mercoledì 12 febbraio 2014

E così avverto un sentimento di venerazione

Quando avrai letto Sestio, dirai:
"è vivo, vigoroso, libero,
si trova su un piano più alto di quello umano:
quando mi allontano da lui sono pieno di enorme fiducia".
Quale sia il mio atteggiamento mentale, quando lo leggo,
te lo dirò con franchezza:
mi viene voglia di sfidare ogni evento,
mi compiaccio di esclamare: "Perchè indugi, Fortuna?
Fatti sotto, vedi, sono preparato".
Assumo l'animo di colui che cerca  dove possa dar prova di sé,
dove possa mostrare il proprio valore:
"Fà voti che tra greggi imbelli gli si offra un cinghiale
schiumante o che dal monte discenda un fulvo leone".
Mi piace avere qualcosa da vincere,
qualcosa che metta alla prova la mia capacità di resistenza.
Sestio, infatti, ha anche questa dote egregia:
ti mostrerà la grandezza della vita beata
e non ti toglierà la speranza di conseguirla:
saprai che pur trovandosi a un'altezza sublime,
è tuttavia accessibile a chi sa volere.
Questo medesimo vantaggio ti sarà assicurato
dalla virtù nella sua essenza: che tu possa ammirarla e,
in ogni modo, sperare di possederla.
Almeno per quanto mi riguarda,
molto tempo suole togliermi la contemplazione stessa della saggezza:
la guardo con i medesimi occhi estasiati
con cui altre volte contemplo l'universo,
questo universo che spesso vedo
come se fossi uno spettatore del tutto nuovo.
E così avverto un sentimento di venerazione
per i beni trovati dalla saggezza e per i loro scopritori:
è bello accostarsi a questa sorta di retaggio di molti predecessori.
Codesti beni sono stati acquisiti per me,
sono il prodotto di un lungo travaglio.
(...)
I farmaci dell'animo furono trovati dagli antichi,
ma come o quando si applichino, è compito nostro cercare.
Molto hanno fatto i nostri antenati, ma non tutto;
comunque bisogna tributare a loro un profondo rispetto
e venerarli con lo stesso  rituale degli dei.
Perché non dovrei avere anche le immagini di uomini grandi
come incitamento dell'animo e non dovrei celebrarne i natali?
Perché non dovrei citare sempre i loro nomi a titolo di onore?
La stessa venerazione che devo ai miei maestri,
la devo a quegli insigni maestri del genere umano,
da cui fluirono i principi di un bene così prezioso.
Ogni volta che vedo un console o un pretore,
eseguirò tutti quegli atti con cui si suole tributare onore
a una carica onorifica:smonterò da cavallo,
mi scoprirò il capo, gli cederò il passaggio per via. E allora?
Non accoglierò nel mio animo senza estremo rispetto
Marco Catone, l'uno e l'altro, e Lelio il Saggio
e Socrate con Platone e Zenone e Cleante?
Quanto a me, ho venerazione per loro
e appena sento pronunciare nomi così grandi,
mi alzo sempre in piedi. Stammi bene.


(Seneca; "Lettere a Lucilio")

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