Si chiamava Max Demian.
Un giorno, per non so quali ragioni, avvenne che, come capitava talvolta, la nostra aula dovesse accogliere anche un'altra classe. Era quella di Demian. Noi piccoli avevamo l'ora di storia sacra, i grandi dovevano svolgere un compito in classe. Mentre il maestro ci ficcava in testa la storia di Caino e Abele, guardavo spesso Demian il cui volto aveva un fascino particolare e vedevo quel viso, intelligente e insolitamente serio, chino sul lavoro e attento. Non aveva l'aspetto dello scolaro che fa un compito, ma quello dello studioso che insegue i suoi problemi. Non posso dire che mi piacesse, anzi provavo una certa avversione perché lo sentivo troppo gelido e superiore, troppo sicuro di sé e provocante, mentre i suoi occhi avevano l'espressione degli adulti (che ai piccoli non piace mai), un po' malinconica con lampi di ironia. Eppure volente o nolente ero costretto a guardarlo di continuo, ma appena lui mi rivolgeva lo sguardo, mi ritraevo intimidito. Se oggi ripenso alla sua figura di scolaro in quel tempo, posso dire che era diverso da tutti gli altri sotto ogni riguardo, con una sua personalità particolare, e perciò dava nell'occhio. Nello stesso tempo faceva di tutto per evitare di dar nell'occhio, si comportava come un principe travestito che in mezzo a ragazzi campagnoli si sforza in tutti i modi di sembrare uno di loro.
(Hermann Hesse; "Demian")