lunedì 16 dicembre 2013

C’era un silenzio infinito e pur denso di suoni

(...) Lassù nei turbini bianco-azzurri del sogno,
col corpo mi si è rinforzata l’anima.
Mi erano compagni due spiriti rari e forti:
Comici e una ragazza di Padova aristocratica e montanara.
Non dimenticherò mai l’ultima giornata passata con lei
fra il rifugio Principe e il rifugio Locatelli,
sotto le immani pareti Nord delle Cime.
Comici arrampicava solo su per la Nord della Piccola,
un’ascensione estremamente difficile.
Noi sotto, sul ghiaione, nell’ombra fredda,
a seguire spasmodicamente con gli occhi
quel punto minuscolo crocefisso al lastrone nero.
Poi, quando lui fu in cima,
noi giù a salti per uscire dall’ombra e là,
per terra, al sole, a 2500 metri, fino al tramonto.
C’era un silenzio infinito e pur denso di suoni.
Dalla valle profonda di Sesto, salivano rotti palpiti di campani,
giù dalle gole, dai camini, rispondevano rarissime pietruzze
rimbalzanti sul ghiaione.
E a me, così supina,
pareva che l’enorme conca deserta
fosse pur piena di un’altra musica,
una specie di ronzio gonfio e continuo,
che sembrava partire
da un gigantesco organo sospeso fra cielo e terra.
Ed ecco: guardando in alto, pensai
che avverrebbe delle nostre anime
se quelle nuvole bianche che passano incessantemente lassù
avessero ciascuna un suono, una nota, un canto;
più in basso le nuvole lente e scure,
chiaro argentino le nuvole candide.
Forse in quell’ora era il passo delle nuvole,
era la voce delle nuvole che mi sonava dentro
come una sinfonia orchestrale.
O forse erano le Tre Cime,
là erette come una cattedrale gotica,
sventrata dal fulmine e spalancata a Dio,
che lasciavano prorompere l’urlo delle loro preghiere di pietra.
E forse in tutto quel canto la nota più alta
era tenuta dall’anima dell’uomo solo lassù,
con la sua vittoria e il suo sonno sotto il sole (...).
Forse anche erano i morti,
di cui sotto le Cime e la Forcella di Lavaredo
si trovano le ossa bianche sparse, benedette e purificate dalla neve e dal sole;
i morti della nostra guerra, forse,
che cantavano nel sole di mezzogiorno,
per la mia stanchezza ebbra,
per il mio corpo di ragazza sull’erba breve e puntuta,
per il mio cuore stretto contro un masso di granito bianco
e le mie mani posate amorosamente sull’appiglio (...)
Se potessi sempre ricordarmi di quell’ora,
la vita sarebbe una vittoria continua...


(Antonia Pozzi; Lettera a Tullio Gadenz - 1938)

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