liberato da ogni legame,
era libero di compiere le più strane avventure.
Quando la vita si inabissava per un attimo,
il campo delle esperienze sembrava illimitato.
Ed era comune a tutti questo senso di risorse illimitate,
immaginava; uno dopo l'altro, lei, Lily, Augustus Carmichael,
dovevano sentire che le apparenze,
le cose per le quali gli altri ci riconoscono,
sono semplicemente puerili.
Al di sotto è tutto buio, è estensione, è profondità incommensurabile;
ma di tanto in tanto risaliamo alla superficie
e questo è quello che gli altri vedono di noi.
Il suo orizzonte le sembrò illimitato.
C'erano tanti posti che non aveva visto;
le pianure dell'India;
si vide nell'atto di tirare una pesante tenda di cuoio di una chiesa romana.
Questo nucleo d'oscurità poteva andare dappertutto,
perché nessuno lo vedeva.
Non potevano fermarlo, pensò, esultando.
C'era libertà, c'era pace, c'era, cosa più gradita delle altre,
raccoglimento, riposo su una piattaforma di stabilità. 
(...)
Perdendo la personalità, si perdeva l'ansia, la fretta, l'inquietudine;
e le veniva sempre alle labbra
qualche esclamazione di trionfo sulla vita
quando le cose si raccoglievano in questa pace,
in questo riposo, in questa eternità;
e fermandosi, guardò in direzione di quel raggio del Faro,
quello lungo e fisso, l'ultimo dei tre, che era il suo raggio.
Spesso si ritrovava lì, seduta a guardare, con il lavoro in mano,
finché non diveniva la cosa guardata -
quella luce, ad esempio.


(Virginia Woolf)

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